Semilettera semiaperta al viceministro Martone

di MARIANNA MASCIOLETTI – “Se non sei ancora laureato a ventotto anni sei uno sfigato“.
Perbacco, dottor Martone, quanta veemenza.

Uno, così, senza saper né leggere e né scrivere (perché non è laureato, appunto), si ricorda quasi del Brunetta dei tempi d’oro, quello che dava dei fannulloni ai lavoratori statali di ogni ordine e grado, senza distinzioni, tutti quanti.

Ma poi fa un bel respiro, legge la precisazione sul suo blog (basta anche il titolo) e capisce meglio: lei, dottor Martone, se la prendeva specificamente con le persone che, pur potendosi permettere di studiare senza preoccupazioni particolari, ci mettono un tempo esagerato a laurearsi. Escludeva, invece, dalla sua invettiva coloro i quali, a rigor di vocabolario, sfigati, nel senso di sfortunati, lo sono veramente, avendo “problemi di famiglia o di salute” o di soldi che li costringono a mettere in secondo piano l’impegno universitario.

Per carità, niente da dire nel merito. Che “parcheggiarsi” all’università per una decina d’anni, senza prendere sul serio il proprio percorso di studi, sia una scelta improduttiva per sé e per la società in cui si vive è indubbio; che si debba sfatare “il mito secondo cui basta una laurea generalista a 28 anni per trovare lavoro” lo è altrettanto.
Che poi un ventottenne che si vanta di essere a quattro esami dalla laurea, con la media del 28/29, scriva sul sito di uno dei maggiori quotidiani italiani una frase come

mi capitò di ascoltare nei corridoi dell’Università le grida di una ragazza che arrabbiatissima perché non aveva avuto accesso alla borsa di studio nonostante vivesse con la sorella condividendone condizioni economiche e familiari e anche di rendimento didattico che, però, l’aveva ricevuta.

è, come dire, la miglior prova del fatto che qualche ragione, dottor Martone, lei ce l’abbia.

Nel metodo, però, qualcosa da eccepire ci sarebbe, tanto più nei confronti di uno che è stato il più giovane professore ordinario d’Italia.

Non mi fraintenda, dottor Martone, non voglio darle addosso pure io tirando in mezzo il suo essere “raccomandato”.
Viste le sue parentele, e visto che anche lei si autodefinisce “secchioncello”, non è difficile immaginare quante gliene avranno dette, dalle elementari all’università. “Raccomandato” sembra essere l’insulto più amato dagli italiani, a proposito o a sproposito. Pensi che, durante le scuole, lo dicevano persino a me, nonostante nella mia famiglia non si ricordino né esempi di ricchezza né figure di potere da almeno cinquanta generazioni: come vede, non servivano genitori altolocati, ma bastava essere una persona che, nonostante le circostanze fossero poco meno che disastrose, cercava di fare del suo meglio.

Lo so, dottor Martone, lo conosco lo stereotipo del secchione, e so quanto sia doloroso sentircisi ficcati dentro a forza. Uno che va bene a scuola, secondo la vulgata, non può anche avere una vita, dei pensieri autonomi, delle relazioni sociali soddisfacenti: dev’essere per forza quello con gli occhialoni e i vestiti fuori moda, incapace di farsi una risata, che ascolta solo astrusissima musica classica e non ha opinioni se non quelle che vogliono i professori. Un perfetto sfigato, insomma, o almeno così lo etichettano quelli che non raggiungono i suoi stessi risultati.

Questo tipo di “messaggio culturale”, per usare le sue parole, è generalizzante, spesso falso, stupido e controproducente, tanto più in un Paese come il nostro, trascinato sull’orlo del baratro, e forse anche oltre, a causa dell’incapacità dei suoi abitanti di riconoscere ed emendare la propria mediocrità.
Però, dottor Martone. Però, però. Le sembra che rispondere a una generalizzazione con un’altra sia proprio la via giusta per uscirne?

Le sembra che rigirare, come i bambini che fanno “specchio riflesso“, l’insulto di sfigato a chi procede a rilento nei propri studi sia il modo giusto di portare il dibattito su un piano che non sia quello delle eterne tifoserie contrapposte?
No, dottor Martone. Lei è una persona intelligente, e, a giudicare dal suo curriculum, se vuole ottenere qualcosa sa benissimo come fare. E’ inverosimile, quindi, da parte sua non capire che con un giovanilismo di maniera come quello dello “sfigato sarai te” non si va lontano.

