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La scommessa Usa in Iran

– La tensione nello stretto di Hormuz é tornata alle stelle dopo che gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran. Dopo anni di ‘bisturi’, Washington ha decido di usare la scure e colpire l’Iran al cuore mirando alla risorsa piú importante, il petrolio. Questa mossa ha lasciato perplessi molti ossevatori i quali giudicano questa decisione una pericolosa scommessa che potrebbe far precipitare la situazione.

Nuove sanzioni contro l’Iran non dovrebbero sconvolgere nessuno visto che non é la prima volta che accade. Dalla rivoluzione del 1979 gli Stati Uniti hanno in piedi una serie di misure per penalizzare il regime di Teheran, mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha valutato la situazione come una minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionale fin dal 2006. Il programma nucleare ha giustificato numerose misure contro individui ed attori che includono la proibizione alla vendita di armi, restrizioni finanziarie ed economiche, ed il divieto di lasciare il Paese.

La decisione presa a Washington pochi giorni fa segna un cambio di passo. Gli Stati Uniti sono andati oltre le cosiddette ‘sanzioni intelligenti’ e stanno mirando al bersaglio grosso del greggio per indebolire il regime degli Ayatollah. Washington ha infatti deciso di limitare l’accesso al mercato statunitense alle aziende che faranno affari con la Banca Centrale iraniana, la quale ha il compito di collezionare i pagamenti per le forniture energetiche. Le sanzioni riguardano carichi di greggio superiori ad un milione di dollari e le compagnie che hanno un giro d’affari superiore ai cinque milioni di dollari nell’ultimo anno.

La principale scommessa americana é quella di diminuire la richiesta globale di greggio iraniano attraverso un mix di diplomazia e sanzioni. Questa minore richiesta dovrebbe portare gli Ayatollah ad offrire condizioni migliori ai paesi compratori che, in altre parole, significa abbassare il prezzo delle forniture e colpire le entrate statali che dipendono all’80% dalla vendita di petrolio. Questa strategia é molto rischiosa perché non si capisce la ragione per la quale stati contrari alle sanzioni in sede ONU dovrebbero poi mettere in pratica quelle sanzioni senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ma non solo.

Inoltre, cosa succederebbe se il costo del greggio andasse alle stelle? La ragione per la quale l’Iran non era stato ancora colpito al ‘cuore’ é stata principalmente la paura di uno shock del prezzo del greggio. L’Iran é tra i primi produttori al mondo di greggio, pertanto la riduzione dell’offerta globale non puó che essere caratterizzata da un forte innalzamento del prezzo che, in condizioni di alta tensione internazionale, potrebbe anche soffrire di una componente psicologica e schizzare ulteriormente verso l’alto. Oltre a rappresentare un’ulteriore zavorra alla ripresa economica in Europa e Stati Uniti, il rialzo del prezzo del petrolio potrebbe compensare, se non addirittura superare, le perdite che Teheran avrebbe dalle minori vendite di greggio.

Washington sta provando a porre rimedio a questa situazione in due modi. Il primo é stato quello di dare la possibilitá ad Obama di autorizzare deroghe al regime sanzionatorio per fronteggiare il rialzo del costo del greggio. Il secondo é quello di convincere gli altri compratori a diminuire la dipendenza dall’Iran, ed in questa chiave si giustifica il viaggio in Asia di Timothy Geithner, che peró ha ottenuto solo un successo parziale. Infatti, se Giappone e Corea del Sud hanno dato la loro disponibilitá a ridurre le importazioni, Cina e soprattutto India si sono dette contrarie alla decisione statunitense ed al momento hanno fatto sapere che onoreranno gli impegni presi con Teheran.

Segnali contrastanti arrivano anche dal vecchio continente. Buone nuove da Bruxelles, che il 23 Gennaio dovrebbe decidere di imporre un embargo al greggio di provenienza iraniana, anche se l’implementazione di questa misura dovrebbe essere graduale per venire incontro ai paesi membri che piú dipendono dall’Iran, come Italia e Grecia. Al contrario,la Turchia ha deciso di non sedersi al tavolo con gli Stati Uniti e continuare gli acquisti di greggio da Teheran.

Gli Stati Uniti hanno deciso di forzare la mano sull’Iran ed hanno intrapreso un percorso pieno di insidie. Sanzioni cosí dure forniranno probabilmente un argomento valido alla frammentata coalizione governativa che sostiene Ahmadinejad per rinsaldare le fila contro la ‘guerra economica’ lanciata dall’occidente, mentre la Cina potrebbe facilmente sostituire l’Europa e acquistare il petrolio iraniano rifiutato dagli europei, magari ad un prezzo anche piú favorevole. La tensione nello stretto di Hormuz é alle stelle e le sanzioni potrebbero diventarne il detonatore.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

3 Responses to “La scommessa Usa in Iran”

  1. anton giulio lotti scrive:

    concordo con l’articolo, soprattutto per quel che riguarda la questione che le sanzioni sono state decise in modo unulaterale dall’America e ora la vogliono imporre ad altri stati senza passare da una risoluzione dell’ONU. Sanno che una risoluzione non avrebbe una maggioranza schiacciante, anzi potrebbe rivelarsi negativa facendo venire alla luce le divisionio e le differenti vedute dei paesi anche europei.
    Ma questa mossa e’ veramente pericolosa in quanto non solo illegale ma potrebbe essere la base per decisioni di attacchi militari senza consenso ONU. Con tutte le conseguenze che un atto così illegittimo potrebbe portare.

  2. e di questa scommessa, pagherà il conto l’ Italia :-(

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