Fermare i Forconi con la Legge, riunire l’Italia con la Politica

di LUCIO SCUDIERO Temo che Massimo Crepaldi, il camionista ucciso dalla manovra improvvida di una esasperata collega tedesca alle porte di Asti, purtroppo non rimarrà l’unica vittima dell’ondata di ribellismo che ha scosso la Penisola. Sotto le grandi gomme dei Tir in blocco su larga parte della Penisola giace l’Italia. Quel Paese che centocinquant’anni fa raggiungeva l’unità, si dotava di istituzioni moderne ed entrava, nel volgere di qualche decennio, nel consesso delle grandi nazioni occidentali. Quel Paese che, intero, intraprese due guerre mondiali, ne uscì diviso e si scannò al suo interno, ma poi si riunì e si scannò ancora, per poi riappacificarsi una volta in più. Quel Paese lì non c’è più, e anzi a volte pare che non vi sia proprio più alcun Paese, dentro i confini dello Stivale.

In fondo probabilmente è per questo che non esiste categoria o gruppo sociale che Iddio abbia mandato nella terra dello Stivale a cui freghi qualcosa dell’andazzo comune. Ed è per questo che, dai tassisti ai farmacisti, passando per gli avvocati e i benzinai, per finire ai contadini e agli autotrasportatori con la forca, dovunque uno volga lo sguardo non vede altro che monadi dedite al “fiat iustitia (mea) pereat mundus”.

Nel Paese che non c’è nemmeno le regole esistono, ora soppiantate dal particolarismo corporativo, ora irrise in ciò che il filosofo giuspositivista Hans Kelsen riteneva il proprium delle norme giuridiche, cioè il momento della sanzione.

I camion messi di traverso alle uscite delle autostrade, che lasciano in brache di tela una regione intera e altrettanto promettono di fare per le restanti diciannove, perpetrano l’ingiustizia perché non temono il diritto. In Italia comanda chi è più disinibito a violare le regole.

Quella dei Forconi (ma anche dei taxi) è una sfida al monopolio statale della coercizione più che una protesta politica. Mette in discussione la capacità di reazione dei presidi legali e istituzionali del Paese di fronte all’arbitrio di una minoranza organizzata. E questo è un tentativo di prevaricazione che, per quante simpatie possa o voglia nutrire per una piattaforma politica antifiscale e apparentemente produttivista, mi preoccupa. Come è vero che a un liberale, immune da certi fanatismi anarco-libertari, l’efficienza della reazione legale dello Stato di fronte alla rottura dell’ordinamento giuridico pubblico debba stare a cuore non meno che la tutela dei diritti di libertà individuale (e proprietà privata), soprattutto quando la prima è in un certo qual modo la “condizione di procedibilità” dei secondi.

Per questa ragione i Tir e i taxi in rivolta non sono una faccenda di diritto sindacale bensì di ordine pubblico. Non è uno sciopero, perché a quanto risulta non si tratta di un’agitazione collettiva indetta da lavoratori subordinati contro datori di lavoro. E se lo fosse, qualcuno dei partecipanti dovrebbe spiegare come e perché abbia creduto di poter eludere la normativa in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali, che prescriverebbe un preavviso di almeno quindici giorni alla Commissione di garanzia e modalità tali da non compromettere il godimento di diritti della persona costituzionalmente tutelati, senza dubbio lesi dalle proporzioni della protesta, che in Sicilia ha cagionato penuria di generi di prima necessità, finanche dell’ossigeno per gli ospedali, come notava Marianna Mascioletti su Libertiamo qualche giorno addietro.

Si tratta piuttosto di una serrata, non tipicamente disciplinata e passibile di sanzioni sul piano privatistico per gli inadempimenti contrattuali che ha generato: il vettore che non dispaccia le merci rompe il sinallagma contrattuale che lo lega al cliente da rifornire. Ovviamente, non è su questo piano che vanno valutati gli interessi e i valori in gioco, a maggior ragione oggi che ci è scappato perfino il morto. Come pure insufficiente e riduttiva e la minaccia della precettazione sibilata dal Garante degli scioperi.

I Forconi si sconfiggono con la fermezza della Legge e il fascino di una prospettiva politica di medio periodo che sappia coinvolgere il Paese, come avvenuto in altre fasi cruciali della sua storia. Avremmo tutti buone ragioni per ribellarci oggi alle accise sui carburanti, come ne avremmo avute moltissime in tempi meno sospetti a rifuggire la logica dei sussidi pubblici, dell’irresponsabilità politica e della protezione  legale del privilegio. Non è accaduto e stavolta tra il niente e il troppo ci passa la malora del Paese. 


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Fermare i Forconi con la Legge, riunire l’Italia con la Politica”

  1. Bruno scrive:

    Non si puo’ riunire l”italia con la politica a meno che l’italiano non cambi mentalita’, attitudine e abbia piu’ senso dello Stato. Tanto per fare un esempio della differenza tra gli altri e noi, in altri paesi ti multano se getti una carta per terra, mentre in qualche citta’ italiana l’immondizia raggiunge i davanzali delle finestre e quasi viene accettata come una cosa normale.

    Si parla tanto di crisi, cerchiamo tutte le scuse possibili, invece bisogna assumersi le proprie responsabilita’.
    Una pessima amministrazione pubblica, corruzione, evasione fiscale, criminalita’ organizzata, raccomandazione, politica di sviluppo del meridione fallimentare, giustizia inefficiente, mercato del lavoro obsoleto, questi sono problemi tipicamente italiani e spetta solo agli italiani risolverli.

    I forconi? Un gesto plateale inutile.

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