Crisi dell’euro, non sbagliamo il bersaglio

Se questo sedicesimo vertice storico ha partorito la decisione di riunire una Conferenza Intergovernativa (1) incaricata di redigere a tamburo battente un progetto di trattato, non ha di certo convinto i mercati più dei 15 precedenti. Tra gli stati che avevano dato il loro accordo di principio al termine del vertice, delle riserve si sono rapidamente manifestate a Stoccolma, Praga, Varsavia, … Per di più, questo nuovo accordo è stato raggiunto al prezzo di una messa al bando dei britannici, neppure membri della zona euro. Bel risultato!Come mai l’Europa ha finito per trovarsi in questa situazione? In primo luogo a causa di un’irriducibile divergenza di idee riguardo alla natura della crisi. Per alcuni si tratta di una crisi congiunturale che si potrebbe superare grazie, certo, ad una gestione più rigorosa delle finanze pubbliche, ma soprattutto con una mutualizzazione senza condizioni del debito. Per altri, la crisi è molto più profonda . E’ strutturale. E’ anche lo specchio di un mondo in profonda mutazione che vede l’emergere di nuovi attori economici di primissimo ordine con i quali l’Europa deve ormai misurarsi direttamente. Dei Paesi che conoscono dei tassi di crescita vertiginosi e verso i quali i capitali sembrano irresistibilmente attirati, trascurando così un continente europeo anemico. È lì, ben prima di qualsiasi considerazione elettorale, che risiede una delle due facce dell’opposizione irriducibile tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, la cancelliera esprimendo – spesso molto male – la necessità di un aggiornamento strutturale degli Stati membri dell’Unione, indispensabile per adattare l’Europa a questo spostamento del baricentro dell’economia mondiale.

Ma esiste un’altra ragione fondamentale che spiega questo faccia a faccia sterile. Si tratta di una diversità di vedute più soft, ma altrettanto irriducibile sul metodo, che rimanda a visioni diametralmente opposte dell’integrazione europea. Da un lato, il presidente Sarkozy che associa ad una solida avversione per le burocrazie in generale ed i corpi costituiti in particolare una visione post-gaullista più tradizionale, che vede nell’integrazione europea solamente uno strumento ormai – purtroppo – indispensabile per consentire alla Francia di mantenere il suo rango. L’una e l’altra, intrinsecamente legate, si manifestano con un disprezzo non mascherato nei confronti delle istituzioni “comunitarie”, prima fra tutte la Commissione. Per l’attuale presidente francese, “il fatto che la responsabilità di governo incomba ormai sui capi di Stato e di governo segna un progresso democratico incontestabile (sic) rispetto alla situazione antecedente, dove tutto si organizzava intorno alla Banca Centrale Europea (BCE), alla Commissione e al patto di stabilità.” (2)

Dall’altro lato, Angela Merkel e la sua domanda senza giri di parole. Perché i tedeschi dovrebbero accettare, senza condizioni, una mutualizzazione dei debiti pubblici europei e vedere in questo modo i propri tassi di interesse alzarsi significativamente? In altre parole, perché dovrebbero accettare un’introduzione degli eurobond che non darebbe, allo stato attuale, nessuna garanzia sulla realizzazione delle indispensabili riforme da parte degli stati vacillanti? E la sua risposta: occorre costringere tutti gli stati membri dell’Unione a realizzare delle riforme strutturali per adattarsi alla profonda mutazione mondiale in corso. Come? Incidendo nel marmo dei trattati la regola aurea della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio da parte degli stati membri. Tuttavia, non si vede come questa potrebbe aiutare i Paesi più in difficoltà a ridurre lo spread mortifero che appesantisce i loro debiti pubblici e quindi i loro deficit pubblici. Di questa regola aurea, peraltro, stiamo attualmente sperimentando le conseguenze deleterie sul funzionamento democratico degli stati membri: parlamenti nazionali spossessati delle loro prerogative di bilancio e governi deprivati di una parte sostanziale delle loro capacità di azione in un periodo di recessione.

L’equazione tutto sommato classica in periodi di crisi strutturale (un cocktail fatto di riduzione delle spese, di containment dei salari, di aumento delle entrate da una parte, di garanzia delle capacità di investimento dall’altra) può funzionare solo se gli Stati in difficoltà non sono strangolati dal carico del debito. Non è purtroppo questo il caso. Per numerosi Paesi dell’Unione, a cominciare dalla Grecia, il solo carico del debito è tale che non è oggi consentito intravedere una possibilità di ripresa che comporti dei costi sociali accettabili.

La questione centrale rimane quindi quella di concepire un meccanismo europeo che consenta di conciliare una doppia esigenza: da una parte la realizzazione di riforme strutturali e dall’altra l’accesso a dei prestiti, insieme alla conversione progressiva dei debiti pubblici in debiti a tassi “tedeschi”. L’instaurazione di un meccanismo di concessione di eurobond condizionato alla effettiva realizzazione di riforme strutturali potrebbe conciliare queste due esigenze. Si tratterebbe quindi di creare uno strumento molto più incisivo di un semplice scudo, trasformando l’attuale Meccanismo Europeo di Solidarietà (MES) in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo (FME) in grado di concedere nuovi prestiti e di trasformare progressivamente vecchi debiti.

