Liberalizzare per superare il bipolarismo corporativo

– Il dibattito sulle proposte di liberalizzazione avanzate dal governo Monti è interessante per tanti versi ed in particolare perché ci sta rivelando quali siano – al di là delle ipocrisie – le vere polarità attorno alle quali ruota ormai la politica del nostro paese.

In questi anni tutti i partiti, di centro-destra e di centro-sinistra, si sono ammantati di grandi idealità ed hanno chiamato in causa principi e riferimenti culturali ideologicamente ben delineati. Il centro-destra berlusconiano ha fatto per anni del mercato, dalla libertà individuale e dell’iniziativa privata le proprie bandiere retoriche, tanto quanto il centro-sinistra ha straparlato di giustizia sociale, uguaglianza e solidarietà. Onestamente però – vista oggi – la dialettica destra-sinistra non sembra proprio quella tra fautori del libero mercato e sostenitori del progressismo e dell’uguaglianza sociale.

Che cosa ci sarà mai di “liberista” nell’opposizione del PDL all’allargamento delle licenze per farmacie o tassisti? O all’abolizione delle tariffe minime per i professionisti? O alla liberalizzazione degli orari e dei saldi degli esercizi commerciali? E che cosa c’è di “solidarista” della difesa tetragona che fa il PD dell’illicenziabilità dei dipendenti pubblici e di una buona fetta di lavoratori privati, per scaricare solamente su alcune fasce di “sfigati” la responsabilità di assicurare la flessibilità dell’intero sistema?

Nei fatti, sul piano concreto, il dibattito politico appare sempre meno ancorato a quei valori che ciascuna delle due parti politiche astrattamente rivendica come caratterizzanti e discriminanti e sempre più legato invece alla contrapposizione di interessi di categoria. Insomma il bipolarismo italiano sembra più che altro fondato sul dualismo tra lavoro autonomo e lavoro dipendente. Da una parte e dall’altra alcuni interessi organizzati con la relativa rappresentanza politica.

Così nell’attuale quadro italiano le liberalizzazioni non sono di destra e le tutele non sono di sinistra. Sono di destra le liberalizzazioni per alcuni e le tutele di altri. Sono di sinistra le tutele di alcuni e le liberalizzazioni per altri. Sembrano davvero in pochi in questo momento quelli che ispirano la propria politica non a considerazioni settarie, bensì ad una visione ideale giusta o sbagliata, ma che comunque abbia una valenza generale.

In qualche misura va dato atto all’attuale esecutivo di voler provare a tracciare un percorso di riforma con un minimo di coerenza. Tuttavia se un errore Monti ha fatto è quello di operare in due tempi sul terreno delle liberalizzazioni – agendo prima sul lavoro autonomo e poi sulla riforma del mercato del lavoro dipendente. Non perché muoversi qualche settimana prima o qualche settimana dopo cambi sostanzialmente le cose, quanto perché si contribuisce ad accreditare l’idea che la liberalizzazione di taxi e farmacie e la flessibilità dei lavoratori dipendenti siano due questioni separate, che rispondano a logiche politiche diverse o persino “opposte” – la prima in qualche modo “di sinistra” e la seconda invece irrimediabilmente “di destra”.

No, la battaglia per la liberalizzazione è una sola e la ragione per cui si devono sopprimere le posizioni di rendita nel lavoro autonomo è la stessa per cui si devono eliminare nel lavoro dipendente. Sicuramente ne è convinto l’attuale premier, che però dovrà impegnarsi nelle prossime settimane a spiegarlo con più chiarezza al paese. Lo capisce, su sponda opposta, un comunista come Marco Rizzo, che le liberalizzazioni le contrasta tutte ed invita tassisti, benzinai ed operai ad unirsi nella stessa lotta.

In maniera diversa si comportano i grandi partiti che, al contrario di Monti e di Rizzo, hanno l’obiettivo di farsi votare nel 2013. Per questi la strategia appare oggi sempre più quella di farsi “sindacato” di una parte del paese per difendere le posizioni acquisite, nominalmente a vantaggio di tutti, ma in realtà a vantaggio solo di alcuni gruppi ed a spese del resto della cittadinanza.

Il PDL sceglie in modo evidente di difendere gli “insider” del lavoro autonomo con alte barriere all’ingresso che tengano fuori chi sta fuori – e questo è il dato concreto che conta di più di qualsiasi richiamo astratto al libero mercato. PD e IDV scelgono di difendere gli “insider” del lavoro subordinato, proteggendo il loro posto fisso contro la concorrenza dei lavoratori non garantiti – e questo è il dato concreto che conta di più di qualsiasi richiamo astratto alla solidarietà.

Dato che, come sappiamo, benefici concentrati (cioè le politiche di tutela) sono molto più “visibili” di svantaggi distribuiti (i costi di tali politiche), non c’è dubbio che la scelta sindacato-corporativa sia perfettamente efficiente in un’ottica elettorale, quanto, purtroppo, economicamente e moralmente devastante in termini più complessivi. Se Mario Monti vorrà portare avanti un programma di rinnovamento del paese di taglio liberale si troverà inevitabilmente a scontrasi con questo nostro bipolarismo degenerato. Se avrà il coraggio di tenere duro e se uscirà vincitore, incidentalmente contribuirà anche a ricondurre la politica ad una dimensione più nobile, quella della competizione tra le idee.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Liberalizzare per superare il bipolarismo corporativo”

  1. Andre scrive:

    In linea di massima sono d’accordo con te, però distinguiamo i vantaggi reali di una liberalizzazione da quelli propagandistici. Perchè se diciamo che liberalizzare fa crescere l’economia dobbiamo portare dati a sostegno, non dire che l’importante è far crollare le posizioni di rendita, quasi come per ripicca. Non entro nel merito di taxi e farmacie ma ne faccio un discorso in generale.

Trackbacks/Pingbacks