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I trentenni: una generazione fantasma

– In Italia c’è una generazione che sembra non esista. Eppure è quella più precaria, più disillusa e anche più trascurata. Si tratta dei giovani trentenni. Di quella generazione figlia del consumismo e del boom economico che ha pagato per prima lo scotto delle illusioni di un capitalismo deformato, nel suo significato più positivo.  Sono le giovani donne e i giovani uomini che dovrebbero essere già abbondantemente avviati nella loro attività professionale o nel lavoro in genere; che dovrebbero prendere parte in modo attivo alla vita istituzionale come alla vita aziendale, per prepararsi ad essere la classe dirigente. E invece sono, nella nostra società, le persone nella maggior parte dei casi più penalizzate. Si tratta di una fascia della popolazione che ha le maggiori difficoltà, anche se dovrebbe rappresentare il presente e il futuro prossimo.

Sono i precari di oggi all’interno di aziende e di Istituzioni, i meno pagati, i più sottoposti a contratti a tempo determinato rinnovabili a 3/6 mesi e nei casi più fortunati a 1 anno. Sono coloro che non riescono a pensare al futuro perché non hanno gli strumenti per farlo: le certezze economiche. Non si trovano nelle condizioni che gli permettono di pensare ad una casa di proprietà, ad una convivenza, alla possibilità di avere dei figli. Viene da chiedersi come possa crescere un’economia senza nuovi investimenti. La maggior parte dei trentenni oggi, sceglie di rimanere a casa con la famiglia di origine e, nello specifico, la maggior parte di questi sta consumando quello che i loro padri hanno risparmiato durante una vita di lavoro.

E’ questa una delle piaghe della nostra società e nessuno sembra accorgersene. Si predica tanto in merito al lavoro dei giovani, e dei problemi legati alla fuga del capitale umano verso gli altri Paesi. Di questi temi si fa un motivo di propaganda politica durante le campagne elettorali, ma poi non si riescono a promulgare quelle leggi che consentono loro di vivere nel proprio Paese e di lavorare per esso.
Negli interventi del neo Presidente del Consiglio, Mario Monti, così come di molti neo ministri, si è sentito parlare spesso dei giovani. Ma a quali giovani si riferiscono? Ai ventenni che giustamente devono avere maggiori certezze per i tempi che verranno, o ai trentenni per i quali oggi è il futuro e non domani?

Sono loro che dovrebbero essere già inseriti, ognuno al proprio posto e ognuno col proprio ruolo professionale. Sono loro che hanno bisogno di maggior sostegno. Basterebbe pensare che fino a due decenni fa, la fascia d’età dei trentenni avevano già un’occupazione o un mestiere, ed erano già padri di famiglia, spesso con un’abitazione.

Oggi esistono delle piccole oasi di giovani che già svolgono la libera professione o che sono giovani imprenditori. Molti sono impegnati nella società civile, nel volontariato, in politica. Ma quanti sono rispetto alla totalità? Veramente pochi. Sembra si tratti di una generazione fantasma.
Forse sono i trentenni stessi che sembrano crogiolarsi nel loro destino amaro. Dove sono infatti? E cosa fanno per cambiare lo status quo? E’ ormai noto che buona parte di questi sono all’estero a fare master, a lavorare o a far sì che i propri sogni professionali si realizzino. Quelli che sono partiti con la consapevolezza che in Italia non sarebbero mai riusciti a realizzarsi professionalmente e personalmente. E quelli rimasti in Italia?

Se pur ogni epoca è stata segnata da momenti di crisi economica e generazionale, non c’è nella storia più recente un periodo come quello attuale così privo di valori condivisi e di ideali positivi che facciano da motivo di aggregazione per lottare e impegnarsi per un cambiamento. Il materialismo imperante e le false chimere, che intorno ad esso si sono create, ci hanno offuscato la mente e lo spirito. Ma si può vivere di cose materiali? Poco lontano da noi, ci sono giovani che lottano attraverso rivoluzioni in nome della democrazia. Non è con la violenza che si ottengono dei risultati. L’odio porta ad altro odio. Questo è senz’altro vero. L’impegno per cambiare le cose, la partecipazione per far sentire la propria presenza nel mondo, richiedendo il cambiamento reale e non solo predicato, oggi sarebbero davvero necessari.

