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Cronache Piigs: Rajoy, l’eletto, tassa e spera (nella crescita)

– «Non alzerò le tasse», aveva dichiarato più volte Mariano Rajoy durante la campagna elettorale che lo scorso autunno lo portò alla Moncloa, per la verità senza  troppo sforzo. Lo aveva ripetuto al Congreso qualche giorno prima di Natale, nel discorso d’investitura da Presidente del Governo in cui molto aveva spiegato, del suo programma per la Spagna dei prossimi 4 anni, senza in realtà spiegare quasi niente, come suo solito.

«Non alzerò le tasse», lo aveva detto e ripetuto come un mantra, Mariano Rajoy, sottolineando che i popolari sarebbero andati a cercare gli sprechi e avrebbero tagliato le spese senza alzare le imposte, come secondo lui un qualsiasi governo socialista avrebbe fatto. Ebbene, il primo provvedimento economico di Rajoy, insieme ad altre misure varate dal suo esecutivo lo scorso 30 Dicembre nell’arco di una manovra economica importante, è stato innalzare Irpf e Ibi (l’Irpef e l’Ici spagnole). Tasse più alte, dunque, che potrebbero aggravare la spirale recessiva già in atto ma che servono come l’ossigeno per fare cassa subito, a un Paese gravato da molti problemi e tanti debiti, dove la notizia del downgrade da parte di Standard & Poor’s della scorsa settimana è stata solo l’ultima stazione di una via crucis che va avanti ormai da almeno tre anni.

Senza sindacare sulla buona o sulla cattiva fede di Mariano Rajoy (che ha dichiarato di dover alzare le tasse perché ha trovato un deficit molto più alto di quello ufficialmente dichiarato dal precedente governo), è interessante notare come la cura che viene imposta dall’Ue (leggesi Germania) ai “grandi malati” del Sud Europa (all’Italia come alla Grecia come alla Spagna) è sostanzialmente la stessa: come prima fase una cura da cavallo di rientro del debito. E successivamente politiche per lo sviluppo e per la crescita: di cui, a dir la verità, onestamente per ora nei tre Paesi si è visto poco.

Eppure, se seguissimo i cantori nostrani della sovranità popolare a comando, gli aedi del «primato della politica» sui tecnici, saliti al potere in Italia «senza il nostro voto», diremmo che  quello di Rajoy è un governo pienamente legittimato a operare, altro che quello di Monti. Un governo uscito dalle urne, che dalla sua parte ha la maggioranza più ampia nella storia della democrazia spagnola; un esecutivo che non dovrebbe, sempre seguendo i discorsi trasognati degli stessi cantori della sovranità popolare a comando di cui sopra si parlava, cedere ai diktat del’Ue, dell’Fmi, dei mercati.

Tuttavia, davanti a Rajoy, il sentiero è stretto e obbligato, nonostante la sua legittimazione popolare sia indubbiamente più forte rispetto a quella del nostro attuale premier. Rajoy deve combattere un tasso altissimo di disoccupazione (circa il 22% della forza lavoro) che secondo tutte le previsioni continuerà a salire di un altro punto almeno fino a tutto il 2012. La Spagna risente anche di una struttura industriale debole e in gran parte in mano alle multinazionali e alla crisi gravissima del settore immobiliare, la cui crescita spiegava in gran parte il boom degli anni scorsi e la cui rovinosa caduta spiega molti dei drammi di questi anni.

Per questo motivo, dunque, anche se quello di Rajoy è un governo politico e di maggioranza assoluta, in questi primi passi si sta comportando più come un esecutivo tecnico di “salvezza nazionale” (la formula coniata per l’esecutivo Monti da alcuni nostri giornalisti, sempre molto fantasiosi) che come una “maggioranza pigliatutto”.

La strategia di Rajoy è improntata al basso profilo. Il Presidente del Governo appare pochissimo in pubblico, e manda avanti soprattutto la giovane vicepremier Soraya Saenz de Santamaría, a spiegare le misure già apportate che ammontano già a circa 16 miliardi di euro. Tra queste, oltre al già citato aumento dell’Irpf (in maniera proporzionale al reddito), ecco la proroga del blocco degli scatti d’anzianità per i dipendenti pubblici già deciso da Zapatero, la limitazione dei pagamenti in contanti per stanare sommerso ed evasione, la fine degli aiuti ai giovani con meno di 30 anni per i contratti di locazione. Di rimando, è stato rinnovato per altri sei mesi l’aiuto di 400 euro mensili per tutti i disoccupati che all’inizio del 2012 avrebbero terminato il “paro”, il sussidio di disoccupazione spagnolo. E tutte le pensioni saranno aumentate nell’anno in corso dell’1%: il tasso d’inflazione è più alto, ma un aumento, anche minimo, è comunque qualcosa, in tempi come questi.

