Né col Dio Po, né con i forconi

di MARIANNA MASCIOLETTI – Da qualche giorno i media riportano immagini e storie di una Sicilia nel caos: il cosiddetto “Movimento dei Forconi” blocca le strade, le autostrade e le (peraltro poche) ferrovie, impedendo comunicazioni e rifornimenti.

Ancora prima, sui vari social network, molti utenti avevano cominciato a diffondere le notizie della protesta, con toni tra il cospiratorio e l’entusiastico: “E’ iniziata la nostra Primavera Araba e nessuno ne sa niente”, “In Sicilia il popolo fa la rivoluzione e la stampa lo censura”, “La Sicilia si ribella alla Casta e a La Prova del Cuoco non ne parlano: è un complotto” e simili.

Iniziata da “agricoltori, pastori, allevatori stanchi del disinteresse quando non del maltrattamento da parte delle istituzioni” (sic) , portata avanti dagli autotrasportatori siciliani per protestare contro il costo della benzina (nell’isola ancor più elevato che nel resto d’Italia), la rivolta ha poi coinvolto anche persone non appartenenti a queste categorie, che si sono unite protestando più genericamente contro il carovita e la manovra del governo Monti. Addirittura, alcune parti del movimento portano avanti bellicose istanze indipendentiste e secessioniste.

Alcuni dei problemi che vengono posti sono certamente condivisibili (anche se, potrebbe far notare qualche malizioso, pare strano che le rivolte su questioni sistemiche presenti da almeno sessant’anni siano esplose con questa virulenza solo adesso, proprio adesso); tuttavia, come spesso accade in Italia, le modalità della protesta non lo sono affatto.

Per evidenziare i vecchi problemi, il Movimento ha pensato bene di crearne di nuovi e più gravi; per portare l’attenzione su un’economia in ginocchio, non ha trovato di meglio da fare che abbatterla definitivamente.
I negozianti che decidono di tenere, nonostante tutto, aperta la bottega vengono invitati (gentilmente, per carità) a chiudere, mentre le forze dell’ordine appaiono impotenti a contrastare il fenomeno.
I furti di benzina stanno diventando sempre più frequenti, l’ossigeno per gli ospedali non arriva, le ambulanze sono a secco di carburante, nella città di Gela i rifiuti non vengono raccolti da cinque giorni perché i camion della nettezza urbana non possono raggiungere la discarica; insomma, questo movimento nato per liberare la Sicilia la sta invece rendendo sempre più prigioniera di se stessa, dei suoi problemi e delle sue croniche inefficienze.

Il Movimento dei Forconi si definisce democratico, popolare, addirittura “la vera politica”: nei fatti, però, non fa altro che mettere in pratica la legge del più forte, senza prendersela con un obiettivo definito, ma scaricando le conseguenze della propria protesta su tutti quanti indistintamente. La sua arma è fondamentalmente il ricatto, il “vi blocchiamo le strade finché non fate quello che vogliamo noi”, e non è affatto detto che quel che vogliono loro rappresenti un miglioramento per tutti, o comunque per una maggioranza di italiani.

Tutti noi vorremmo pagare di meno la benzina, vorremmo un’economia migliore, stipendi più alti, servizi di buon livello, un carico fiscale più sostenibile. Tutti noi, però, dovremmo sapere che questi obiettivi, in uno Stato che voglia dirsi libero e democratico, non possono essere privilegi che alcuni ottengono a spese di altri, col ricatto e la sopraffazione, ma dovrebbero essere alla portata di tutti i cittadini, e forse lo sarebbero, se ci decidessimo a ridurre e riorganizzare in maniera sostanziale la spesa pubblica.
Ai Forconi, invece, pare che della spesa pubblica non importi gran che, purché una parte di questa venga destinata a loro sotto forma di sussidi, contributi europei, sgravi fiscali; e, pur definendosi gli unici che fanno la “vera politica”, i loro rappresentanti non disdegnano un incontro con i vertici di quella romana, anche se (evidentemente, secondo loro) “falsa” e tendenziosa.

Nihil sub sole novi, insomma. Ancora una volta, in Italia, le istanze demagogiche di una minoranza forte, prepotente e organizzata tengono in scacco una maggioranza di cittadini sempre più stanchi e delusi; ancora una volta il populismo, lungi dal risolvere i vecchi problemi, si fa sentire e si impone all’attenzione creandone di nuovi. Stavolta il fenomeno comincia dal sud e non dal nord, si rifà ai Vespri Siciliani e non alla Lega Lombarda, ma la sostanza è sempre la stessa: straparlare di indipendenza e secessione sapendo benissimo di non poterle realizzare, e usare vaghe minacce di “guerra civile” come spauracchio per ottenere non riforme per tutti, ma un trattamento di favore per sé, in una situazione che rimane di totale iniquità.

