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Mahmoud on tour, Ahmadinejad alla conquista dell’America Latina

– Stretto tra il folle programma atomico, le continue e ripetute minacce ad Israele, e la possibilità di chiudere il vitale stretto di Hormuz scatenando una guerra, Mahmoud Ahmadinejad, presidente iraniano, cerca appoggi. In una comunità mondiale che sembra fare quadrato attorno alle potenze occidentali al fine di comminare sanzioni al regime persiano, la cosa più logica da fare è rifugiarsi in vecchie amicizie, in nome dell’anti-americanismo.

Compianto quindi Kim Jong-Il, il dittatore nordcoreano recentemente defunto e nemico numero uno degli Stati Uniti, il dittatore iraniano ha deciso di partire per un tour del Sud America, zona da sempre sotto l’influenza degli Stati Uniti, fin dalla proclamazione della dottrina Monroe nel 1923 in cui Washington si arrogava il diritto di essere padre-padrone della politica globale del continente americano, e in cui quindi è più facile trovare paesi che si ribellano al giogo a stelle e strisce.

La prima tappa di Ahmadinejad è stata dunque da un amico di vecchia data, ora afflitto da un tumore che pare sia riuscito a battere curandosi a Cuba: Hugo Chavez, in Venezuela. Da sempre in prima linea contro “imperialismo” e “capitalismo”, famoso per la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere, la repressione del dissenso sia tra i suoi cittadini che con i sovrani stranieri, e il socialismo estremo, il leader venezuelano e quello iraniano hanno trovato un forte punto di contatto nella critica del sistema capitalista mondiale e del cosiddetto imperialismo, scherzando nel summit di Caracas anche sull’atomica: “I portavoce degli imperialisti sostengono che Io e Ahmadinejad stiamo andando ora nei sotterranei di Miraflores per prendere la mira contro Washington e lanciare missili. Tutto ciò è ridicolo” ha dichiarato Chavez.

Seconda tappa della visita in America Latina è stata il Nicaragua, dove Ahmadinejad ha presenziato, accompagnato dallo stesso Chavez, al terzo insediamento presidenziale del guerrigliero sandinista Daniel Ortega, definito per l’occasione dal leader iraniano “Il mio fratello presidente”. Il trio ha ribadito la necessità di unità in chiave antiamericana, prima che Ahmadinejiad facesse tappa nell’ultimo paese meta della sua visita, Cuba.

Dall’università dell’Avana, colui che represse le rivolte studentesche in cui perse la vita insieme ad altri giovani Neda Soltani ha riportato in auge la teoria del declino del capitalismo, tanto cara al governo castrista fin dal suo insediamento “Osserviamo che il sistema capitalista si trova in decadenza, in diversi posti si trova in un’impasse, è necessario mantenerci svegli, dare l’allarme, se non prepariamo noi stessi il nuovo ordine del mondo, saranno gli eredi degli schiavisti e dei capitalisti che ci imporranno un nuovo sistema”. Parole deliranti, soprattutto se chi parla di pace e dà dell’assassino alle potenze occidentali è stato il primo a parlare di “cancellare Israele”: “Oggi, il solo ricorso che resta al capitalismo, è uccidere, è un sistema che è fallito, in decadenza”.

Durante l’incontro con Raul Castro, poi, Ahmadinejad ha incassato anche l’importante appoggio russo, con l’ex direttore dell’FSB Nikolaij Patrushev che ha sconsigliato a USA e UE di indire l’embargo petrolifero contro il paese mediorientale.

Tuttavia l’intero viaggio del leader di Teheran si può interpretare come un modo di creare un asse anti-occidentale non solo negli intenti e nella solidarietà reciproca, ma anche con un sistema di cooperazione economica che possa battere i blocchi finanziari ed economici che potrebbero essere imposti da Washington e Bruxelles.

Un progetto ambizioso, che però trova facili sponde con i paesi sudamericani che hanno deciso di uscire dall’orbita statunitense, storicamente portatrice di libertà ma poi sempre più avida di controllo. Non ci sarebbe da sorprendersi se, oltre alla nuova gestione nordcoreana, cominciassero a simpatizzare in maniera blanda, senza aderire formalmente ma con dichiarazioni di appoggio e relazioni commerciali, anche i giganti orientali come Russia e Cina, economicamente in ascesa e desiderosi di alterità rispetto a Washington.

Rimane il dubbio di cosa farà il gigante sudamericano governato da Dilma Rousseff, il Brasile, in vertiginosa ascesa economica e geopolitica, che si sta affermando come paese principe nelle relazioni internazionali in Sudamerica, con un governo solidamente socialista, ma lontano dagli eccessi di Chavez e Ortega, e che non sembra pronto a rinunciare ad una dinamica economia di mercato e ad un’affermata credibilità internazionale in cambio di un ruolo da leader in quest’asse dei paesi “altri”.


Autore: Stefano Basilico

Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag.

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