– Il decreto liberalizzazioni prevede una mezza apertura al mercato nel campo della gestione collettiva dei diritti d’autore. La nuova disposizione si limita però a recintare uno spazio di libertà per i diritti connessi degli artisti interpreti ed esecutori, tenendo fuori da questo nuovo mercato gli autori. Una rivoluzione per i primi, una delusione per i secondi. Un tempo i diritti degli artisti interpreti ed esecutori erano tutelati dall’IMAIE, estinta con decreto del prefetto di Roma nel 2009. Oggi vivono in un limbo incerto, tra la tutela dell’SCF, governata dai produttori fonografici, e il monopolio SIAE, a cui possono conferire un mandato che non equivale all’iscrizione e che non riconosce al mandante i diritti di partecipazione riservati ai soci. Secondo quanto previsto nel testo approvato dal governo, un decreto attuativo stabilirà le condizioni e i requisiti per svolgere l’attività di intermediazione di questi diritti.

Uno spazio di libertà per gli artisti che significa molto. Una conquista importante per quanti potranno rivolgersi a soggetti più efficienti per la gestione collettiva dei propri diritti.

Il monopolio Siae è scalfito, ma trattiene sostanzialmente la posizione di rendita più importante: il campo dei diritti d’autore. A pagare caro il mantenimento di questo diritto d’esclusiva saranno i consumatori, oltre che gli iscritti. I locali, la radio, le televisioni, gli esercizi commerciali dovranno comunque rivolgersi alla Siae per trasmettere musica al pubblico e dovranno sottostare ai prezzi imposti dalla Società.

La Siae ha tassi di inefficienza sconosciuti all’estero (per questo e altri aspetti si veda “L’intermediazione dei diritti d’autore”, IBL Briefing Paper n.89 – PDF). L’inefficienza del monopolio costa agli artisti e ai consumatori oltre 13 milioni di euro all’anno, nel solo settore della musica (ma la Siae si occupa anche di teatro, opere letterarie, pittura etc.). Nel 2010, a fronte di incassi dalla vendita di licenze per 554,3 milioni di euro, ha registrato costi amministrativi per 203,9 milioni di euro. Il 2010 si è chiuso con una perdita di 27 milioni di euro, nonostante il legislatore sia intervenuto introducendo una tassa per la copia privata che ha portato 52 milioni di euro alle casse della Siae.

Tra le cause del dissesto finanziario, gli alti costi del personale (1346 addetti), che ammontano a 92 milioni di euro; ma anche il ricorso di metodi di monitoraggio antiquati e inefficienti, una gestione allegra del fondo pensioni, che ha gravato per circa 7 milioni di euro all’anno negli ultimi cinque anni. Anche le ultime operazioni, volte a raddrizzare i conti, si sono dimostrate fallimentari: la dismissione del patrimonio immobiliare accumulato nel tempo ha portato alla cessione a 260 milioni di euro di stabili del valore di mercato pari a 463 milioni di euro.

Gli autori vantano crediti per oltre 800 milioni di euro dalla Siae. L’esito fallimentare della scelta monopolistica dovrebbe indurre il legislatore a intervenire con più coraggio, permettendo a nuove società e associazioni di svolgere le attività di gestione collettiva dei diritti d’autore oggi esercitate dalla Siae.

Se la norma non verrà modificata, i benefici che la mezza liberalizzazione concederà agli artisti interpreti ed esecutori, i quali troveranno senz’altro un soggetto più efficiente a cui rivolgersi, saranno in parte vanificati dalla rendita di posizione che comunquela Siaefarà pesare sui consumatori. Questi ultimi rischiano di dover pagare una licenza in più per avere gli stessi servizi, se i nuovi intermediari non potranno far concorrenza alla Siae nella tutela dei diritti d’autore.