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Ci servono quei caccia, la difesa del Paese non è un optional

– Durante l’intervista rilasciata a “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, il neo-ministro della Difesa Di Paola ha toccato principalmente due punti ormai divenuti centrali al dibattito pubblico, ossia le spese della difesa e i costi del Lockheed Martin F-35 Lightning II. La staticità mentale dell’intervistatrice, decisa a utilizzare le risposte dell’intervistato per giustificare la propria visione preconcetta per cui tutto costa troppo a priori, è evidentemente andata a scapito della qualità del dibattito. I tentativi dell’Ammiraglio di contestualizzare sia l’acquisto sia la “revisione” del progetto in una più generale ristrutturazione delle spese militari sono andati quasi completamente a vuoto facendo scomparire dai trenta minuti il vero nocciolo duro della questione: l’Italia ha bisogno di quei mezzi?

Anche questa domanda è di per sé senza alcun senso. Se s’immagina che il nostro paese in futuro debba diventare una grossa Svizzera bagnata dal mare, allora non solo gli F-35, ma qualsiasi nuova spesa militare sarebbe un peso insostenibile durante una crisi economica. In fondo i russi rimangono lontano e nonostante Sarkozy, i francesi non sembrano particolarmente interessati alla Valle d’Aosta. Se s’interpretano le questioni di difesa e sicurezza attraverso la lente del pacifismo, il discorso è già chiuso. Tuttavia deve essere chiuso a 360°. Basta missioni all’estero, riduzione radicale del peso internazionale dell’Italia e quindi della sua possibilità di influire sulle dinamiche del nostro “vicino” estero. Insomma, se proprio la sinistra pensa che le spese della difesa siano immorali a prescindere impari dal Repubblicano americano Ron Paul e statuisca la necessità di chiudersi all’interno delle nostre frontiere. La prossima volta che le polveriere che ci circondano esploderanno si faccia come Silvio e si urli a gran voce di “non voler disturbare”. Qualora si abbiano invece a cuore gli interessi del Paese nel Mondo, la questione cambia radicalmente.

L’Italia ha bisogno degli F-35 poiché unici velivoli attualmente in grado di sostituire gli AV-8B Harrier II imbarcati sulla portaerei Cavour. Essendo una portaerei di tipo STOVL (Short Take Off and Vertical Landing), essa non dispone di un ponte di volo adatto al decollo di velivoli ad ala fissa convenzionale. Non dotarsi dei nuovi caccia vuol dire in sostanza accettare che l’unico mezzo navale capace di proiettare potenza a lungo raggio sia ridotto al rango di porta elicotteri. La capacità di questo modello – ve ne sono infatti tre in totale – di atterrare in uno spazio eccezionalmente ridotto, unita alle caratteristiche tecniche estremamente avanzate ne fanno la punta di diamante di qualsiasi aviazione che voglia dirsi capace di affrontare adeguatamente le sfide poste dalla guerra asimmetrica, dove la superiorità aerea e tecnologica diviene necessaria per vincere i conflitti in tempi rapidi e con un ridotto dispendio di vite umane. Per questo motivo Di Paola si è detto convinto che quando il Segretario alla Difesa statunitense Panetta confermerà i programmi d’investimento militari per il futuro, anche la versione STOVL dell’F-35 supererà indenne le attuali difficoltà. Difficoltà che innegabilmente presentano livelli di complessità enormi non solo sul lato della tecnologia, ma anche su quello dei costi.

Passando dai 232 miliardi di dollari del 2002 ai 384.4 del giugno 2012, lo sviluppo di questo caccia multiruolo diventerà paradossalmente il programma più costoso di sempre per la difesa americana. Paradossalmente, perché la decisione di sviluppare tre versioni differenti dallo stesso modello aveva alla base la volontà di abbassare i costi di sviluppo, produzione e operatività. Sebbenela Lockheed Martin sostenga che i costi effettivi siano almeno del 20% più bassi rispetto a quanto rilevato dal Pentagono, il 25% d’incremento massimo accettabile dalla legge Nunn McCurdy – che stabilisce che oltre quella soglia il programma in questione debba essere rimesso completamente in discussione – è stato ampiamente superato. Come sostenuto dal Ministro della Difesa, pare tuttavia che Panetta darà un nuovo via libera permettendone il proseguimento.

