Oclocrazia o oligarchia? La democrazia tra Scilla e Cariddi

– Un concetto fondamentale per capire la politica è quello di esternalità: chi vince impone costi a chi perde, ottenendo benefici (spesa pubblica o privilegi legali) i cui costi sono pagati dal resto della società. Il potere è un male pubblico: i benefici sono privati ma i costi sono pubblici. La domanda di politica è sempre eccessiva, anche quando è inutile o addirittura dannosa: lo abbiamo visto con il debito pubblico.

Ci sono due idealtipi di parassitismo: in quello più semplice, l’oligarchia, una ristretta minoranza vive a spese della maggioranza. È ciò che succede ovunque con le banche o i “campioni nazionali”, e che in Italia raggiunge vette eccelse con la “Casta”, i dirigenti pubblici iperpagati, le prebende agli amici.

Il secondo tipo è l’oclocrazia, o governo delle masse. In un’oclocrazia ogni cittadino chiede privilegi allo Stato, e ottiene benefici a spese di tutti i suoi concittadini. Ma dato che tutti fanno la stessa cosa, i costi sono maggiori dei benefici. Un’oclocrazia può essere però politicamente stabile perché nessuno ha incentivo a perdere il proprio privilegio, dato che rinunciarvi non riduce il costo dei privilegi altrui.

Oligarchia e oclocrazia sono due idealtipi delle degenerazioni della democrazia: nella prima una classe “digerente” (che pensa solo a mangiare) vive a spese del resto della società, nella seconda tutti cercano di vivere a spese degli altri, fallendo. Nelle democrazie reali abbiamo entrambi i fenomeni: i pochi vincitori netti del processo politico vivono meglio grazie ai costi che impongono ai perdenti netti, e la maggioranza di aspiranti parassiti non si accorge che la guerra legale di tutti contro tutti non può essere vinta che da pochi.

In entrambi i casi il problema è difficilmente risolvibile, perché le elite devono i loro privilegi al fatto di avere il potere, mentre nel secondo caso tutti cercano di entrare nella casta ma nessuno ci riesce, e nessuno può fare alcunché per uscire dallo stallo, tecnicamente un “paradosso del prigioniero”.

L’oclocrazia è peggiore dell’oligarchia. Gli oclocrati sono tanti e i loro privilegi sono costosissimi, gli oligarchi possono vivere nel lusso, ma sono quattro gatti. Gli oligarchi hanno interesse nel conservare il sistema limandone gli eccessi, gli oclocrati fanno a gara a conficcare il loro chiodo nella bara della società, e nessuno di loro è responsabile del risultato, situazione che si chiama “tragedia dei beni comuni”.

L’apertura della politica alle masse comporta un aumento dei rischi di oclocrazia: questo non dipende dalle qualità psicologiche, intellettive o morali delle masse, ma dalle regole del gioco politico. E aumentare i costi per l’accesso alla politica può essere ottimale, perché impedendo a molti di partecipare alla spartizione del bottino, si impedisce loro di ottenere privilegi a spese altrui.

Il rischio è che l’oligarchia diventi autoritaria. Dato che l’oclocrazia è però più disfunzionale dell’oligarchia, è plausibile che, stufe della disfunzionalità della democrazia, le masse inizino a preferire l’ “uomo forte”, l’ “uomo della provvidenza”, o magari il “governo tecnico”. Allora il rapporto tra democrazia e liberalismo diventerà un classico caso di “omicidio-suicidio”.

Lo scopo dei liberali dovrebbe essere quello di rintuzzare le tendenze oclocratiche della democrazia, anche per impedire le degenerazioni oligarchiche: tra Scilla e Cariddi, il passaggio è stretto. Il vero freno all’oclocrazia non è il Duce, ma i principi liberali che cercano di impedire, con scarso successo, che la politica diventi uno strumento per ottenere rendite parassitarie.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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