di SIMONA BONFANTE – Che interessi difende la Lega? È questa la domanda. Non se il populistico alimentare le paure della gente, propagandando cortocircuiti logici – tipo: ius soli uguale invasione di negri – sia una strategia elettoralmente premiante o no. E neppure se Berlusconi – che di populismo è maestro – si deciderà infine ad appaiarsi al compagno di ospizio nell’inchino al parassitismo strutturale che arena la nave Italia, pur di impedire al professor Monti di portare a compimento – lui, il bocconiano cosmopolita dall’eloquio raffinato, la visione lunga, la competenza raramente reperibile nel personale politico di secondo-repubblicana creazione – la rimozione di buona parte degli ostacoli alla crescita ed alla mobilità sociale che ci hanno reso un paese a maggioranza cadaverica – e va da sé che, al cadavere, dei bisogni dei vivi freghi poco.

La questione – quali interessi difende la Lega – in realtà non trova più risposta nella costituency – politica, economica, geografica – del movimento padano. Nel senso che una sua base politico-sociale, la Lega, non ce l’ha più. Ha un bacino di interessi individuali e corporativi da ibernare; ha un potenziale di nuovi, ma artificiali, interessi da coltivare. Ha un terreno – il conservatorismo parassitario – già ampiamente battuto, ma pur sempre fecondo, dal quale sperare di raccattare ancora qualcosa.

Nel caso della Lega c’è un’evoluzione recente che ha portato questo partito a essere opposto al governo che presiedo. Ma molte cose che stiamo facendo rispondono alle istanze originarie della Lega, come quelle di dare impulso alle piccole imprese, alle liberalizzazioni, ad una maggiore concorrenza”.
Il milanese Monti, che ieri a In mezzora arriva addirittura a confessare primordiali simpatie per il movimento nordista, tocca sostanzialmente il punto.

Quella Lega lì, la lobby dei produttori nord-based che si batteva contro i parassitismi variamente declinati nelle molteplici articolazioni pubblico-corporative, è diventata ‘il’ parassita; lei – la Lega – la zavorra terrona. Non da ora, in verità. Ché è la Lega che ha perorato la causa anti-liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. In nome di chi? Degli imprenditori padani? Di quelli che, nel nord produttivo, del dinamismo di mercato hanno fatto infrastruttura di sviluppo personale e collettivo? O piuttosto in nome della più terrona delle consuetudini – il pascersi diffuso nel poltronificio ladrone?

La capacità dell’Italia di collocare i propri prodotti sui mercati internazionali dipende dalla “produttività totale dei fattori, come le infrastrutture, i costi delle materie prime, il costo del lavoro, il fardello della burocrazia” – constata ancora l’ex Presidente della Bocconi. E la produttività della totalità dei fattori è esattamente l’obiettivo che “l’infame governo Monti” persegue.

Orizzonte eminentemente padano-friendly – si direbbe. Ed infatti lo è. E dovrebbero rifletterci, gli elettori ancora animati dall’originario spirito libertario leghista. Quelli che un mercato regolato ma senza corsie privilegiate alle auto blu dei protetti significa sviluppo – reale, contingente. Quelli che partire è diritto di tutti, ma arrivare no, non è un diritto: è un’opportunità che solo chi merito ha la capacità di cogliere. Quelli che il terronismo è un esprit de morte, non una diversamente declinabile assicurazione sulla vita politica di chi, della politica – e della sua auto-indotta vocazione all’irresponsabilità – ha fatto mestiere. E non lo è neanche sul piano sociale, ché di terronismo, la società muore.

Che ci riflettano i padani che chiedono per sé solo libertà di produrre e beneficiare della ricchezza prodotta: chi è oggi in Italia che ambisce davvero a tutelare i loro interessi?