Come partner di secondo livello, l’Italia si è impegnata con un miliardo di dollari e altri 15 miliardi di euro sono stati stimati per l’acquisto dei 131 caccia da dare in dotazione all’Aeronautica Militare (versione A) e all’Aviazione Navale (versione B). A riguardo però, le parole del Ministro sulle ricadute positive di questo enorme investimento sull’industria italiana sono alquanto opinabili, almeno secondo un’inchiesta di Altraeconomia che, “Memorandum of Understanding” del 2007 alla mano, indica non in 10.000 ma in 1000 i posti di lavoro prodotti dall’indotto e in 904 milioni di euro le penali totali qualora il ritiro avvenga prima dell’acquisto dei velivoli. Proprio su queste basi, paesi come Norvegia, Canada, Australia e Turchia hanno rimesso in discussione la loro partecipazione. Le cifre pesano e chi scrive non pensa che esse siano false o frutto di manipolazione. Tuttavia, ciò che sfugge ad Altraeconomia come pure all’Annunziata, è il quadro complessivo all’interno del quale i costi andranno a incidere, ossia le spese totali della difesa italiana.

Nel 2010 il nostro paese spendeva in difesa 38.198.000.000 di euro che pur attribuendogli un nono posto mondiale costituivano solo l’1.8% del PIL. Per intenderci, la Germania era all’1.4%, la Francia al 2.5% e la Gran Bretagna il 2.7%. Oltre a questo, nel periodo 2001-2010 gli investimenti hanno avuto un calo del 5.8 %. Nessuno stupore che nel 2012 raggiungeremo infine uno stratosferico 0.84% ( – 1.5 miliardi) che, nonostante diminuzioni altrettanto drastiche in altri paesi, ci pone tra i fanalini di coda dell’Europa. Europa che già di per sé spende troppo poco rispetto al proprio alleato d’oltre oceano ormai orientato a godersi i soli asiatici e lasciare le nebbie continentali a noi altri. Di questa scarsa percentuale ben il 70.5% – si citano dati mostrati durante la trasmissione – continuerebbe a essere impiegato per il personale. Spendere poco e spendere male, ecco la realtà della difesa italiana. Realtà di cui l’Ammiraglio  Ministro, sostenitore di un graduale ma deciso cambio di rotta, sembra ben consapevole.

Innanzitutto è fuori discussione che i nostri contingenti vengano ritirati dall’Afghanistan prima del tempo. L’Italia ha assunto impegni internazionali che non possono essere affrontati con un’acqua di rose che confermerebbe i peggiori stereotipi d’inaffidabilità che troppo spesso hanno accompagnato il nostro paese. “Un paese responsabile onora gli impegni che concorre a prendere, perché non ce l’ha ordinato il dottore” dice giustamente Di Paola. Analogo discorso perla Libia in cui, se accettati, i nostri militari sono pronti ad addestrare le truppe locali garantendo un aiuto non solo simbolico ma effettivo alla stabilizzazione del paese.

L’attuale struttura della spesa per la difesa tuttavia non è sostenibile né bilanciata e anche su questo il Ministro è stato chiaro. Pur non prevedendo draconiani tagli al personale, un riequilibrio che si protragga per il prossimo decennio è ormai all’avvio “altrimenti anche 14 miliardi sono buttati, perché se le Forze Armate non sono in equilibrio e non danno operabilità non servirebbero. Allora, anche fossero di meno sarebbero soldi buttati, è questo il problema”. In questo senso, la lunga esperienza atlantica di Di Paola avrà auspicabilmente un ritorno positivo in termini di efficienza nella spesa e sviluppo di ulteriori progetti condivisi con i nostri partner europei rendendo l’Italia ancora una volta in grado di affrontare le sfide del futuro.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

9 Responses to “Ci servono quei caccia, la difesa del Paese non è un optional”

  1. Drago78 scrive:

    Ohhhh… finalmente un articolo serio mi complimento con Federico Mozzi che spero abbia fatto un po’ di chiarezza nella solita “nebbia” mentale di molti. Ne ho visto uno da vicino ed è fantastico davvero, secondo come tecnologia soltanto al suo fratello maggiore F-22 in dotazione all’USAF. E ora avanti con gli F-35!!

  2. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Non ci si può attendere più elasticità mentale da una con mentalità comunista come l’Annunziata… Per lei difendersi dalle minacce all’Occidente è tabù! E poi…non ce ne sono, no?… ;-) …È tutta paranoia o residuo imperialistico…

  3. Marco Bonati scrive:

    Complimenti Federico, ottimo articolo!

  4. Dives scrive:

    Il ragionamento parrebbe non fare una grinza se non fosse che non siamo in condizioni di normalità economica. Il nostro Paese sta raschiando il barile in tutti i settori, ed etichettare con la solita litania becera del “comunista” o del “pacifista” chi si oppone con argomentazioni più o meno condivisibili all’acquisto di questi aerei mi pare veramente riduttivo e almeno altrettanto preconcetto. Se è vero che abbiamo bisogno degli F-35, è altrettanto vero che abbiamo assolutamente bisogno di risorse in generale, di tagli (perchè poi quelli che si oppongono ai tagli per una o per l’altra ragione sono gli stessi che si oppongono all’aumento delle tasse, e ribattono indispettiti che la politica delle tasse è deleteria…). Insomma, ripensare questo investimento è il minimo che si possa fare in una situazione economica come quella in cui versa l’Italia, ridurlo credo sia doveroso, rimandarlo penso sia anche possibile.

