Italia in serie B del debito, dove serve correre e sudare più degli altri

di PIERCAMILLO FALASCA – Siamo finiti nella serie B del debito sovrano, come quelle squadre di calcio nobili decadute, con lo stadio da sessantamila spettatori, costrette peró a confrontarsi con le squadrette di provincia. Il cambio di allenatore e di schema di gioco è arrivato troppo tardi, quando la situazione era ampiamente compromessa.

Standard&Poor’s classifica con un rating BBB+ un debitore con adeguate capacità di rispettare i propri impegno finanziari, ma la cui solvibilità è particolarmente soggetta alle mutevoli condizioni economiche generali. In poche parole, un paese a sovranità finanziaria ridotta.
Intendiamoci: la retrocessione era ormai prevedibile, trattandosi peraltro di una bocciatura di portata continentale. Ma saprà l’Italia – il suo governo tecnico e soprattutto la sua base politica e parlamentare – fare tesoro della situazione? Quando retrocedi in serie B, e punti a tornare rapidamente in A, la cosa migliore da fare è sentirsi una squadra di serie B, accettando la polvere, il sangue e il gioco duro del campionato cadetto.
Non possiamo più ‘proteggerci’ con un welfare costoso e una regolazione pesante, non possiamo più permetterci che quasi metà della popolazione attiva non lavori, che interi comparti siano tenuti per legge al riparo dalla concorrenza, che la spesa pubblica intermedi due terzi del reddito prodotto. In serie B si gioca duro, per segnare un gol si rischia ogni minuto che un difensore rozzo ti faccia saltare un ginocchio: si torna in serie A se si sanno abbandonare modi e pretese da fighetti assistiti e protetti.

Con un declassamento del rating fino al livello BBB+ e con il comprensibile avvertimento di S&P che un eventuale fallimento dell’azione di riforma strutturale messa in campo dal governo Monti (di cui il decreto sulle liberalizzazioni è un passaggio cruciale) potrebbe produrre un ulteriore deterioramento del giudizio degli investitori, non è proprio più possibile essere indulgenti con chi minaccia scioperi e serrate pur di conservare privilegi anacronistici.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

6 Responses to “Italia in serie B del debito, dove serve correre e sudare più degli altri”

  1. marcello scrive:

    A me fa incavolare che si chiami a fare i sacrifici chi già ne ha fatti molti. Il liberismo che è professato difende quelli che hanno fatto i soldi perché li hanno meritati, sono dei benefattori e quindi neanche un po’ devono contribuire a pagare anche loro; e invece per chi fa una grossa fatica ad arrivare alla terza settimana, e fra questi c’è anche chi è ipergarantito dall’art. 18, si deve finire di avere uno stato sociale costoso, anche se i servizi pubblici fanno acqua da tutte le parti e la colpa degli sprechi non è del fatto che esis. A me pare la perenne storia della divisione del mondo fra chi è dritto e chi è stupido. Da 6000 anni è così.

  2. marcello scrive:

    Ho inviato troppo presto: si può scrivere dopo “del fatto che esis” ci va “te lo stato sociale ma da chi ci ha mangiato. All’estero non avviene.

  3. Lorenzo scrive:

    I “privilegi anacronistici” sono un lavoro fisso, una sanità a portata di tutti, una scuola pubblica non di serie B..?
    Sono sicuro che lei signor Falasca dovrà fare “molti” sacrifici con la sua laurea alla Bocconi, il suo master alla Luiss e i proventi dei suoi libri.
    Mi può anche rispondere che lei ha lavorato durante l’università per pagare quei corsi di studio e che non ha chiesto un centesimo ai suoi genitori, ma perché lei deve punire chi non ha avuto la sua bravura nel riuscire a studiare e lavorare allo stesso tempo? Credo proprio che chi ha meno doti di lei abbia la necessità di essere aiutato dalla società, o sbaglio?

  4. Andrea B. scrive:

    Bisognerebbe vedere cosa s’intende “essere aiutato”… se s’intende punire i meriti ed i successi di se li è meritati per parificarlo “redistribuendo” a chi non ha saputo fare altrettanto, direi di si, che si sta sbagliando.

  5. marcello scrive:

    E se uno non ha “saputo fare” deve essere dannato? Non ci sono state delle ragioni che gli hanno impedito di realizzarsi? E se vuole superare i limiti che ha neanche può andare in analisi, visto che costa, neanche può andare nello stato perché le spese della sanità vanno tagliate.
    Ma poi chi ha parlato di punire i meriti? E’ solo che il meritevole non deve essere onnipotente e nello stesso momento fare la ramanzina a chi ha di meno di fare i sacrifici. Mi pare doppiopesistico.

  6. marcello scrive:

    Ma poi Falasca, come dice Lorenzo, può essere che abbia pagato l’università da solo senza l’aiuto dei genitori. Ma oggi è molto difficile andare avanti con lo stipendio di 1300 dovendo mantenere altre persone e certe volte l’aiuto ai genitori si deve domandare. Se mi si parla di risparmiare penso che sia una barzelletta.

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