Inutile girarci intorno: il problema è l’Articolo 18

di PIERCAMILLO FALASCAL’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è un feticcio italico: difeso a oltranza dai sindacati, è nell’immaginario collettivo un simbolo di stabilità, un baluardo di civiltà. Specie a sinistra, esso diventa quasi un vincolo inamovibile delle proposte di riforma, tanto da rendere inefficaci le proposte stesse. Chi prova a intaccarne la portata e la vigenza, anche solo indirettamente, è tacciato di eresia.

Finché non s’infrangerà questo atavico tabù, il dibattito sul mercato del lavoro non sarà mai pacifico, né concreto. “Ci sono strumenti di protezione dei lavoratori migliori dell’Articolo 18“, sostiene spesso Pietro Ichino, un ‘eretico’ di primo piano. Inutile, il muro di gomma è resistente, tanto che nel suo stesso partito – il PD – prevale ormai una linea alternativa alla sua, promossa da Stefano Fassina e basata sul progetto di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (ma peggiorata rispetto a questo), che pur di salvare capra e cavoli, rischia di essere inefficace a perseguire l’obiettivo cui tutti a parole si dicono votati: eliminare il regime di apartheid tra garantiti e non garantiti, rendendo il mercato del lavoro italiano sufficientemente fluido e aperto.

Il dualismo tra precari e garantiti esiste, oltre che per le inefficienze degli strumenti di welfare, proprio per la natura discriminatoria e inefficiente delle protezioni assicurate dall’Articolo 18 a meno della metà dei lavoratori dipendenti, una sorta di “fissità” del posto di lavoro che non ha eguali nei principali paesi europei. Se, come immagina le proposte di punta del Partito democratico (quella del senatore Paolo Nerozzi o quella di Marianna Madia e Cesare Damiano alla Camera), al compimento dei primi tre anni di lavoro la tutela reale dell’Articolo 18 dovesse restare in vigore, molte imprese si limiterebbero a assumere e poi a licenziare i neo-impiegati entro i tre anni dall’assunzione. Che incentivo in più avrebbero, rispetto ad oggi, a “stabilizzare” i lavoratori? Insomma, si tratterebbe di una riforma al ribasso, anzitutto per i più giovani.

Nessuna riforma dei contratti, inoltre, può prescindere da un ridisegno complessivo del welfare. Lo scrive oggi Elisabetta Gualmini sul Sole 24 Ore: mentre il modello Ichino è appunto uno “scambio” tra flessibilità e sicurezza (l’impresa che volesse risolvere il rapporto di lavoro con il suo dipendente titolare del contratto unico sarebbe tenuta a corrispondere un’indennità di licenziamento di importo pari a una mensilità per ogni anno di servizio, successivamente interverrebbe lo Stato), i progetti “di punta” del PD eludono la questione degli ammortizzatori sociali, che passa anzitutto dallo smantellamento o dal forte ridimensionamento degli strumenti oggi prevalenti, a partire dalla cassa integrazione.

Come evidenzia il rapporto elaborato da Glocus e dall’Istituto Bruno Leoni (“Liberalizzare e crescere”, presentato mercoledì 18 gennaio alla Camera dei Deputati), la strada percorribile potrebbe essere quella di elaborare per i nuovi contratti di lavoro “una protezione dalla disoccupazione sul modello di un’assicurazione obbligatoria, finanziata da uno specifico premio a carico del datore di lavoro per ognuno dei lavoratori indipendentemente dalla tipologia contrattuale, sostitutiva di altri ammortizzatori”. Questo sostegno al reddito dei lavoratori licenziati, per non disincentivare l’effettiva ricerca di un’occupazione alternativa, non dovrebbe avere una durata superiore ai dodici mesi (così prevede, ad esempio, la proposta di legge Raisi-Della Vedova), se non per i lavoratori anagraficamente più anziani.