Il quadro storico, sociale, politico del momento non è dei più entusiasmanti, però sono proprio i trentenni che spesso si piegano al sistema, accettandolo passivamente, mentre sono proprio loro che dovrebbero tentare di cambiare la situazione e non sperare che qualcuno la cambi per loro. Non è esclusivamente con la critica aspra che si modificano le cose, ma attraverso un contributo attivo fatto di pensiero, di ideali, di azioni. Non è facendo demagogia e imprecando contro la classe politica che si abbatte un sistema malato, ma attraverso un impegno diretto.

Bisognerebbe riappropriarsi di quello che ai trentenni spetta in questo momento: far parte di questo periodo storico ed esserne il motore. Solo loro possono farlo. Solo loro possono rendersi protagonisti di questo presente con coraggio e determinazione, affiancando e prendendo esempio dagli insegnamenti dei maestri (per chi davvero si merita di essere fregiato di questo titolo) e lavorando al loro fianco. Perché di maestri ancora ce ne sono. Non è possibile che sia davvero tutto marcio. Se fosse così e non ne avessimo ancora la coscienza, allora potremmo anche decretare la fine della nostra Italia


Autore: Maria Teresa Merlino

Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze. Master in Economia, gestione e marketing dei turismi e dei beni culturali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Collaboratrice freelance per il magazine online "Il reporter-raccontare oltre il confine" e per FareItaliamag. Addetto Stampa Pari Opportunità Futuro e Libertà per l'Italia. Consulente Marketing Territoriale.

One Response to “I trentenni: una generazione fantasma”

  1. emmons avenue scrive:

