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Monti sa che la fiducia dei mercati non si conquista con le chiacchiere

– La scorsa settimana il Presidente del Consiglio Monti è stato in visita a Londra dove, oltre a far tappa a Westminster e alla sede del Financial Times, ha tenuto due conferenze presso il London Stock Exchange. La prima a porte chiuse con i senior manager dei maggiori investitori privati e istituzionali della City e la seconda davati ai giornalisti delle maggiori testate europee. Avendo avuto la fortuna di partecipare a entrambe posso subito accennare che i contenuti (e il tono) di entrambe sono stati  gli stessi. La sola differenza è che gli investitori hanno evitato le solite stucchevoli domande su Berlusconi.

Monti ha esordito, con l’aplomb professorale che lo contraddistingue, enunciando i risultati conseguiti dal suo governo nei primi sessanta giorni di mandato. Innalzamento dell’età pensionabile, lotta all’evasione e raggiungimento per il 2012 di un avanzo primario previsto al 5% del PIL. Ha poi proseguito annunciando il suo programma per il “rilancio della crescita” in tre punti: infrastrutture, liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro. Delle tre si è soffermato soprattutto sulla seconda sottolineando, in virtù del suo passato di commissario europeo alla concorrenza, come il tema dell’apertura dei mercati sia la chiave dello sviluppo.

Parlando dallo stesso palco da cui in mattinata il sottosegretario inglese al Tesoro Mark Hoban aveva incitato la Commissione Europeaa non cadere vittima delle pressioni della politica nel suo mandato di garante del Mercato Unico, Monti ha dichiarato che proprio dall’eliminazione dei privilegi corporativi e dall’abolizione delle barriere all’ingresso nel mercato nascerà la spinta alla crescita che sola permetterà al nostro paese di riconquistare la fiducia dei mercati. Dichiarazioni che lasciano ben sperare, nonostante la marcia indietro fatta su diversi punti del decreto sulle liberalizzazioni e il sapore dirigista di alcune sue clausole in particolare quelle sulla regolamentazione dell’offerta di servizi.

Ma quel che è stato interessante osservare era l’atteggiamento, rigoroso e preparato, del Presidente del Consiglio di fronte alla platea di investitori e financial capitalists. Lo stesso Monti, che si è spesso lasciato andare a dichiarazioni popolari (per non dire populiste) contro gli speculatori finanziari e accusato gli “eccessi del capitalismo anglosassone”, ha spiegato, cappello in mano, perchè banche, fondi pensione e assicurazioni dovrebbero continuare a investire i soldi, propri e dei propri clienti, nei buoni del tesoro italiani. Con lo stesso spirito con cui ha fatto propria l’analisi di S&P che declassava ulteriormente il rating italiano, il professor Monti è tornato studente nel più importante degli esami: quello per la fiducia dei finanziatori del nostro debito.

In un momento di rara onestà della politica, che si manifesta solo quando questa è costretta alla dura prova della realtà, la narrativa degli avidi “capitalisti” forieri solo di instabilità sistemica e fautori della crisi ha lasciato il posto a una lucida analisi delle riforme di cui il nostro paese ha bisogno per rimediare a una situazione in cui si è, non costretto, cacciato. Che il “rinsavimento” della politica non duri solo il tempo della paura dell’esame ma accompagni anche il momento della legiferazione e del dibattito in aula è cosa che sta ora a Monti e al suo governo dimostrare.

Complici forse gli obblighi di ospitalità o lo spirito pragmatico delle domande l’immagine dell’Italia che si traeva dal discorso di Monti era quella di un laborioso e serio cantone svizzero. Del resto lo stesso Monti ha da subito diffuso un’immagine sobria e tecnica del proprio governo “del fare”. Ma mentre nel rating delle buone intenzioni conserviamo facilmente la nostra tripla A, Parlamento e paese sono ancora saldamente governati del partito trasversale dei rent-seekers o dovremmo piuttosto dire dei rent-holders. Questo non ci impedisce però di continuare a sperare che anche Monti faccia sua l’ironica chiusura dello sbrigativo discorso di Mr. Hoban, ex uomo d’affari consapevole di chi sia davvero a mandare avanti il paese: “I now leave you because you have a business to run and I have a country to interfere with”.


Autore: Winston Smith

Nato a Londra nel 1984. Un inglese a Bologna, per amore. Liberale, per scelta. Libertario, per natura.

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