(In) rovina (ma) di Stato

– La straordinaria ricchezza del nostro suolo non é solo materia per vanterie a vuoto, é anche una grande responsabilità per noi tutti. Quel patrimonio disseminato in lungo e in largo per il Paese ci impone di assicurarne la tutela, la salvaguardia, di garantirne la manutenzione. La vicenda del più grande anfiteatro del mondo romano, del monumento forse più famoso, il Colosseo, aiuta a capire le dinamiche ingessate che impediscono di uscire dall’immobilismo del recente passato e del presente. E’ una guida silenziosa ma efficiente nei meandri di un Paese che vive su Facebook e Twitter, mette a disposizione connessioni wireless, ma affronta questioni fondamentali con atteggiamenti poco propositivi, con una rigidità mentale che ostacola la realizzazione di operazioni altrimenti impossibili.

Il Colosseo, dunque. La tesi iniziale, inoppugnabile. Il monumento necessita di importanti interventi che non si limitino alla contingenza, al settore particolare. Il problema é il reperimento dei fondi necessari al complesso intervento. Le casse statali vuote o quasi. Il bando di gara deserto. La risoluzione é offerta da Diego Della Valle, pronto a mettere a disposizione 25 milioni di euro. Come dichiarato e sottoscritto alla fine del gennaio del2011 in una conferenza stampa, proprio all’interno del monumento, insieme al sindaco capitolino Alemanno e agli allora sottosegretari Letta e Giro.

Da allora un’infinita querelle sulla liceità del restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s, ancora ben lontana dal concludersi. All’inizio un dibattito acceso tra i sostenitori del “si” e quelli del “no”, tra chi, forse aprioristicamente, gridava allo scandalo e quanti, invece, più realisticamente, sostenevano la fattibilità dell’operazione. Poi, addirittura, l’esposto alla Procura e alla Corte dei Conti della Uilbac. Esposto basato sull’esistenza di risorse non spese delle quali disporrebbe la Soprintendenza archeologica (“82,7 milioni di euro”) e il ministero (“717 milioni”).  Seguito da nuove polemiche e dalla minaccia di Della Valle di rinunciare all’operazione. Eventualità  contrastata da più parti, con figure rappresentative come il sindaco Alemanno e il ministro Riccardi.  Più di recente il colpo di scena. Il passo indietro. Il ritiro dell’esposto da parte del sindacato, sorpreso dall’attacco scatenato dalla sua determinazione. Ma ecco entrare in scena il Codacons che, dopo il ricorso al Tar, presenta al tribunale “istanza di conciliazione”. Infine, per ora, l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, che ha avviato un’attività ispettiva sul monumento. Sulla quale un pronunciamento é atteso per il 25 gennaio.

Il Colosseo comela Villa Realedi Monza. Tentativi, al di là di scelte ideologiche, di prese di posizione asfittiche, di trovare un’alternativa. Non allo Stato di per sé, ma al becero, dannoso statalismo che, pur non offrendo le risorse necessarie alla sopravvivenza del nostro passato materiale si ostina, ciecamente, ad ostacolare qualsiasi altra cosa che non sia una sua diretta emanazione.  A mostrare le maggiori resistenze, almeno in questa circostanza, non é la politica, “il male di tutti mali” dei giorni nostri, come la descrive il vento forte dei disillusi. Anche perchè il ministro Ornaghi è deciso sull’argomento, “richiamando più cooperazione con chi può e vuole investire”. Naturalmente vigilando sul rispetto delle regole certe e salvaguardando l’obbligo costituzionale della tutela affidata allo Stato

Ad osteggiare, nella gran parte dei casi, l’intervento dei privati sono gli addetti ai lavori, i tecnici.  Adducendo timori di operazioni di marketing “troppo spinte”, di interventi che abbiano come esito finale riutilizzi, almeno parziali, degli spazi sponsorizzati per fini poco nobili. L’atteggiamento non episodico di fronte al “sostenitore” di turno é quello improntato alla diffidenza. Una diffidenza che permane anche quando il prosieguo delle operazioni dimostra come i benefici per il monumento o la struttura museale di turno siano evidenti. A fronte, certo, di ovvi e legittimi “ritorni” d’immagine, che per nulla ledono la loro originaria funzione, si potrebbe dire, la loro “rispettabilità”.

Di più, se possibile. In questo pervicace sforzo da parte degli ideologi del dirigismo statale ad allontanare qualsiasi denaroso privato che manifesta l’intenzione di fare investimenti su una qualche parte della nostra moribonda galassia dei beni culturali, si dimentica di guardare a quei Paesi nei quali operazioni di questo tipo sono addirittura incentivate. Ad esempio con una politica di detrazioni fiscali. In Italia, invece, si continua a preferire che la situazione oltrepassi il livello di guardia. L’importante é che quel che crolla o che minaccia di farlo, così come le strutture museali che necessiterebbero di nuovi allestimenti, rimangano di Stato. Muoia Sansone con tutti i Filistei!

