di SIMONA BONFANTE – Maroni è quello che la mafia al Nord non esiste, quello dei Cie inaccessibili ai giornalisti, quello che Cosentino è un problema, ma a Berlusconi caduto. Prima, la condivisione di scranni e responsabilità governative con il collega sotto processo per camorra, all’ex Ministro dell’Interno non suscitava imbarazzo. Cosentino, prima, gli andava bene.
È sempre Maroni, quello che prima fa lo ‘scalone’, ne difende le ragioni quando la sinistra lo cancella, e poi se le rimangia tutte, ma dopo, a governo Berlusconi già in crisi, con una Lega che non sa più contro cosa fingere di lottare né quali categorie pretendere di tutelare, salvo poi trovare nei pensionati una fetta di mercato elettoralmente redditizia –  non avendo proprio più nulla da offrire, d’altronde, alla base primigenia, quella dei produttori.

Maroni, quindi, è quello che nulla osta ai ministeri del Nord come alla Banca del Sud; al vitalizio del Trota come a quello di Nicole Minetti, all’uso privatistico di Finmeccanica come all’estensione, in Lombardia, delle worst practice dell’economia pubblica terrona. Quello del più spesa pubblica parassitaria per tutti, insomma.
“Umiliato e offeso” per il veto federale – poi rientrato – di partecipare ai comizi? Commovente. Maroni il ‘garantista’ – così si definisce a Che tempo che fa. E stendiamo un velo…

Non è l’anti-anti-eroe, Maroni. Semmai, l’altro anti-eroe. Quello che, legittimamente, punta al trono del caro leader nord-padano, ma che in dieci anni non ha mai avvertito l’urgenza di sfidarlo, il Senatur, né sterlizzare il ‘circo magico’, chiedendo – per dire – la celebrazione di un congresso. Aspettava evidentemente l’inconorazione post-mortem – non traumatica, continuista: come in Corea del Nord, appunto.

Ecco, questo è Maroni. Quello a cui qualcuno, in questi giorni, ha affibiato stimmate e aureola, manco fosse, la sua, una lotta di liberazione.
Maroni è il volto civile della Lega, non confina il suo argomentare pubblico al turpiloquio, non dice che ci vogliono i vagoni dei metrò per soli negri. Ma la sua Lega è la stessa Lega di Bossi. Solo con un’immagine meno ridicolmente cupolistica.

Dicono: è come il Fini di ‘che fai, mi cacci?’, la ribellione dei liberi contro i padroni. Ma il beau geste finiano è arrivato tardi. E con un tardivo, seppur lodevole, scatto di personale dignità non si accendono guerre civili.
Maroni poi, a differenza di Fini, non è la sfida che vuole. Lui vuole solo il partito. Lo vuole da Bossi. In eredità. Punto

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