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L’ economia italiana è meno libera di quella dell’Azerbaijan

– “Per la maggior parte non libera”. Questo è il verdetto dell’Heritage Foundation e del Wall Street Journal sull’economia italiana, riportato nell’edizione del 2012 dell’ “Indice della Libertà Economica”.

Lo studio, pubblicato annualmente, monitora lo stato della libertà economica nel mondo e classifica i vari paesi sulla base di una serie di indicatori che vanno dalla pressione fiscale alla spesa pubblica, dalla libertà d’ impresa alle regole del lavoro.

Su un punteggio teorico che va da 0 a 100, per la prima volta l’Italia scende sotto la soglia dei 60 punti e pertanto viene classificata tra i paesi “mostly unfree” dal punto di vista economico.

Il dato italiano è un po’ un pugno in un occhio, perché in Europa solo cinque paesi risultano “meno liberi” (Grecia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Moldavia e Bielorussia), e si inserisce in un trend di peggioramento che dura ormai da alcuni anni.

I capitoli nei quali il nostro paese registra la situazione più desolante sono il rispetto dei diritti di proprietà, la libertà dalla corruzione, i livelli di spesa pubblica, la pressione fiscale e la legislazione in materia di lavoro – tutti ambiti nei quali risultiamo ben al di sotto della media dei paesi dell’area UE.

Il bilancio è ancora più negativo considerando che negli stessi anni in cui gli italiani sono rimasti fermi – o se possibile si sono ulteriormente chiusi a riccio sulla difesa di posizioni di rendita – il resto del mondo si è liberalizzato, con tutte le evidenti conseguenze che ciò ha portato sulla competitività relativa del nostro sistema.

E’ persino impietoso notare che nel 2000 il nostro paese figurava al ventottesimo posto della graduatoria per scendere al quarantaduesimo nel 2005, toccare il sessantesimo l’anno successivo e continuare inesorabilmente a sprofondare, dalla settantaseiesima posizione nel 2009 alla novantaduesima (!) di quest’anno.

E’ chiaro che, su questi dati, si misura il completo fallimento del decennio berlusconiano, almeno rispetto alle speranze ed alle aspettative che, in economia, avevano accompagnato la discesa in campo del Cavaliere.

Nei fatti i governi di centro-destra pur avendo ampiamente attinto all’armamentario retorico liberale, promettendo “meno tasse, meno Stato e più mercato” non hanno saputo – né forse voluto – tradurre certe enunciazioni in effettive riforme politiche ed alla fine si sono accontentati di gestire il declino dell’Italia.

Piuttosto che giocare la carta del cambiamento, accettando di combattere nel paese la battaglia delle idee, Berlusconi e la sua classe politica hanno preferito muoversi in un’ottica primaria di autoconservazione affidandosi alla preservazione di una coesione sociale basata sul sostanziale mantenimento dello status quo. E’ una strategia che ha retto per un certo periodo, ma che ha mostrato tutti i suoi limiti nel momento in cui i nodi della situazione economica italiana sono venuti al pettine.

Le responsabilità di Berlusconi e del centro-destra sono oggettive, ma al tempo stesso anche la sinistra italiana non può vantare alcuna verginità ed anzi in questi anni è stata complice e concausa dello stallo culturale di questo paese.

Se va riconosciuto alla legislatura dell’Ulivo (1996-2001) il coraggio di alcune scelte di apertura, negli ultimi anni a sinistra hanno prevalso posizioni di facile populismo. Si è scelto non di incalzare il governo di centro-destra sulla strada delle riforme, bensì di capitalizzare la naturale resistenza della gente al cambiamento, contrastando qualsiasi tentativo di innovazione.

Il decennio berlusconiano, quindi, non è stato caratterizzato solo da un certo modo di governare, ma anche da un certo modo di fare opposizione – ed il suo insuccesso, non in termini elettoralistici bensì in termini di risultati complessivi per il paese, rappresenta la sconfessione di entrambe le polarità attorno alle quali si è articolata la nostra politica.

In questo contesto, chi spera che l’avvento di Mario Monti porti ad un nuovo inizio non deve fare affidamento solo sulla visione del professore, ma deve anche sperare che nessuno dei partiti maggiori scelga di mettersi realmente di traverso su scelte di liberalizzazione economica che appaiono ormai improcrastinabili, se non vogliamo perdere contatto con gli altri paesi del primo mondo.

In ogni caso l’Indice delle Libertà Economiche dovrebbe essere una lettura obbligatoria per politici e giornalisti, in quanto, basandosi su dati oggettivi ed avulsi dalla polemica politica interna, ci mette a disposizione importanti chiavi di lettura delle dinamiche economiche di questi ultimi anni tanto a livello italiano, quanto internazionale – evidenziando al contempo la significativa correlazione che sussiste, in tutto il mondo, tra libertà economica e crescita.

Per quello che più da vicino ci riguarda, non si può essere sorpresi della situazione in cui versa l’economia italiana ed ancor meno ha senso dar credito ad interpretazioni complottiste. La strada che per nostro demerito abbiamo intrapreso è chiara da molti anni – è la strada di chi ha sempre scelto la protezione piuttosto che la concorrenza, la posizione piuttosto che il merito, la garanzia piuttosto che l’iniziativa di rischio.

Al tempo stesso è evidente l’inconsistenza della tesi secondo cui quella che stiamo vivendo sia la crisi del “neoliberismo”, nel momento in cui tutto abbiamo avuto in Italia tranne che “neoliberismo” e in cui le economie più in sofferenza sono proprio quelle maggiormente appesantite dall’intervento statale, come appunto la nostra e quella della Grecia. E’ semmai la crisi della spesa pubblica e del debito pubblico.

A titolo di cronaca i cinque paesi classificati “ad economia libera”, cioè che conseguono più di 80 punti su 100, sono Hong Kong, Singapore, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Svizzera – e la presenza di quest’ultima ci dovrebbe far riflettere che certe volte neppure serve inseguire modelli lontani. Per trarre ottimi spunti per il nostro paese, basterebbe guardare a pochi chilometri a nord di Milano.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “L’ economia italiana è meno libera di quella dell’Azerbaijan”

  1. Adriano scrive:

    Suppongo che L’Italia sia scivolata indietro soprattutto per il miglioramento della situazione degli altri piuttosto che per il peggioramento della propria.

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