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Dietro le quinte della tragedia greca

– «L’accordo di salvataggio deve essere firmato altrimenti saremo fuori dai mercati, fuori dall’Euro», ha detto Pantelis Kapsis, portavoce del governo greco, riferendosi alla tranche di aiuti da 130 miliardi attesi dalla Ue, dal Fondo monetario internazionale e dai creditori privati. Così ha sentenziato .

Bon voyage Monsieur Kapsis. Possiamo già sentire il pianto e lo stridor di denti provenienti da Parigi e Berlino di fronte all’ipotesi.

Tra il dicembre 2009, mese in cui Papandreu ha svelato al mondo i bilanci taroccati, ed il maggio 2010, momento in cui si è materializzata l’impossibilità a ricorrere ai mercati finanziari per rifinanziare il debito, il governo greco aveva ancora qualche colpo in canna per negoziare un decoroso e salutare fallimento. In fondo sarebbe stata la quinta o sesta volta: non è che il paese goda di un particolare track record in fatto di solvibilità e pertanto il danno reputazionale sarebbe stato contenuto. Inoltre all’epoca le perdite potenziali per i creditori esteri erano abbastanza rilevanti ed il paese non aveva ancora sperimentato un’emorragia di liquidità (eventuali misure di divieto di esportazione dei capitali più o meno transitorie avrebbero trovato applicazione su di una base monetaria più ampia). Di fronte allo shock la classe politica tedesca avrebbe dovuto partorire in tempi rapidi una soluzione decente: lasciare accusare il colpo alle proprie istituzioni finanziarie, oppure argomentare le ragioni di un intervento pubblico a sostegno del settore bancario oppure infine appoggiarsi ad iniezioni di liquidità da parte della BCE con conseguenze sul cambio e sul tasso di inflazione (o eventualmente un mix di tutti e tre). Ovviamente le conseguenze per la popolazione locale sarebbero state tutt’altro che indolori (con buona pace degli indignados nostrani), ma se non altro si sarebbe raggiunto un livello minimo da cui ripartire e lo shock avrebbe fatto traballare la sclerotizzata classe politica greca (Mancur Olson docet).

L’Euro-Comintern invece ha partorito una soluzione finanziariamente accomodante e politicamente deresponsabilizzante: una serie di “aiuti” erogati a tranche finalizzati a ridurre l’esposizione debitoria verso il rischio Grecia delle banche europee, principalmente francesi e tedesche. In pratica un sussidio a favore dei principali istituti di credito continentali posto a carico del contribuente greco unito ad una generosa finestra temporale per consentire una massiccia esportazione di capitali verso Cipro, Zurigo e Londra da parte dei well connected dell’Attica. Ovviamente tra le poche spese che non è stato richiesto ad Atene di tagliare rientra una fornitura di sommergibili U-214 tedeschi prodotti dalla Thyssenkrupp – ça va sans dire. Nel frattempo, mano a mano che le erogazioni sono avanzate, la politica locale è stata soppiantata dalla Troika UE–BCE–IMF e le misure implementate sono il consueto mix di tagli e tasse che ha strozzato l’economia greca. Intendiamoci: questo non è un fallimento, per il semplice fatto che del benessere dei greci non gliene è mai fregato niente a nessuno e non faceva parte del piano di ristrutturazione se non come variabile residuale. L’obiettivo era regalare tempo agli istituti francesi e tedeschi per alleggerire le loro posizioni e questo obiettivo è stato bene o male centrato, così come quello di non far scattare almeno formalmente un default event in grado di attivare i CDS. Il fatto che i greci si ritrovino in uno stato comatoso, per molti aspetti simile a quello che sarebbe seguito ad un eventuale default, ma con più debiti di prima è soltanto un effetto collaterale delle scelte dei lobbisti ed un prezzo ritenuto accettabile da parte dei “cari leader” di Bruxelles in nome del progetto euro. Tuttavia la missione è stata compiuta solo in parte e temporaneamente. L’obiettivo dei sussidi e della overdose di austerità era evitare l’effetto contagio: a due anni di distanza sembra quanto mai ilare.

Infine, qualora dovessimo mai assistere ad un epilogo “argentino” in cui i membri della Troika vengono rispediti a casa scappando in elicottero dal tetto del Parlamento mentre in piazza Sintagma si bruciano bandiere tedesche e dell’Unione Europea, il fallimento politico sarebbe evidente su tutta la linea.


Autore: Silvano Fait

Nato ad Arezzo nel 1979, ha una laurea in Economia Aziendale ed un master in Corporate Banking. Lavora presso un istituto di credito. Scrive regolarmente su IdeasHaveConsequences.org, collabora con Linkiesta, Chicago Blog ed altri blog.

3 Responses to “Dietro le quinte della tragedia greca”

  1. Francesco Manzella scrive:

    Di fallimento politico è ingiusto parlare, visto che sotto tale aspetto l’Ue può considerarsi solo un elefante dai piedi d’argilla. Il fallimento economic dell’Ue invece è sotto gli occhi di tutti, è questo va riercato nell’aspetto politico. Infatti l?Ue è stata realizzata come una somma algebrica, meglio definirla accozzaglia, di Paesi dai fondamentali diversi distinti e divergenti, senza nessun collante non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista culturale e sociale, quindi si è creato un effetto di delocalizzazione non solo di aziende alla ricerca di profitti a bassi costi, ma di problemi sociali meglio di tenore di vita con un livellamento verso il basso di quest’ultimo.

    Francesco Manzella
    Villa Vicentina (UD)

  2. Francesco Manzella scrive:

    Leggendo i blogs consigliati, fatta eccezione per quelli in lingua anglosassone , son giunto alla conclusione che quando s arriva alla saturazione del soddisfacimento dei bisogni primari e voluttuari di ogni singolo individuo moltiplicato per un numero considerevole di individuo è “necessario” un default, una disobbedienza fiscale per poter ridisegnare un nuovo modellosociale all’interno del quale possibilmente (la vedo dura), si riesca a trovare un giusto equilibrio trrea giuste aspirazioni dell’individuo, ed altrettanto giusta necessità di vivere una vita degna di essere vissuta.

    Francesco Manzella
    Villa Vicentina (UD)

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