di BENEDETTO DELLA VEDOVA – E’ un peccato che “liberalizzazione” sia diventata parola ambigua ed equivoca. Eppure il concetto che esprime è chiaro e al concetto occorre tornare per intendersi e anche eventualmente per dividersi tra chi vuole “liberalizzare” e chi no.

Punto primo. La trasparenza e la concorrenzialità dei mercati, sia per i beni che per i servizi, è una condizione imprescindibile di efficienza. I mercati reali non possono essere perfetti, ma le distorsioni legate a posizione di rendita – in virtù di barriere tariffarie o regolamentari – possono essere rimediate. Le liberalizzazioni sono questi “rimedi”. Le liberalizzazioni convengono sempre ai consumatori, ma non convengono mai ai produttori che devono rinunciare a condizioni di monopolio o anche più semplicemente di vantaggio competitivo. Alla politica spetta non solo di individuare i rimedi –  che sono tutto sommato semplici –  ma anche di governare, sul piano degli effetti e anche del consenso, la complicata transizione da mercati (relativamente) chiusi a mercati (relativamente) aperti. La discussione con le categorie è utile e doverosa fin tanto che serve a trovare le soluzioni più efficaci a garantire la transizione verso regole di maggiore concorrenza e a trovare, ove possibile, compensazioni ragionevoli. Nondimeno una politica che, per meglio governarla, finisse per impedire o rinunciare a questa necessaria transizione, lavorerebbe contro e non a favore degli interessi generali della società. Se i taxisti bloccano in modo violento ed intimidatorio la città di Roma, lo spazio per la discussione si consuma, perché non è più in gioco una questione di merito, ma solo di autorità. E se si rinuncia ad esercitare l’autorità di fronte a chi alza la voce, si rinuncia alle riforme e all’interesse del paese.

Punto secondo. Come non dovrebbero esistere lavoratori di serie A e di serie B, non dovrebbero esistere mercati di serie A e di serie B. Il principio di discriminazione, oltre ad essere ingiusto, è inefficiente, perché in ciascun mercato – senza differenze di sorta – deprime la produttività dei garantiti e non premia quella dei meritevoli. Non si può logicamente essere a favore di alcune liberalizzazioni e contro alcune altre. Alcune – quelle i cui interessi sono più concentrati e prossimi alla politica – possono apparire più complicate e costose in termini di consenso. Ma non più “sbagliate”. Tutti i politici, rispetto alle liberalizzazioni, sono in conflitto di interesse. Tutti, in un modo o nell’altro, cercano di rappresentare categorie professionali, settori produttivi e interessi sociali che possono temere di perdere o sperare di guadagnare da questa o quell’altra riforma. Ma l’utile della loro impresa politica è quello di migliorare il potenziale di crescita e la prosperità economica del Paese tutto, non sostenere questo o quell’interesse specifico. Che a mercati più liberalizzati corrisponda un’economia più florida è dimostrato oggi da tante e tali evidenze empiriche da rendere il tema “efficienza” difficilmente eludibile sul piano del dibattito pubblico.

Punto terzo. Dal punto di vista pratico – e non esclusivamente tattico – fare le liberalizzazioni “con gli elettori degli altri” è inutile e controproducente. Ogni liberalizzazione non fatta è un alibi per non farne un’altra. Per questo – saggiamente – l’esecutivo si deve impegnare ad avviarne contestualmente la gran parte o almeno le più significative. I taxi e le farmacie non potranno apparire oggetto di accanimento se nel decreto di venerdì ci sarà anche, per fare un esempio su tutti, lo scorporo della rete di distribuzione del gas dall’Eni. Questa liberalizzazione è ormai considerata “pacifica” e utilissima ad aumentare la concorrenza e diminuire i prezzi in un settore vitale, quello del gas, per imprese e famiglie. Ma in modo altrettanto pacifico è considerata quasi impossibile per la forza di condizionamento dell’ENI. Noi, come terzo Polo, abbiamo chiesto a Monti, proprio a partire dalla separazione tra Snam ed ENI, di dare il messaggio più forte e chiaro possibile: l’impegno ad un paese più aperto al mercato e alla concorrenza come condizione per avere più dinamismo economico, più crescita e più occupazione.

Il governo sarà tanto più credibile quanto più sarà forte e libero dai condizionamenti delle categorie (farmacisti, tassisti, notai…), ma anche e soprattutto dei poteri economici più influenti, privati e pubblici. Avanti deciso, dunque, Prof. Monti.