di LUCIO SCUDIERO – Nell’iconografia di questa legislatura in dirittura d’arrivo ci sarà anche la foto di tre leader politici ieri a pranzo da un presidente del Consiglio che la necessità di un Paese in bancarotta impose e l’apnea politica dei partiti mantenne in piedi.

La decisione di corroborare l’intesa politica – checché non se ne voglia dire dalle parti di Pdl e PD – con una mozione unitaria di sostegno all’agenda europea del Governo è benedetta per quanti – noi tra costoro – ritengono che all’esecutivo Monti le forze parlamentari debbano un sovrappiù di chiarezza nell’interesse dell’Italia, assolvendo al proprio ruolo politico col viso scoperto e assumendosi la responsabilità delle scelte che un’agenda politica tremendamente complicata richiederà già da domani.

Siamo solo al primo passo. Perché se era facile, fin troppo, metterci l’accordo e la faccia su una mozione “deresponsabilizzante” che parla al Governo Italiano perché l’Europa intenda, non altrettanto può dirsi dei dossier di politica economica che l’Italia deve districare da sola, Europa o no, e che interrogano da vicino e senza esimenti le forze politiche di maggioranza.

Che farà il PdL sul nodo delle liberalizzazioni? Continuerà pretestuosamente a distinguere le proposte del governo dal “ben altro” ritenuto necessario? E il PD di Bersani, quanto impegno e quanta tenuta sarà in grado di manifestare quando in aula sarà la volta della riforma di welfare e lavoro?

Al Terzo Polo, che dei tre azionisti di maggioranza è quello che ha meno problemi a sostenere senza riserve l’azione di governo, si pone invece un quesito essenzialmente politico, che chiama in causa la sua volontà e capacità di innescare un processo di “innovazione” strutturale del sistema politico italiano allo stesso modo in cui ha promosso l’ “innovazione” montiana sul piano del Governo.

Si tratta di una sfida a carattere prospettico ma non troppo, se è vero che un anno scarso ci divide dalle elezioni politiche del 2013, e che ruota principalmente, ma non solo, intorno al tema della legge elettorale e più in generale a quello dei meccanismi di rappresentanza e competizione dentro e tra i partiti politici italiani.

Qualunque sia la formula di dettaglio in cui tradurrà la propria proposta, il Terzo Polo supererà questa prova di maturità se e solo se vi si approccerà con l’ambizione ad essere politicamente e quantitativamente qualcosa di più della sommatoria che già è e, soprattutto, superando la tentazione di cercare uno schema capace di tenerlo al riparo dalla competizione politica, precostituendosi lo spazio per manovrare, né più né meno, come una minoranza di blocco dopo le elezioni. Non giocare con agonismo e convinzione la partita della legittimazione politica sarebbe un passo indietro rispetto alla lungimiranza e al successo dell’operazione che ha portato al Governo di Monti, oltre che un modo di sprecare il “vantaggio” competitivo guadagnato sugli altri concorrenti dall’aver precorso i tempi del regime change verso la terza repubblica.

In ogni caso, quella della riforma del sistema politico è una buona opportunità per Futuro e Libertà, che potrebbe quantomeno tentar di recuperare centralità trascinando su una propria piattaforma l’alleato Udc, di cui continua a recitare ingiustificatamente il ruolo di comprimario nella dinamica di governo.

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