L’opposizione socialista, al governo fino a qualche giorno prima di Natale, ha votato contro queste misure, che a suo dire porteranno ancora più recessione e disoccupazione.  Anche perché è molto possibile che dopo le elezioni regionali in Andalusia del prossimo marzo le tasse saliranno ancora, sottoforma di aumento alle accise sul carburante e sull’Iva per tutti i beni e servizi. Tuttavia, anche il Psoe, che con Zapatero iniziò la politica di austerità che ora il Pp e Rajoy stanno continuando, è cosciente della situazione grave in cui versala Spagna: e i suoi attacchi sanno a volte molto di più di gioco delle parti che di reale scontro ideologico. Anche perché i socialisti hanno già annunciato che, sebbene all’opposizione, non ripeteranno l’atteggiamento avuto negli ultimi anni dai popolari con Zapatero al potere. Popolari che votarono sempre contro le manovre economiche del governo socialista, un governo senza maggioranza assoluta, fatte per scongiurare la necessità per la Spagna di chiedere un “salvataggio” da parte dell’Ue in stile Grecia. Eventualità  che fu molto vicina, nella primavera del 2010.

Il Psoe è anche distratto dalla battaglia congressuale che tra meno di un mese incoronerà a Siviglia il nuovo leader. In lizza ci sono per ora due candidati, lo sconfitto delle ultime elezioni Alfredo Pérez Rubalcaba e l’ex Ministro della Difesa Carme Chacón. Il primo sembra prevalere di poco, ma non sono escluse sorprese. Una volta che il Psoe avrà stabilmente un nuovo leader si potrà dunque concentrare sull’alternativa al Pp e su come rifondarsi dopo i tracolli elettorali del suo annus horribilis 2011.

Inoltre, Rajoy e la Spagna hanno anche un altro problema, che si chiama comunità autonome. In un Paese sostanzialmente federale anche se retto da una monarchia, le comunità, negli anni belli, soprattutto le più in vista, hanno speso in tutte le direzioni possibili, curandosi poco dell’aumento del debito. Questo modo sbarazzino di gestire le finanze pubbliche ha comportato, giusto per fare qualche esempio, che la Comunidad Valenciana abbia un deficit di più di 3 miliardi di euro  e che nei primi giorni dell’anno ha dovuto alzare tutte le tasse regionali per scongiurare la bancarotta. Questo, dopo che il governo centrale ha dato a Valencia i soldi necessari per estinguere un finanziamento che la Comunidad aveva contratto con una banca tedesca.  Finanziamento che la Comunidad non sarebbe stata in grado di pagare da sola, con tutte le conseguenze che facilmente immaginiamo. E, per fare un altro esempio, basta citare anche il buco nelle finanze della Catalunya, buco cui il governo regionale di Artur Mas ha cercato di porre argine negli ultimi mesi con due manovre durissime (anche qui tasse su tasse e tanti tagli, anche in settori fondamentali come educazione e sanità).

A ben vedere, per tutto il 2012 non è possibile sperare in un grosso miglioramento delle condizioni attuali. Ci accontenteremmo che le cose non peggiorino. La situazione è molto compromessa, e sperare che possa risolversi solo in dodici mesi è una posa mossa da ingenuità o da inguaribile ottimismo (forse la stessa cosa, in un frangente come questo). Tuttavia, anche dalla posizione defilata che Rajoy si è scelto, da “gestore della crisi” più che da guida carismatica che indica la via a un Paese in difficoltà, il premier spagnolo può fare molto, ma non tutto. Si scrive Madrid (e Roma e Atene), si legge Bruxelles (e Berlino).  I governi nazionali possono imporre sacrifici, e i cittadini europei sembrano essere coscienti che, in questo momento, i sacrifici vanno fatti. Ma senza una soluzione europea questi sacrifici saranno inutili. Anche qui: si scrive Rajoy (e Monti). Ma si legge Merkel. Oppure Draghi, visto che, alla luce del recente, ulteriore, declassamento di Madrid da parte di Standard & Poor’s, un ruolo attivo della Bce per sostituire la domanda di titoli di debito degli Stati europei non è ormai più rinviabile.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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