A quest’Italia che sembra aver perso i mezzi, la capacità e forse anche la volontà di salvarsi, non abbiamo ricette miracolose da dare. Abbiamo però, come al solito, un autore da consigliare, e sì, è sempre lo stesso. Lo stesso che, nell’opera più odiata dagli studenti italiani, ha descritto quanto mai esattamente il nostro Paese e i suoi difetti cronici, tra cui quello fondamentale del populismo, dell’irrazionalità della massa violenta che vince quasi sempre sulla ragionevolezza dei singoli.

Sembra, leggendo i giornali dell’ultima settimana, di essere piombati nel pieno dei tumulti di San Martino, in cui la massa, convinta che dietro la carestia ci sia chissà quale complotto degli “incettatori”, dopo il rincaro del pane (seguìto a mesi di prezzi tenuti artificialmente bassi per legge) assalta i forni, distruggendoli, incendiandoli e portando via tutto quel che riesce a trovare. Il grido che ovunque si sente è “Viva il pane!” (come se, aggiungiamo noi, esistesse qualcuno che può gridare “abbasso il pane”, o, attualizzando, “viva le tasse altissime”, “viva la benzina a 2 euro al litro”, “viva la crisi”).

“Veramente – soggiunge con sarcasmo Manzoni – la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle”.

Ecco. Che dietro al Movimento dei Forconi ci siano partiti politici o meno, che i manifestanti siano in buona o in cattiva fede (ed è arduo decidere quale delle due ipotesi sia la peggiore), conta poco.
Se anche questa fosse la genuina, vera ed autentica voce del popolo, ora come mai, per quanto brutti, cattivi, relativisti e laicisti si voglia essere, c’è davvero da domandarsi: “era, anche in questo caso, voce di Dio?”


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

5 Responses to “Né col Dio Po, né con i forconi”

  1. alex PSI scrive:

    Quasta protesta dei Forconi mi pare un atto di arroganza da parte di una minoranza di cittadini aizzati da qualche centro di potere. Dov’erano i forconi quando il Governo Berlusconi si faceva le leggi ad personam rinunciando ad intraprendere le azioni per salvare il paese dalla bancarotta? Adesso queste persone sfogano la loro rabbia.

  2. Giuseppe Rollo scrive:

    Io non definirei una minoranza forte un gruppo di lavoratori che hanno avuto una visibilità mediatica limitatissima e tacciati di fascismo e mafia solo per sminuirne le richieste. Ma un punto chiaro delle richieste, è vero, a volte contraddittorie, è quello della diminuzione delle accise sui carburanti. L’ultima batosta del governo Monti ha messo in ginocchio intere categorie già in difficoltà. Se poi vogliamo ignorare l’esasperazione della gente perché ci piace di più parlare di una nave incagliata siamo liberi di farlo, ma non sarebbe onesto dire che ci interessa il benessere dei cittadini. Non tutti leggono Hayek, forse neanche Manzoni, ma conoscono la fatica del lavoro e si sentono vessati dallo Stato con imposte superiori alle gabelle medioevali!

  3. Chiara scrive:

    Concordo. Allevatori ed agricoltori non hano mai avuto molta voce in Italia, per una serie di ragioni, non ultima l’impossibilità di muovere veri interessi economici (si tratta di attività con enormi impieghi di capitali immobilizzati ed esigue rendite, l’incubo di qualsiasi investitore… tuttavia si deve pur mangiare e magari mangiare “tutelato” non solo mangiare “economico” od “economicamente congruo”). Le categorie suddette si reggono sull’impegno familiare e sui contributi europei…. letteralmente. In pratica il prezzo del grano NON copre le spese della sua coltivazione in Italia, seguendo le norme, le leggi, i giusti obblighi verso il lavoratore, la salute pubblica e, non ultime, le tasse… possiamo però fare campi da golf nei campi agricoli e comprare derrate da altri paesi (Cina, Est Europa o Marocco, dove un operaio agricolo costa solo 200 euro al mese…) certo dovremmo rinunciare ai controlli, all’etica nella gestione del lavoro, alla certificazione ecologica (e non parliamo di BIO!)… però staremmo comodi e giocheremmo a golf… a proposito qualcuno sa chi sono i tizi che stanno comprando terra dalle aziende agricole in fallimento? Pare girino capitali liquidi… nonostante il periodo. Metà del paese non sa come vive l’altra metà, semplicemente come non si sapeva quanto venissero sfruttati i dipendenti stranieri delle navi da crociera italiane….

  4. luigi scrive:

    con il federalismo fiscale bossiano o federo-decssionista i posti della casta del sottobosco politico sono aumentati con rispettivo aumento dell’irpef regionale. Trota docet

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