  5. francesco sica scrive:

    Questa spesa militare rappresenta ennesimi soldi sperperati dall’apparato pubblico. Per capire se ci questi mezzi servano bisognerebbe capire i nemici da cui dobbiamo difenderci. Come giustamente fatto notare sorgono forti dubbi un qualsiasi paese tenterà di occupare l’Italia povera di materie prime e con una popolazione da ospizio. Viene sottinteso che se si vuole mantenere peso internazionale bisogna pur dotarsi dei mezzi giusti. Ma davvero si pensa che si acquisisce peso internazionale partecipando a guerre di aggressione mascherate da missioni umanitarie? Se perdere peso vuol dire opporsi all’imperialismo angloamericano ben venga. L’Italia è più in pericolo ora a causa della nostra ipocrita politica estera di quanto non lo saremmo stati se non ci fossimo intromessi negli affari interni di altri paesi. Infine, ma lo abbiamo capito che siamo un paese in bancarotta e saremmo costretti a ridimensionare drasticamente i nostri stili di vita e non possiamo permetterci inutili guerre che han portato solo morte e sofferenza acuendo i conflitti anzichè risolverli? Gli stati nazionali sono armi di distruzione di massa, anzichè armarli vanno disarmati e resi più piccoli (in dimensioni) e innocui possibili in modo che liberi individui possano vivere e realizzarsi.

  6. Massimo74 scrive:

    @francesco sica

    Quoto totalmente ogni tua parola.

  7. Andrea B. scrive:

    Concordo con i temi di fondo dell’ articolo: tralasciando gli iper-pacifisti per i quali qualsiasi spesa per un apparato militare è da contestare, in Italia è mancato un dibattito generale sulle spese per la difesa, sia per il loro ammontare generale e relative destinazioni, sia sulla qualità delle spese stesse.
    Ma a noi piace così…ci si concentra su un “oggetto di scandalo” e su quello vertono tutte le polemiche.

    In primo luogo, semmai, sarebbe da definire COSA vuole essere l’ Italia in campo internazionale e da quello far discendere le nostre necessità militari.
    Solo a quel punto si sarebbe potuta iniziare la discussione se gli F35 sono adatti ai nostri scopi o meno.
    Ad esempio, i critici avrebbero potuto fa notare che questo aereo, come tutti gli ultimi sistemi d’arma americani, segue la nuova dottrina militare impostata da Donald Rumsfeld anni addietro, che vede per il futuro forze armate ridotte in numero ma ipertecnologiche e di cui il caccia bombardiere F35 è solo uno degli anelli della catena di una “schiacciante superiorità elettronica”, che parte dal palmare in dotazione al soldato in azione sul campo ed arriva al satellite militare nello spazio.
    Come dicevo la riflessione sarebbe potuta essere se sia conveniente dotarsi di un simile sistema d’arma, senza adottare anche noi l’architettura e la filosofia militare-tecnologica complessiva che sta dietro al nuovo gioello dell’ USAF… ma credo sarebbe stato troppo profondo per il pacifismo nostrano “senza se e senza ma”.

    A mio modesto avviso l’Italia dovrebbe partecipare a questo programma per almeno due motivii: il primo per comunque non perdere il treno dello sviluppo tecnologico di punta in campo militare.
    Il secondo motivo è parzialmente legato al primo, ma è anche eminentemente pratico: l’alternativa al F35 per le missioni di attacco al suolo, quando sarà da sostituire Tornado ed AMX per l’Aereonautica, parrebbe essere solo il non meno vecchietto F/A 18 Hornet, pur nella sua versione modernizzata.
    Però acquistare “chiavi in mano” un aereo dalla tecnologia non più modernissima non mi pare un grande affare, senza contare che quest’ ultimo non è aereo da decollo corto o verticale e quindi rimarrebbe sempre da trovare un sostituto degli AV8 Harrier per la portaerei della Marina.
    Nessuno ha mai pensato al risparmio, anche solo in termini di standardizzazione, che porterebbe la soluzione F35 ?
    Poi si, possiamo sempre rinunciare ad avere delle forze armate moderne, od anche avere del tutto delle forze armate …

  8. pippo scrive:

    Difesa competenza da delegare alla Unione Europea, tantissimi euro risparmiati.

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