Categorized | Economia e mercato

Inutile nasconderli, i debiti della PA sono il segreto di Pulcinella dei mercati finanziari

– I pagamenti che le amministrazioni pubbliche debbono ancora a moltissime imprese fornitrici di beni e servizi hanno raggiunto la cifra record di 80 miliardi di euro. Sorvoliamo sulle ragioni che hanno portato ad accumulare tale debito, e che dipendono dalla pratica quanto mai scorretta, assunta ormai da anni dalla PA, di ritardare oltre modo i pagamenti nei confronti delle piccole e medie imprese fornitrici. Lo Stato italiano, quanto a ritardi nei pagamenti, non scherza affatto! È in coda alla classifica europea. E negli ultimi due anni la situazione è anche peggiorata, a dispetto della crisi. Parlano chiaro i dati relativi allo european payment index, dai quali si evince che il ritardo medio di pagamento in Italia è passato da 40 giorni nel 2008 a ben 86 giorni nel 2010 (oltre il doppio rispetto al settore privato), a fronte della riduzione registrata per esempio in Spagna, dove si è passati da 145 giorni nel 2008 a 65 giorni nel 2010, e ai livelli decisamente più civili di paesi come la Germania (appena 11 giorni nel 2010), il Regno Unito (19 giorni) e la Francia (21 giorni). La media europea è di 27 giorni di ritardo. Quello di 86 giorni, poi, è un ritardo medio riferito a tutti i creditori. In alcuni settori, come per esempio gli appalti per lavori pubblici, le imprese debbono attendere mediamente un ritardo di oltre 150 giorni. E comunque si registrano punte massime di ritardo che superano anche i 500 giorni!

Moltissime piccole e medie imprese, di fronte a questo comportamento, si trovano di fatto nella posizione di captive supplier dati i costi esorbitanti connessi alle procedure giudiziali ed extra-giudiziali di recupero dei crediti, e debbono perciò subire un sistematico drenaggio di liquidità che si ripercuote inevitabilmente sulla loro attività di investimento e quindi sul complessivo andamento dell’economia. Secondo alcune stime, che includono nel computo i tempi impiegati nei solleciti di pagamento, le spese giudiziarie comprese di compenso ai legati esterni o alle società di recupero crediti, nonché i finanziamenti bancari aggiuntivi da richiedere per fare fronte alle esigenze di liquidità, la PA che ritarda i pagamenti pone a carico delle imprese un costo complessivo annuo di circa 10 miliardi di euro. Dare soluzione a questo problema significherebbe innanzitutto dare una bella boccata di ossigeno all’economia italiana. E poi, cosa di non poco conto, dare attuazione a precise direttive europee emanate con l’obiettivo proprio di diminuire i tempi di pagamento delle amministrazioni pubbliche (es. la direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011, la risoluzione del Parlamento europeo del 20 0ttobre 2010 e infine la comunicazione della Commissione europea COM 2010 (712) “Reaping the benefits of electronic invoicing for Europe”).

Questa situazione richiede un intervento urgente. Ridurre drasticamente i tempi di pagamento ed abbattere in modo consistente lo stock dei pagamenti pregressi che si sono accumulati non ha soltanto delle buone ragioni economiche. È un vero e proprio fatto di civiltà. Non manca tuttavia chi sostiene che facendo emergere questo debito “nascosto” si rischia di destabilizzare il mercato dei titoli di Stato, causa l’automatica crescita del debito pubblico. Ma l’argomento non convince del tutto.

È evidente che le agenzie di rating e soprattutto i mercati sono a conoscenza che il debito pubblico italiano, riportato nei documenti ufficiali del ministero dell’economia e delle finanze in circa 120 punti di PIL, dovrebbe in verità essere cifrato a 125 punti di PIL. Che insieme ai titoli del tesoro, alle obbligazioni e ai mutui di regioni ed enti locali ci sono altri 80 miliardi di euro ancora dovuti dalle amministrazioni pubbliche a imprese fornitrici per il pagamento di beni, appalti e servizi, è cosa ben nota.

