Non solo Snam, l’Italia diventi hub energetico del Mediterraneo

Nel restyling ai diversi settori dell’economia da attuarsi attraverso una serie di liberalizzazioni scadenzate, é contemplata l’energia. Per quanto riguarda il gas ha preso nei giorni scorsi l’ipotesi dello scorporo proprietario di Snam Rete Gas da Eni. Nel contempo si propongono agevolazioni per nuove infrastrutture.  Il risultato di queste manovre si vedrà già venerdì con la proposta che il Governo Monti presenterà alle Camere.

Intanto nello scacchiere mondiale si muovono nuovi interessi, se ne consolidano di vecchi, si mettono in moto strategie per il presente e per il futuro, si aprono spiragli per avviare proficue collaborazioni. Nel complessivo riposizionamento delle differenti economie, i processi iniziali ed intermedi, meno appariscenti, sono in parte offuscati dagli esiti finali. I quali, però, sono il naturale risultato di politiche a lungo termine. Sempre più necessarie, anche se complesse e difficoltose. Specificatamente occorre che l’Italia sappia al contempo dotarsi di una valida politica industriale e sia capace di scelte energetiche efficaci, senza tralasciare una sana amministrazione e una buona diplomazia.

Nel settore é il colosso Eni a tessere la sua tela. La Libia del nuovo corso ha appena confermato gli accordi sul petrolio e il gas. Il primo ministro del governo di transizione, Abdel Rahim al-Kib, ha ribadito che l’annunciata revisione dei contratti siglati da Eni con l’allora leader Gheddafi, riguarda “i progetti di sviluppo sostenibile”. Quindi infrastrutture. Naturalmente anche nell’energia. Ma anche l’Asia, dove il cane a sei zampe prenota un ruolo strategico. Dopo la scoperta del gas off shore in Mozambico, a Mamba.

E ancora più di questi rapporti, é la sfida degli hub energetici europei che prefigura promettenti scenari. Trasformando i comprimari in protagonisti e indicando come vincere la concorrenza della direttrice balcanica. Tracciando nuove rotte di scambio tra materie prime, ma anche prodotti energetici “finiti”, come l’elettricità. Che scorrerà sempre più tra il Nord e il Sud dell’Europa, ma anche tra i paesi del vecchio continente e Nord Africa, qualora riusciranno a prendere forma i nuovi cavi sottomarini, o se tra le sabbie del deserto si istalleranno le grandi centrali solari promesse dal progetto Desertech.

La felice posizione dell’Italia, ideale piattaforma di canalizzazione e di scambio di energia tra l’Europa e i quadranti di approvvigionamento e di affari vecchi e nuovi, cioé Africa e Oriente, non é un requisito che ci mette al riparo da brutte sorprese. Le alternative non mancano. Ad esempio l’asse Turchia-Grecia-Balcani potrebbe essere un pericoloso concorrente nel ruolo di nuovo hub energetico paneuropeo. Così come ad ovest, interessanti prospettive potrebbe offrire l’asse tra Spagna e Francia.

Nello sviluppo di questi assi (o meglio nella scelta dell’uno piuttosto che dell’altro) un ruolo centrale  sarà svolto dalla Bers (o Ebrd nell’acronomo inglese), la Banca Europea per la Ricostruzione  e lo Sviluppo, fondata nel 1991 per aiutare i paesi del dissolto blocco comunista nella transizione dai sistemi monopartitici ad economia centralizzata verso sistemi democratici pluripartitici basati sull’economia di mercato. Il fulcro finanziario dello sviluppo é dunque nella banca multilaterale che opera nell’Europa centrale e orientale e nell’Asia centrale. La Bers aiuta i Paesi emergenti a tentare l’integrazione con quelli sviluppati. Le cifre riportate dal Washington Institute for Near East Policy sono eloquenti. Dei 2,5 miliardi di euro l’anno investiti ogni anno per sostenere progetti nel Mediterraneo, 600 milioni sono la dotazione per l’energia. Prestiti da canalizzare prevalentemente verso i privati per creare un effetto volano. Secondo statutola Bers destina finanziamenti perlopiù ai privati, nell’85% dei casi, comunque non prima di una minuziosa procedura di valutazione preventiva. Ciò comporta, quasi automaticamente, un buon certificato di “bancabilità”. Nei fatti significa che il finanziamento Bers é accompagnato da un’erogazione dell’investitore solitamente di pari entità e da un’altra quota analoga di intervento delle banche private.

