– Nessuno ascolta Olof. Né a destra né, tantomeno, a sinistra.

Eppure i motti di Palme il socialdemocratico dovrebbero riscuotere sostegno almeno in certi luoghi dell’arco costituzionale, tanto che persino il buon Veltroni aveva tentato di rubarne lo charme citandolo a pieni polmoni. “Non dobbiamo combattere la ricchezza – aveva detto, con l’intento di affrontare il tabù del pauperismo radical chic – dobbiamo combattere la povertà”. Una massima un po’ banale per la verità, ma sempre foriera di qualche speranza e parecchi applausi.
Era il 2008, erano le elezioni. La stessa frase, ripetuta oggi, avrebbe davvero costretto il buon Walter a partire per l’antico viaggio promesso e sempre rimandato, in Africa. Non è più, infatti, il caso di elogiare il benessere. Non ora, non qui, non in mezzo ai noi probi cittadini italiani ai quali fanno schifo e gran ribrezzo, in ordine sparso, le vacanze alle Maldive, gli aperitivi in riva al mare, gli stipendi cospicui e, è il caso di rabbrividire, le barche di lusso. Tutte prerogative dell’odiata, odiatissima casta. La quale non compie solo il peccato del cattivo gusto, esibendole. Ma, fatto ancor più grave, per davvero ce le ha. È ricca, perbacco!

Possedere appartamenti e un buon conto in banca sembra essere diventata colpa imperdonabile se persino Franco Bechis, nelle vesti di nuovo alfiere del pauperismo spinto, sulle pagine di Libero si è prodigato in un lungo lavoro di ricerca per screditare il governo non eletto dal popolaccio, e ha descritto con minuzia i patrimoni dei ministri e dei sottosegretari. Tutti benestanti: pensate, nessuno di loro, per dire, il giorno prima di sedere alla scrivania del dicastero se ne stava nella stessa posizione a chiedere pietosa carità. Non è un governo di homeless, ha titolato Europa.

Insomma, un problema culturale c’è. Nel racconto comune, alimentato da parecchia stampa, il benessere economico è diventato sinonimo di grande male, lo sterco del diavolo, una vergogna, frutto indiscutibile di qualche astuta ruberia. Contemporaneamente il mito del finto pauperismo, della lotta di classe, dell’opposizione proba e onesta al ricco e al bello dilagano come una malattia infettiva. Tanto che rischia di tornare di moda uno dei peggiori slogan mai ideati e appiccicati sui muri di mezza Italia qualche anno fa, firmato Rifondazione Comunista: “Anche i ricchi piangano”. Un inno all’odio, l’elogio dello scontro.

Eppure la lotta alla ricchezza in sé, non a certi precisi e individuabili modi di conquistarla, oltre a suonare stonata, ha un che di paradossale, soprattutto ora, soprattutto mentre l’Italia fatica proprio per produrre più benessere, più competitività, più lavoro. In definitiva: più ricchezza. Per parafrasare Bertolt Brecht, si potrebbe dire: sventurata la terra che ha bisogno dei poveri. Del pauperismo a ogni costo, della mortificazione dell’abbondanza. Perché quella terra, quel paese, rinuncia al desiderio, alla volontà di progredire, al fascino del piacere. Per una comunità la negazione delle aspirazioni corrisponde alla fine di un sogno comune, di un obiettivo condiviso che, nel nostro attuale caso, rischia di svilirsi nel rancore, nella rabbia sorda di un sacrificio. Perché, se Palme aveva ragione, combattere la povertà è compito della politica, esaltarla come sintomo di onestà e bene comune è compito, invece, della più becera antipolitica.

Ha fatto bene, allora, Mario Monti, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, a ribadirlo.

“Bisogna rispettare la ricchezza, che è un valore – ha precisato – a condizione che sia il risultato di un merito, di uno sforzo produttivo e di talento”.

Ecco, in fondo si tratta di una grande banalità, eppure il Presidente del Consiglio riaffermandola ha tracciato i confini di una visione politica, ha delineato il profilo dell’Italia com potrebbe essere: più ricca, più meritevole e, va da sé, persino meno sbruffona.
Un’Italia che si vuole bene e, per questa ragione, elogia la ricchezza. Bene comune (e aspirazione individuale) cui un paese in salute non può rinunciare.