E’ del resto possibile iscrivere questo meccanismo nel cuore delle istituzioni europee. La possibilità di rincorrere all’articolo 20 del trattato sulle cooperazioni rafforzate (3) per fornire la zona euro di strumenti d’intervento comunitari non è mai stata, però, oggetto di un vero dibattito. Alcuni sostengono chela Germania non voleva la nascita di una istituzione nella quale avrebbe potuto ritrovarsi in minoranza. Non è un’argomentazione convincente. E’ in effetti difficile immaginare che, sulla base dell’articolo 238 del trattato (4) ,la Germania avrebbe potuto ritrovarsi isolata.

Certo, Angela Merkel ha la sua parte di responsabilità. La sua ossessione per la “buona gestione” nasconde anche una mancanza di visione europea. La resistenza principale, tuttavia, arriva dal presidente Sarkozy, in primo luogo per le ragioni viscerali già evocate, ma anche per il timore – ingiustificato secondo noi – che un giorno la Francia possa essere costretta ad accettare delle decisioni che vadano contro il suo interesse. Ciò si traduce in una sorta di ossessione nel creare dei meccanismi classici di rappresentanza e di diritto di voto che rimandano direttamente alla figura del consiglio di amministrazione (5) e che escludono qualsiasi approccio democratico e comunitario.

Perché una cooperazione rafforzata e non (come profetizzano, tra gli altri, i deputati europei membri della CIG (6) ) uno scenario che preveda l’integrazione pura e semplice, entro cinque anni, di questo nuovo trattato nel trattato di Lisbona? Perché l’UE ha già troppo sofferto di queste politiche che devono imporsi a tutti, al di fuori di qualsiasi considerazione sulla diversità degli interessi, delle tradizioni, delle agende politiche di ciascuno degli stati membri. L’Unione soffre crudelmente di una mancanza di flessibilità. La crisi che attraversa oggi è prima di tutto una crisi della zona euro. Spetta quindi ai suoi 17 Stati membri adottare delle soluzioni senza che ciò implichi la “messa al bando” di qualche altro stato che, per una ragione o per l’altra, ha deciso di non fare parte della zona euro.

Quali mezzi per questo FME?

  •             I fondi già attribuiti al MSE
  •             i fondi e le garanzie attribuite al Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF)
  •             i proventi della futura tassa sulle transazioni finanziarie
  •             il trasferimento dei fondi addizionali recentemente concessi dagli stati membri al FMI
  •             un prestito della BCE del tipo di quello concesso attualmente alle banche

In un tale scenario, il FME ed il Paese in difficoltà definirebbero insieme il piano delle riforme da attuare, il calendario della loro attuazione e l’entità delle conversioni dei debiti e dei prestiti consentiti. Questo piano sarebbe sottoposto alla Commissione. Una volta l’accordo trovato tra Commissione, FME e Paese richiedente, esso verrebbe sottoposto al Consiglio dei Ministri delle Finanze ed al PE per l’approvazione.

Certo, questo non sarebbe sufficiente a risolvere tutti i problemi, ma intanto consentirebbe di allentare la stretta del debito pubblico sui Paesi più esposti e, non è poco, di introdurre un po’ di democrazia nelle indispensabili procedure di aiuto ai paesi in crisi. Ma costituirebbe soprattutto una risposta davvero europea alla crisi e, quindi, anche alla recente decisione di Standard & Poor’s di abbassare la nota francese che costituisce innanzitutto “un pesantissimo voto di sfiducia alla costruzione europea ed alla sua governance” (…). Un tipo di “governance”, però, essenzialmente francese, o meglio, essenzialmente sarkoziano. Ci rimane quindi da aspettare una primavera francese e – perché no – sperare che, nel frattempo, i governi tedesco e italiano facciano delle proposte “comunitarie”.

Note:  

1     Questa CIG riunisce 26 Stati membri dell’Unione (la Gran-Bretagnapartecipa in quanto osservatore) insieme a dei rappresentanti della Commissione e della BCE. La participazione del PE è stata ottenuta in extremis, in ragione di una forte opposizione della Francia.

    « Le Sommet de Bruxelles crée les conditions du rebond et la sortie de crise », « Il vertice du Bruxelles crea le condizioni di rilancio e di uscita dalla crisi »,  intervista di Nicolas Sarkozy, Le Monde, 13 dicembre 2011

3     Articolo 20 § 1 Gli Stati membri che intendono instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione possono far ricorso alle sue istituzioni ed esercitare tali competenze applicando le pertinenti disposizioni dei trattati, nei limiti e con le modalità previsti nel presente articolo e negli articoli da326 a334 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. (…)

    Articolo 238 § 2 del trattato : « (…) quando il Consiglio non delibera su proposta della Commissione o dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, per maggioranza qualificata si intende almeno il 72% dei membri del Consiglio rappresentanti Stati membri che totalizzino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. »

5     La decisione di aumentare i contributi degli stati membri al FMI rimanda alla stessa logica anti communitaria

    Philippe Ricard, « Le Parlement européen s’organise pour peser sur la négociation du traité à vingt-six », « Il Parlamento europeo si organizza per pesare sul negoziato del trattato a 26 », Le Monde, 30 dicembre 2012

 


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

One Response to “Crisi dell’euro, non sbagliamo il bersaglio”

  1. Stefano scrive:

    …. il problema è anche che questa Europa è lontana dai cittadini, è vista solo come una costruzione economica e finanziaria. Come vengono concretamente perseguiti gli ALTRI obiettivi dei vari trattati (“… La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 3A, uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità, una crescita sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri….”).
    Si parla troppo di PIL, spread, Bond e troppo poco di quello che veramente dà valore e felicità agli Europei.

    (Robert Kennedy lo diceva quasi 50 anni fa, ma non abbiamo fatto alcun passo avanti da allora. Anzi …. :(

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