I finanziamenti infrastrutturali non interessano in maniera diretta le cosiddette economie mature, le quali possono attingere alla Bei, la Banca Europea per gli Investimenti. Ma senza dubbio le scelte operate dalla Bers hanno la loro ricaduta anche sui paesi della vecchia Europa. Anzi, molto di più.  Finanziando i partner dei nostri progetti ne orienta lo sviluppo e le priorità. Gli esempi non mancano. E’ il caso dell’Enel in Russia. Bers ha il 2,5% di OgK5, la compagnia elettrica controllata al 60% dall’ex monopolista italiano dell’elettricità. Ma è anche il caso del cavo elettrico sottomarino tra Italia e Montenegro. Terna, il gestore italiano delle grandi dorsali elettriche, provvede al tratto italiano, mentre Bers interviene in quello montenegrino.

Sul grande scacchiere energetico mediterraneo si stanno giocando importanti partite. I progetti di nuovi gasdotti, gassificatori e, soprattutto, interconnessioni elettriche transfrontaliere, non mancano. Ma a fare la differenza sono (e saranno) qualità e tempi. La richiesta, in particolare, da parte di Bers, é di quantificare le diverse operazioni. In sintesi, programmare, vuol dire non disperdere risorse.

L’esempio offerto dai gasdotti sul versante orientale dell’Europa, tra l’Italia e l’Oriente, é forse esemplificativa della questione. Tra quanti sostengono, sulla spinta della crisi economica, che il rischio é di produrre troppe infrastrutture e quanti, invece, ritengono che tutti i sistemi energetici del Mediterraneo “hanno un bisogno colossale  di infrastrutture per sostenere la crescita”. Il vero focus, non individuato da tutti gli attori del dibattito, forse sviati da interessi particolari, é l’hub. Intanto é allo studio un’interconnessione Italia-Grecia con un tracciato da Otranto per quello, in costruzione, che assicura l’interconnessione trala Turchia ela Grecia. E da qui, attraverso tracciati nella gran parte dei casi operativi, da un lato verso Volgograd (e quindi l’Asia), dall’altro verso Turkmanbasy in Turkmeistan. Considerando poi i tracciati allo studio, verso sud, fino ad Haifa e verso est in direzione di Budapest e Vienna.

Dipende dall’Italia orientare le scelte. Attrarre l’affare hub. Le egemonie politiche ed industriali giocheranno la loro partita su fronti contrapposti. Il recupero di credibilità in politica estera ascritto al governo di Mario Monti avrà modo di essere confrontato anche su questi temi. Il rilancio del Paese non può derogare da una efficace strategia nel settore dell’energia.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Non solo Snam, l’Italia diventi hub energetico del Mediterraneo”

  1. Pier Luigi Caffese scrive:

    L’Italia hub del Med.Bene ma una cosa è importare per 80 miliardi dall’estero il fossile,altra cosa è cominciare a ridurre al 50%,cioe’ 40 miliardi ed il resto farselo in casa.Perchè dobbiamo spendere cifre folli per importare fossil fuels quando basta il mare,l’acqua,il vento,il Sole(ma attenti il ft è troppo caro)L’Eni spinge per importare 80 miliardi:il Governo mostri gli attributi e dica no,poi l’Eni è libera di perdere i suoi soldi e cacciare Scaroni ma si separi Snam,si cambino i Ceo ma cominciamo a produrre noi come fa la Merkel che ha dato un calcio al nucleare e Siemens(ben piu’ importante di Eni)ed ha gia’ impiegato 370.000 giovani in rinnovabili e tanto vento per 105 GW.Merkel produce windfuels,Scaroni ha sostenuto a Cortina che è impossibile produrre fuels da rinnovabili.
    I tedeschi lo ritengono appirlato e vanno dritti per rinnovabili con windfuels-windgas,da noi uno che dice o fa pirlate è un eroe come Schettino e stanno a sentirlo invece di pensionarlo.Ma confindustria non capisce? No perchè desidera l’autodistruzione da gas importato, mentre potremmo fabbricarcelo,Scaroni permettendo.

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