Sarà vero, come riportato ieri da alcuni quotidiani, che il ministro Fornero intende partire proprio dalla bozza Nerozzi? Considerate le cantonate che i giornali hanno preso nelle ultime settimane circa gli intendimenti del governo Monti, preferiamo attendere, segnalando comunque al ministro la nostra avversione a riforme democratico-gattopardesche: se il Partito democratico vuol continuare ad adorare il vitello d’oro dell’Articolo 18, faccia pure; noi non ci accontentiamo e chiediamo di più.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

7 Responses to “Inutile girarci intorno: il problema è l’Articolo 18”

  1. Paolo scrive:

    A me risulta che l’art.18 vieta il licenziamento solo in assenza di giusta causa o giustificato motivo.

    Se c’è giusta causa (es. il dipendente ruba), si può licenziare.
    Se c’è giustificato motivo soggettivo (es. un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali), si può licenziare.
    Se c’è giustificato motivo oggettivo (ragioni inerenti l’attività produttiva o l’organizzazione del lavoro), si può licenziare.

    Se il lavoratore chiede il rispetto dei patti contrattuali, NON si può licenziare.
    Se il lavoratore denuncia violazioni delle norme sulla sicurezza, NON si può licenziare.
    Se il lavoratore denuncia le buste in nero, NON si può denunciare.

    Sì: il problema è l’art.18, che lascia in mano ai lavoratori controlli che lo Stato non sa (non vuole) effettuare.

  2. Alba scrive:

    Abolizione tout court dell’Art. 18, contratto unico a tempo indeterminato, potenziamento e snellimento delle procedure giudiziarie per punire i licenziamenti discriminatori nelle aziende con più di 5 dipendenti (se siamo praticamente una famiglia, cioè con meno di 5 dipendenti, voglio avere la lbertà di tenere chi non mi sta sull’anima e liberarmi di chi mi sta antipatico o mi rompe per qualsiasi ragione – tranne che si tratti di mancanza di rispetto da parte mia, abusi, non ottemperanza col pagamento in orario del salario, eccetera, nel qual caso il tribunale dovrebbe potermi fare un fondoschiena tanto).

  3. Alba scrive:

    Mi permetto di correggere un’affermazione errata di Paolo: secondo l’Art. 18, NON SI PUÒ LICENZIARE per motivi economici. La conseguenza di tutto ciò è: adesso potrei assumere dieci operai perché ho commissioni, ma il futuro è incerto e non posso permettermi, se l’anno prossimo non le riavrò, di dovermeli tenere sulle croste e pagarli; QUINDI non li assumo proprio!
    Conseguenza: perdita della commissione di lavoro, perdita di dieci posti di lavoro, magari di giovani disoccupati che tali rimangono e non si fanno un’esperienza, e la produzione che avrei potuto fare io finisce in Danimarca, dove si assume in un batter d’occhio senza restrizioni e si licenzia in un batter d’occhio senza restrizioni. INFATTI LA DANIMARCA FUNZIONA!
    Cito tale esempio perché all’inizio degli anni ’70 un mio conoscente NON POTÈ ASSUMERE 3500 operai per quattro anni in quanto l’Art. 18 glielo impediva e la produzione finì in Polonia!!
    Ai sindacati interessa il LORO POTERE POLITICO E CONTRATTUALE, non la ricchezza degli operai! Preferiscono operai poveri (in Germania guadagnano in media 3000 Euro al mese!) e ben intruppati. A loro interessano le leggi che garantiscono innanzitutto IL LORO POTERE. La loro visione è classista, bolscevica, o corporativa, fascista, da ingresso nella stanza dei bottoni, da commissione che decide come e cosa e quando produrre al posto di chi investe il proprio denaro nella fabbrica, in quanto per loro quello è solo uno sporcco capitalista, sfruttatore, da eliminare.

  4. Paolo scrive:

    @Alba
    Non c’è niente da correggere in quello che ho scritto.

    L’art. 18 già oggi consente il licenziamento per motivi economici. La giurisprudenza è quasi unanime: è un “giustificato motivo oggettivo” il licenziamento per ridurre le perdite future oltre una “ragionevole soglia”.

