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La colonna sonora del presente? E’ finita l’epoca dei libretti rossi, anche musicali

Chi si ricorda i Rage against the machine? Chi ha in mente il video di Testify, anno 2000, lanciato durante le presidenziali statunitensi, nel quale Al Gore e George W. Bush diventano la stessa persona, mentre i loro visetti da americanissimi candidati si sovrappongono e le parole irrimediabilmente si confondono fino a diventare indistinguibili?

Ecco, forse quel video ha una portata pressoché storica: ha segnato, ben dodici anni fa, l’ultimo segnale di fumo della tribù degli incavolati neri, è stato uno degli ultimi pezzi musicali in grado di incarnare la voce di un’epoca, la rabbia di una generazione, la ribellione di massa verso la politica. I planetari Rage against the machine per un planetario moto di ribellione e sdegno.

Dispiace ammetterlo, ma la scosciata Lady Gaga con trucco e parrucco ben sistemati da grande show, a Roma, durante l’Eurorpide, con il suo bel pistolotto non fa la stessa, aggressivissima, scena. I Rage erano rabbia e scorrettezza, tanto quanto le voci femminili da hit parade attuale sono ribellione in guanti di velluto e correttezza. Da una parte, per capirsi, le parolacce di South Park, dall’altra i sorrisi amichevoli di Friends. Una bella differenza.

Però non basta per dire, come ha sostenuto Repubblica, che il rock è morto, gli indignados sono senza colonna sonora, i ragazzi delle varie Occupy sparse per il mondo non hanno pezzi da cantare e la riedizione di vecchi brani è l’unico segnale di impegno politico. Il punto, invece, è un altro: il rock è tanti rock, gli indignados hanno parecchie colonne sonore, i ragazzi delle varie Occupy diversi pezzi da cantare e la retro mania, per citare il critico musicale Simon Reynolds, furoreggia, ma non è l’unica grande moda musicale.

Non esiste più il gruppo rock in grado di far pulsare di vera passione tutte le anime di una generazione, così come non esiste On the road degli anni duemila, non c’è il film cult e stracult per tutti e nemmeno l’evento concertone pazzesco irrinunciabile cui andare armati di verve e grande fede nell’umanità. È finita l’epoca dei libretti rossi, anche in musica.

Le dame da hit parade, le varie Rihanna, per capirsi, è vero, spopolano, ma rappresentano un’etica e un’estetica ben precise. Incarnano con i balletti e le canzoni che è difficile ricordare dopo un paio di mesi dall’uscita un modello di eroe ben chiaro: prediligono il disimpegno, per loro il privato è sempre pubblico. Non certo per i cambiamenti o l’impatto sociale che comporta, ma per quel po’ di gossip da tette e culi che provoca. Sono l’eroine della vita facile, sono i prodotti da rapido consumo: le grandi classifiche mondiali le eleggono a mega star perché nascono per essere mega star. Ma non significano con i loro balletti la fine dell’impegno musicale. Che esiste e persiste nella cultura del DIY, do it yourself, per esempio, negli spazi del web, nei profili di Bandcamp. Dove domina la logica del garage musicale.

I gruppi in grado di dare voce all’impegno politico ci sono, suonano nelle loro case, si auto-promuovono in Rete, hanno etichette precise. Un caso su tutti, italiano: l’etichetta indipendente To Lose La Track. Verme, Gazebo Penguins, Do Nascimiento, sono tutti gruppi con un loro bel seguito, anche se non rappresentano la voce di una generazione, ne cantano e ne incarnano un certo modo di pensare, vestire, vivere. In grado di contaminarsi e di sovrapporsi con altri.

Il rock forse è morto perché è vivissima e sanissima la logica della contaminazione, la cultura della pluralità, l’estetica della sovrapposizione sonora. Come se la vita di ciascuno fosse un enorme cross over di gusti, paure, desideri. Accanto al disimpegno dei grupponi da hit esiste, per esempio, anche il disincanto altrettanto distinguibile e diffuso dei gruppi emergenti: I Cani, con i testi cinici e le facce coperte, violenti e dolci insieme, sono lo sdegno ridente e cattivello da mostrare verso i propri simili. E fanno clamore, riempendo i locali più affollati delle città.

Ecco, se dopo Manuchao, re dei no global, e Tom Morello, chitarrista dei Rage against the machine sceso per strada nelle recenti proteste di Wall Street, quasi nessuno riesce a interpretare il sentimento di una generazione, un motivo c’è, e non riguarda la poca voglia di politica dei più giovani. È la contaminazione, bellezza. Unica regola dell’epoca contemporanea.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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