di PIERCAMILLO FALASCA – Siamo finiti nella serie B del debito sovrano, come quelle squadre di calcio nobili decadute, con lo stadio da sessantamila spettatori, costrette peró a confrontarsi con le squadrette di provincia. Il cambio di allenatore e di schema di gioco è arrivato troppo tardi, quando la situazione era ampiamente compromessa.

Standard&Poor’s classifica con un rating BBB+ un debitore con adeguate capacità di rispettare i propri impegno finanziari, ma la cui solvibilità è particolarmente soggetta alle mutevoli condizioni economiche generali. In poche parole, un paese a sovranità finanziaria ridotta.
Intendiamoci: la retrocessione era ormai prevedibile, trattandosi peraltro di una bocciatura di portata continentale. Ma saprà l’Italia – il suo governo tecnico e soprattutto la sua base politica e parlamentare – fare tesoro della situazione? Quando retrocedi in serie B, e punti a tornare rapidamente in A, la cosa migliore da fare è sentirsi una squadra di serie B, accettando la polvere, il sangue e il gioco duro del campionato cadetto.
Non possiamo più ‘proteggerci’ con un welfare costoso e una regolazione pesante, non possiamo più permetterci che quasi metà della popolazione attiva non lavori, che interi comparti siano tenuti per legge al riparo dalla concorrenza, che la spesa pubblica intermedi due terzi del reddito prodotto. In serie B si gioca duro, per segnare un gol si rischia ogni minuto che un difensore rozzo ti faccia saltare un ginocchio: si torna in serie A se si sanno abbandonare modi e pretese da fighetti assistiti e protetti.

Con un declassamento del rating fino al livello BBB+ e con il comprensibile avvertimento di S&P che un eventuale fallimento dell’azione di riforma strutturale messa in campo dal governo Monti (di cui il decreto sulle liberalizzazioni è un passaggio cruciale) potrebbe produrre un ulteriore deterioramento del giudizio degli investitori, non è proprio più possibile essere indulgenti con chi minaccia scioperi e serrate pur di conservare privilegi anacronistici.