– Copiamo l’America nelle cose sbagliate, ad esempio la tentazione di imbrigliare la Rete con norme e vincoli eccessivi, caricando sulle spalle degli operatori Internet responsabilità e compiti che non sono loro, che tecnicamente non possono svolgere.
Forse per mancanza di lucidità sulle reali dinamiche di funzionamento della Rete, governi e parlamento tendono a intervenire goffamente, senza valutare gli effetti potenziali delle loro ‘grida’, salvo poi dover subire l’ondata di proteste spontanee e virali che gli utenti più consapevoli del web pongono in essere.

Il caso di questi giorni, di cui sentiremo sempre di più parlare nei prossimi giorni, è il seguente: un emendamento al disegno di legge Comunitaria del deputato leghista Gianni Fava, approvato giovedì scorso in Commissione ed entrato così nel testo del disegno di legge Comunitaria (è il nuovo articolo 18 del provvedimento) prevede che ”qualunque soggetto interessato”  (e non più quindi solo l’autorità giudiziaria o amministrativa, come accade oggi) possa chiedere ad un fornitore di servizi Internet di rimuovere contenuti pubblicati online e ritenuti illeciti dal soggetto richiedente, a sua discrezione. Lo scopo? Contrastare la pirateria, nelle intenzioni dei promotori. Di fatto, è la censura. Il rischio concreto è infatti quello di creare una pesante limitazione all’attività di alcuni dei più importanti operatori della società dell’informazione, come

Google, Facebook, Youtube, Bing o Yahoo: essendo meri intermediari di informazioni e servizi pubblicitari, essi non hanno nè la capacità, nè il compito di accertarsi se i contenuti segnalati siano effettivamente illeciti o meno. Insomma, imporre ai prestatore di servizi di hosting di rimuovere o disabilitare l’accesso a informazioni segnalate da qualunque soggetto interessato – come recita il testo Fava – rischia di portare alla rimozione forzosa anche di contenuti leciti, mettendo uno strumento improprio nelle mani dei titolari di diritti d’autore, ma anche di semplici utenti o di concorrenti di un certo operatore web, con conseguenze gravi per lo sviluppo in Italia dell’economia digitale e per lo stesso principio di libertà di espressione.

La disposizione, in particolare, potrebbe trovarsi in aperta contraddizione con lo spirito della normativa comunitaria sul commercio elettronico, la direttiva 2000/31/CE, che sancisce la neutralità dei provider e dei fornitori di servizi.

Il ddl approda lunedì nell’aula di Montecitorio, Libertiamo si farà promotrice – tramite i deputati più sensibili al tema – di un emendamento soppressivo del “Sopa italiano”, come Guido Scorza ha subito ribattezzato la misura promossa da Gianni Fava, ma di fatto sostenuta da un’ampia maggioranza di parlamentari. I quali, è evidente, diventano una minoranza pulviscolare rispetto all’opinione pubblica e all’appoggio consapevole che questa ha sempre dato alla tutela di una Rete aperta e libera.