Eppure durante l’antichità greca e romana l’evergetismo, cioé la pratica da parte dei privati, di donare alla collettività i propri beni, di contribuire al restauro o alla realizzazione ex novo di opere di diverso tipo, é ampiamente diffusa. Infinita é la lista di strade, acquedotti, teatri, terme, fori e molte altre tipologie di strutture nelle quali, come documentato dall’epigrafia,la Res Pubblica, l’Imperium, lo Stato, erano soltanto il beneficiario finale. Così, in Italia – nel28 a.C. – C. Calvisio Sabino e M. Valerio Messala Sabino utilizzarono i frutti del bottino spagnolo e gallico per restaurare la via Latina nell’attraversamento del territorio di Aquinum. Ma anche, pochi decenni dopo, le opere di pavimentazione di un tratto di strada urbana a Parma e del foro di Veleia si debbono all’intervento di Q. Munazio Apsirto e di L. Lucilio Prisco. E spostandosi nel mondo asiatico ci s’imbatte in due esempi illustri, comela Biblioteca di Celso ad Efeso e il Traianeum di Pergamo.

Esempi concreti dell’intervento del singolo a favore della collettività. Strumenti, non di rado, per accrescere il proprio consenso. Spot pubblicitari che non riempivano di manifesti i muri delle città, ma che in maniera molto più discreta, ma non meno efficace, dotavano di servizi i centri urbani, potenziavano la rete delle infrastrutture sul territorio “nazionale”. Considerando poi che il contributo alla realizzazione di strutture ed infrastrutture “statali” poteva far conto non soltanto ad interventi di evergetismo politico, ma anche  ad impegni di summae honorariae, cioé su interventi finanziari necessari per l’elezione alla carica. Non é ininfluente ricordare che tali somme erano indirizzate dagli statuti urbani in costruzioni su suolo pubblico, finalizzate all’abbellimento dell’edilizia monumentale cittadina. Insomma i privati nel loro complesso, compresi quelli con aspirazioni politiche, concorrevano concretamente a costruzioni e ricostruzioni di elementi di città  e territori. Senza che il potere centrale, i suoi più alti rappresentanti, gridassero allo scandalo. Forse non é possibile riproporre in toto un modello del lontano passato. Ma sarebbe, probabilmente, errato fare tabula rasa.

Questo bagaglio di esperienze che il grande pubblico può non conoscere, ma che i tecnici, quegli stessi che contrastano l’ingresso di sponsor, hanno il dovere di acquisire, di farne patrimonio del proprio sapere, sembra essersi smarrito. Perso nel procedere della storia del Paese. Si é perduto il ricordo di come, spesso, ad esempio nell’antichità, il privato non abbia costituito una semplice alternativa allo Stato. Sia stato a tutti gli effetti un qualcosa in più. Come nel caso dell’Asia Minore, dove a fronte di un numero di interventi sostanzialmente analogo, é stata riscontrata una qualità più alta nelle realizzazioni sostenute dai privati. Con il marmo policromo che appare nelle terme del porto di Efeso, ma anche in centri più interni come Labraunda, il quale costituisce il carattere distintivo delle più costose opere a finanziamento privato.

Osteggiare chi abbia i mezzi per provvedere ai nostri monumenti, cercando come é ovvio e naturale, un “ritorno”, che é doveroso verificare sia lecito, é grave. Perché contribuisce, indirettamente, alla loro rovina. Quindi assume una valenza ancora più negativa quando ad ostacolare operazioni che per il monumento di turno costituiscono a tutti gli effetti un salvataggio, é un rappresentante delle istituzioni delegato alla loro tutela e valorizzazione. Nell’Italia dell’illegalità che lascia lo spazio a devastazioni di vario tipo, soprattutto nei territori, ma anche nelle città, proliferano i Cetto La Qualunque che piantano gli ombrelloni sulle rovine. Non sono macchiette, alle quali il cinema ha dato visibilità ma, sfortunatamente, tranche de vie. Drammaticamente, e forse, in maniera molto meno scontata, mentre La Qualunque osserva soddisfatto i suoi ombrelloni, dalle scrivanie dentro qualche ministero o Soprintendenza qualche solerte funzionario statale, é intento ad avversare uno sponsor che scongiurerebbe nuove distruzioni. Preferire che un monumento si deteriori, magari si distrugga, purché sia per intero dello Stato, financo nella sua gestione, é qualcosa più che una follia, é un’aberrazione. Le rovine di Stato rischiano di portare ad una situazione nella quale lo Stato sia in rovina. Almeno nel settore dei Beni archeologici.

Capire che bisogna aprirsi al nuovo (che poi è antico come i monumenti che bisogna salvare) non é un vezzo né una debolezza. E’ una necessità. Per tutti.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “(In) rovina (ma) di Stato”

  1. marcy rossi scrive:

    Bravo Manlio!!! Anche io, ai miei esordi universitari, tentai di laurearmi in archeologia medievale, con il Professor Lamboglia, ma dopo che lui morì in un incidente, dirottai su Storia Agraria Medievale. Ricordo con piacere gli scavi al “Priamar” di Savona alla ricerca delle vestigia dell’incendio di Rotari e le ore passate nei meandri dei vecchi palazzi di Sarzano, qui nel centro storico di Genova ad archiviare reperti… bei tempi! Grazie!

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