    Gentile Sig.ra Merlino, ho letto il suo post e mi congratulo dell’attenzione che ha dedicato a questa vicenda che purtroppo, non fa che riflettere quello che il 68 ed il seguito ha seminato.
    Sottolineo 68 poiché anagraficamente l’ultra trentenne di oggi è probabilmente il diretto discendente delle persone che hanno etichettato quegli anni, inconsapevoli a loro volta, di mettere il timbro anche alle future generazioni.
    Il trentenne di oggi nasce nel periodo d’oro degli anni 80, decennio importantissimo, nel quale sono succeduti avvenimenti cruciali politici, economici e pertanto soprattutto sociali.
    Era il periodo degli “Yuppies”, figura stranissima e quanto meno ambigua. Lo Yuppy era il procacciatore di business per eccellenza, non necessariamente istruito ma occorrentemente “ruffiano”. La sua priorità è stata curare l’immagine esterna, tralasciando del tutto i costumi che hanno sempre caratterizzato l’etica retrograda italiana. E di questo non è certo possibile recriminare poiché si arrivò al 68 per rivendicare diritti che le generazioni precedenti avevano trascurato, non considerando però che con questo si appendevano al chiodo anche i tanti sacrifici che gli stessi genitori avevano sostenuto. Sacrifici perché parliamo di persone nate a cavallo di una terribile guerra che aveva portato fame e distruzione. Ma come si dice… non tutti i mali vengono per nuocere, in natura alcune volte le foreste bruciano automaticamente affinché la vita possa ritornare più rigogliosa di prima. E così è stato per quella generazione; non hanno trovato degli agi ma si sono ritrovati subito per i piedi per terra. La guerra è terrificante ma quando passa porta solidarietà e dinamismo perché quello che è stato distrutto deve essere ricostruito meglio di prima. È per queste ragioni che è esploso il boom economico degli anni 60. Il boom però non ha portato solo benessere, con esso arrivarono anche le invidie, così se prima si lavorava per ricostruire e più di qualcuno non dava peso alle 10 Lire in più o meno del compenso, con il boom avviene il contrario. Livori per compensi ingiusti, la mezz’ora in più della giornata lavorativa, la mansione… tutti indizi che poi si sono riflessi nello stile di vita. Il modo di vestire, l’automobile, l’arredamento, la proprietà. Ma più ancora è stato l’avvenire per i propri figli. La laurea di un figlio era per un operaio motivo di orgoglio più dell’acquisto della stessa abitazione. E normalmente la laurea di un figlio si concretizzava soprattutto grazie ai sacrifici dei genitori. Genitori che memori delle miserie trascorse furono molto permissivi nei riguardi dei loro figli. Gli atenei non erano mai stati affollati come prima, per la generazione fu un fatto fisiologico rivendicare più giustizia, avere più libertà, ma forse nemmeno questa, di certo rivendicavano una società più flessibile, soprattutto quando nel mondo c’erano albori per nuove guerre. Guerra e postumi certamente tramandata a loro da genitori e soprattutto nonni.
    Il 68 ha rappresentato soprattutto l’avanzamento sociale della donna che fino a poco prima era vissuta all’ombra del maschio “padre padrone”, ma nonostante tutto certi sintomi non sono del tutto spariti e così il mondo femminile dal 68 si ritrova ora perennemente invischiata nella lotta sociale per diventare l’alter ego maschile. Probabilmente per la donna sessantottina la ribellione contro i canoni della società dell’epoca è stata un esperienza intima più robusta ed è forse per questo che nel confronto con i suoi figli è stata più permissiva. Il 68 è stato un avanzamento sociale definito troppo in fretta, ed è per questo che ora si pagano certe conseguenze. Generalmente in natura ogni sconvolgimento evolutivo ha bisogno dei propri tempi. Non è possibile mettersi a volare dalla mattina alla sera. Il personaggio sessantottesco è stato soprattutto arrogante perché rivendicava diritti che non gli spettavano per niente. Basti ripensare al 6 politico che pretendeva nel suo percorso scolastico. Ebbene tutto questo ha prodotto gli Yuppies, che per analogia di risonanza sono i figli degli “Hippies”. La differenza tra questa generazione, i sessantottini e le precedenti si potrebbe sintetizzare in questo:
    prima qualcuno comprava a rate, a cambiali e per lui era un marchio d’infamia se non riusciva a pagarne qualcuna. Finire sul bollettino del protesto era come andare nella gogna. Lo yuppie ha rovesciato tutto questo. Troppi procacciatori finivano sul bollettino per imprese fallimentari, contrariamente lo yuppie vincente nonostante questo ha continuato a elargire prestiti in virtù della cultura di procacciatore d’affari in voga del momento. E così, lo yuppie fallimentare ha avuto lo stesso la possibilità di comprarsi una nuova fuoriserie rifacendo un altro leasing, e dopo un anno ne ha rifatto un altro ancora poiché aveva interrotto il precedente per i motivi che sappiamo. Dunque, mi chiedo, che lezione di vita ha potuto impartire al proprio figlio un simile personaggio? Ha avuto il tempo di sedersi a tavola con loro e parlare di – sei portato ad essere un, grafico, un insegnante, un avvocato, un operaio – ; oppure ha parlato con loro della nuova fuoriserie, di quel vestito in vetrina, di come sono belle le vacanze alle Maldive. Ecco, il trentenne di oggi è questo, il frutto di comportamenti superficiali poiché il contesto sociale lo ha permesso. Poi è sopraggiunta la crisi economica, prima la ricchezza sociale permetteva opportunità d’impiego anche restando inerti, con la crisi il trentenne di oggi ha ereditato solo l’inerzia.
    Ma la mia perplessità nasce dal fatto che quest’inerzia è riscontrabile ancor più nei loro genitori. Si parla di pensioni ed età pensionabile. Di precariato. A me genitore che ho già iniziato la rotta discendente della parabola non importa un fico secco se allungherò altri due anni per finire in pensione. Mi preoccupano i miei figli, con il precariato lavorano tre mesi e stanno fermi 5. Lavorano un anno e ne stanno fermi due. Con questa prassi completeranno il loro periodo contributivo a 90 anni e passa!
    Pertanto… il genitore pensa a se stesso o al futuro dei propri figli?

    Goodbye.

    emmons avenue

    http://spigolature-emmons-ave.blogspot.com

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