Se si vuole veramente affrontare il problema della formazione universitaria in Italia, non basta parlare di “modelli culturali” da cambiare, ma bisogna rendersi conto della situazione nella sua interezza; non basta tirar fuori il nuovo stereotipo del ventottenne fuori corso e appiccicargli l’etichetta di “sfigato” a prescindere, ma bisogna tenere conto anche dei casi opposti. Casi come quello di Luca Pompei, un ragazzo ventunenne che, qualche mese fa, ha finito gli esami della laurea in Giurisprudenza in anticipo di quasi due anni: ebbene, la sua università, anziché fargli i complimenti e indicarlo a tutti come modello, gli ha impedito di laurearsi prima dei termini, trattandolo come un seccatore inopportuno.

Oppure casi come quelli che in molti conosciamo: giovani laureati perfettamente nei termini, che hanno investito nella propria formazione tutto il tempo, il denaro e le energie che avevano, ma che non trovano nessuna occasione di mettere a frutto il loro sapere e si vedono scavalcati da persone meno preparate ma più ammanicate. Giovani dottorandi con talento incalcolabile ma borsa di dottorato calcolabilissima, ed equivalente a zero, perché “non ci sono fondi”. Guarda caso, però, per il cugino della moglie del barone Taldeitali i fondi si trovano sempre.

E’ chiaro che, analizzando queste situazioni, occorre separare il grano dal loglio, ossia coloro che risultano davvero bravi, intelligenti e brillanti da coloro i quali credono soltanto di esserlo, e se la prendono col destino cinico e baro che non li ha fatti nascere figli di professori anziché col loro essere in realtà delle clamorose zappe (d’you know what “zappa” means, Mr Martone? Oh, sure you do). E’ chiaro anche che, al netto di situazioni personali oggettivamente gravi, una persona che a 23/24 anni si accorge di non aver fatto grandi progressi nella sua carriera universitaria farebbe meglio ad abbandonarla per saltare sull’ultimo treno in direzione “costruirsi una professionalità”.

Però, dottor Martone, abbia pazienza: la sparata fine a se stessa no, non basta. E rischia anche di essere ridicola, se a farla è uno che nel suo cursus honorum ci ha messo certamente moltissimo del proprio, ma altrettanto certamente ha sperimentato meno difficoltà del giovane italiano medio, spesso portato allo sconforto e alla disperazione da un sistema universitario burocratico e inefficiente, in cui l’unica salvezza appare il “conoscere qualcuno”.

E’ vero, è ipocrita e anti-meritocratico affermare che la colpa di tutti i fuori corso d’Italia vada ascritta all’università; ma sarebbe altrettanto ipocrita proclamare che l’università così com’è vada benissimo, che i baroni che non sanno accendere il computer siano solo una leggenda, che il tanto sbandierato “diritto allo studio” non sia ormai un mistero doloroso per penetrare il quale bisogna avere con sé un avvocato, tre commercialisti e un filologo romanzo (e uno germanico di scorta).

Ci faccia sentire le parole che vogliamo sentire, dottor Martone, quelle che in un’Italia in crisi sono quanto mai necessarie; ci dica che casi come quello di Luca Pompei non devono accadere più, che è ora di cominciare a pensare ad un diritto allo studio degno di questo nome e legato in misura maggiore al merito, che certo, è nell’interesse dello studente affrontare i suoi studi con impegno e serietà, ma è nell’interesse di tutta la società che questi studi si svolgano in luoghi e in modi che stimolino, e non che facciano passare il desiderio di approfondire il proprio sapere.

Ci dica che si impegnerà perché l’obiettivo di chi studia smetta di essere il “pezzo di carta” e diventi, invece, quello di conseguire una formazione di qualità; ci dia qualche ragione, possibilmente concreta, per non arrenderci alla mediocrità imperante, per convincerci che l’istruzione serve per diventare persone migliori, più complete, non solo perché le nostre mamme possano a loro agio rimirare quel bel diploma in cornice.

E, per favore, eviti di apostrofarci con termini da bulletto di quartiere di qualche lustro fa. Ne trovi altri: è in gamba, e il vocabolario non le manca.

 


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Semilettera semiaperta al viceministro Martone”

  1. lodovico scrive:

    in sintesi: gli studenti universitari, compresi quelli che lavorano, sono da annoverare fra i migliori possibili, date le condizioni dell’Università. Le colpe sono dei professori e dello Stato che non retribuisce gli studenti.

  2. Patrizia Tosini scrive:

    Tutto giusto e sacrosanto, cara Marianna. C’è un solo errore: Martone non va chiamato dottore, ma professore, visto che a soli 29 anni era già ordinario (un vero enfant prodige, non c’è che dire !). Certo, se si leggono i giudizi del concorso che lo ha reso idoneo all’ordinariato, ormai impazzanti in rete, qualche perplessità sul “secchioncello” raccomandato, “figlio d’arte”, sorge più che spontanea… Insomma, il professor Martone avrebbe fatto meglio a tacere, vista la sua troppo rapida e molto dubbiosamente meritocratica carriera.

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