    Semmai l’art.18 ha un effetto distorsivo in quanto, rimettendo spesso la legittimità dei licenziamenti al vaglio del giudice (che valuta, appunto, l’esistenza della “ragionevole soglia”), spinge l’imprenditore ad “autoassicurarsi” dai costi di un’eventuale sentenza di illegittimità sopravvalutando di fatto la soglia.

    Una buona descrizione del problema si ha ne “Il contratto di lavoro” di P.Ichino, ed. Giuffrè; nello stesso volume c’è una proposta per il superamento delle attuali rigidità.

  5. Alba scrive:

    @ Paolo
    Purtroppo il sistema giuridico ibrido ma pur sempre molto inquistorio, si basa sul diritto romano e non segue il principio della Common Law anglosassone, per cui, non essendo affatto specificato NELLA LEGGE STESSA che un datore di lavoro possa licenziare se il non farlo gli fa perdere quattrini (la sola ragione per avere un business, visto che non si lavora né s’investe per la gloria o per i santi!), ogni giudice può decidere di non applicare la stessa INTERPRETAZIONE giurisprudenziale di cui para lei, ma dire: la legge non lo prevede.
    Il fatto resta che, anche con l’adozione di proposte lodevoli come quelle di Ichino, che perlomeno capiscono – contrariamente ai dinosauri sindacali che difendono solo il loro potere – che lì c’è un problema, l’Italia rimarrebbe lontanissima dalle economie che funzionano, che sono quelle dove non si parla di diritti acquisiti (entitlements) ma di opportunità. Non a caso gli USA non sono arrivati dopo la crisi del 2007-2008 ai livelli disastrosi dell’Italia e di certo non sono nella stagnazione totale di crescita da 15 anni!
    La stessa “idea fissa” del posto fisso è una palla al piede psicologica ed è la conseguenza di un sistema sclerotico e basato su concetti medievali o di stato paternalista o statocentrici, siano essi ideali cattolici, comunisti o fascisti. Tutto meno che libera impresa… E infatti in Italia non si cresce, perché lo scopo non è aumentare i ricchi ma diminuirli, attaccando la ricchezza di chi ce l’ha anziché permettendo a chi non l’ha di acquisirla.
    Questo è il paese della cultura che considera il denaro “sterco di satana”!
    È ora d’imparare da altri che fanno le cose meglio, anche se vuol dire buttar via abitudini consolidate e sistemi antichi.
    Io comincerei dall’imparare PARECCHIO (sistema sanitario, imposte, servizio postale) già dai vicini più vicini all’Italia, i Francesi. Ma perché non imparare anche da Tedeschi, Danesi e Americani?
    Purtroppo la direzione seguita da sempre è un’altra: quella di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Romania, Belgio, Polonia… Paesi di cultura cattolica o ortodossa, che non a caso si sono sviluppati meno degli altri fra i paesi industrializzati e hanno smesso di contare veramente da quando è finito il medioevo…nonostante alcuni avessero un vero e proprio impero. Sola eccezione la Francia, almeno in parte…
    Non vorrei sembrare Weberiana, perché non lo sono affatto, tuttavia perché il Belgio cattolico è a pezzi mentre tutti gli altri paesi nordici che non lo sono van più che bene? Perché la cattolicissima Austria è a pezzi, mentre la Germania che non lo è si lamenta di una crescita 5 volte quella Italiana?
    Forse perché certe culture fanno veramente fatica a interiorizzare modelli di LIBERTÀ, fra cui anche quella d’impresa?

  6. Paolo scrive:

    Grendel, la risposta la trovi nell’ultimo paragrafo dell’articolo da te citato.
    Ancora, qui l’art.18 non c’entra; cade invece come ottimo pretesto per non licenziare quando il proprietario è pubblico e clientelare.
    Nelle aziende pubbliche addirittura la legge consente la sospensione immediata in attesa di giudizio.
    Se non vogliono farlo, è perché “Dotto’, tengo famiglia” = “Assesso’, ti rivoto”.

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