Tanto per fare un esempio, allora, è utile rifarsi a quanto è accaduto proprio nei giorni scorsi. La decisione di Standard & Poor’s di abbassare in un colpo solo il rating del debito pubblico sovrano dell’Area euro e quello del fondo “salva stati”, escludendo dal declassamento soltantola Germania, ha destato indubbiamente molto scalpore. Il rating del debito pubblico italiano è stato abbassato di ben due posizioni e si attesta ora a livello BBB+.

In molti avranno trovato sorprendente, però, come di fronte a tale evento i mercati finanziari non abbiano registrato alcun movimento anomalo, e che il famigerato spread tra i nostri BTP decennali e gli omonimi bund tedeschi sia rimasto sostanzialmente stabile, mantenendosi addirittura sotto la temuta quota 500. Ciò è invece abbastanza logico, visto che il declassamento operato da Standard & Poor’s si riferisce a elementi, dati e informazioni che ormai i mercati hanno già, come si dice nel gergo finanziario, scontato da tempo. E la decisione dell’agenzia di rating americana si pone di fatto come la formalizzazione di un stato di fatto ben noto agli investitori e agli operatori finanziari di tutto il mondo. Una decisione poco più che formale, dunque, la cui portata è di carattere esclusivamente politico – mediatico.

L’informazione sul debito delle amministrazioni pubbliche verso le imprese fornitrici era scontata nello spread e nel rating molto prima dell’ultima decisione di Standard & Poor’s. Il declassamento della scorsa settimana, infatti, è per lo più una risposta alle perduranti incertezze dell’Europa sulla gestione della crisi finanziaria. Invece, i nostri 80 miliardi di euro erano già dentro il rating quando contemplava ancora più di una A. Questo vuol dire che, con ogni probabilità, rendere quel debito trasparente ed esplicito, e smettere di trattarlo come la polvere sotto il tappeto o il segreto di pulcinella, non avrebbe effetti devastanti sui mercati. Tanto più se l’operazione avviene con gradualità, con soluzioni alternative a quella del pagamento immediato con denaro liquido (es. sostituendo il credito con titoli pubblici a breve termine), e soprattutto se essa viene inquadrata nell’ambito di una strategia credibile di riduzione del debito nel medio periodo. Nessun fulmine a ciel sereno sconvolgerebbe, perciò, il mercato dei titoli pubblici. Ma senz’altro si renderebbe giustizia e si ridarebbe fiato a una miriade di piccole e medie imprese italiane fiaccate dalla crisi.


Autore: Amedeo Panci

Nato a Roma nel 1966, esperto di economia e politiche pubbliche. Ha svolto la sua attività prevalentemente presso osservatori e centri studi pubblici e privati, tra cui la Commissione tecnica per la spesa pubblica del Ministero dell'economia e delle finanze e il Centro studi di Confindustria. Ha coordinato le attività di ricerca del centro studi Economia Reale. Ha lavorato come esperto presso gli uffici di diretta collaborazione del Ministero dell'economia e delle finanze. E' stato responsabile legislativo del gruppo parlamentare di Futuro e Libertà al Senato della Repubblica. E' consulente economico giuridico del gruppo parlamentare API-FLI per il Terzo Polo e della VI Commissione permanente Finanze e Tesoro del Senato della Repubblica.

2 Responses to “Inutile nasconderli, i debiti della PA sono il segreto di Pulcinella dei mercati finanziari”

  1. Andrea de Liberato scrive:

    complimenti, interessantissimo!

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] conteggiati nei limiti delle emissioni nette dei titoli di Stato indicati nella legge di bilancio. Un ottimo articolo di Amedeo Panci qualche giorno fa su Libertiamo segnalava tra le altre cose i vantaggi del’operazione per le imprese. Con questo articolo mi […]