– Anche i passi indietro sul decreto liberalizzazioni – ve ne sono stati, rispetto alle attese, alcuni e ben più significativi dei passi avanti – confermano che gli unici poteri forti che il governo Monti è tenuto, suo malgrado, a compiacere sono i poteri morti dell’Italia “de noantri”.

Altro che Gruppo Bilderberg o Trilateral. Altro che centrali finanziarie angloamericane che tramano nell’ombra. I mandatari della guerriglia parlamentare, di cui ieri dinanzi alle porte del Consiglio dei Ministri si sono avute solo le prime avvisaglie, rispondono a mandanti tutt’altro che occulti e stranieri. A “congiurare” non è la massoneria internazionale, ma la nobiltà decaduta dell’Italia corporativa, che vede nella liberalizzazioni (cioè nella declinazione economica del principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge) un’usurpazione “repubblicana”, un affronto al proprio blasone e un pericolo per il proprio, sempre più sgonfio, portafoglio.

L’Italia corporativa non ha una cupola – non c’è un “capo dei capi” –, ma un ordine feudale. L’inefficienza delle istituzioni garantisce l’efficienza dei traffici di immunità e l’esigibilità pubblica dei benefici privati. Fare le cose normali è impensabile e impossibile per quanti si sono accucciati – campando bene o male, ma meglio di quanto meriterebbero – nelle nicchie dell’anomalia italiana. Riportare una regola di giustizia e più spesso di buon senso è eversivo, perché la cosa politicamente più logica in Italia è di imporre quella più irrazionale e quella più giusta di moltiplicare l’ingiustizia e la disuguaglianza, perché tutti o molti possano averne qualche vantaggio, senza pretendere che le cose vengano messe “a posto”.

Uno dei problemi sistemici della politica italiana è che a contare ancora molto sia chi, in realtà, non conta quasi nulla e non può fare nessun gioco, ma per sopravvivere deve manomettere le regole e ricavarne vantaggi sempre più residuali. A compromettere il rilancio della competitività italiana è un’Italia economicamente impotente, ma politicamente influente, per cui il  “tanto peggio” è sempre “tanto meglio”. Questo rende, come è sempre più evidente, impossibile il compromesso e la transizione “incruenta” da un ordine sociale feudale ad uno di diritto e di mercato. Occorre onestamente prenderne atto.

Questa “guerra” l’Italia e il governo Monti o la vince o la perde. Di certo non la pareggia. Ed è ancora tutto da dimostrare se serva cedere tatticamente su qualcosa per guadagnare tempo e spazio su qualcos’altro . Non è ingioiando i rospi che si bonifica la palude. Certo, i baroni potrebbero sgombrare il governo “repubblicano” del Professore. Ma se fossero costretti a farlo perché non si piega e non dopo averlo per cento volte fatto piegare ai loro voleri, il “dopo” sarebbe tutto diverso. Perché tutto ha un “dopo”, anche questo governo, anche questi ministri, anche questa Italia dispersa nei feudi dei baroni.