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Negli Usa Romney continua a vincere senza convincere

– Il New Hampshire, dopo l’Iowa, conferma la vittoria di Mitt Romney. Il candidato di punta del Partito Repubblicano sta lanciandosi verso la nomination finale. Sarà un bene? Sarà un male?

Per il Grand Old Party è sicuramente un bene che le primarie si concludano il prima possibile. Serve molto tempo per condurre una campagna elettorale contro la macchina da guerra elettorale di Barack Obama. Subito dopo la vittoria, Romney ha pronunciato un discorso che sembra il suo primo colpo nella battaglia perla Casa Bianca:

Quattro anni fa (Obama, ndr) prometteva il cambiamento, oggi la sua politica è un fallimento, il reddito medio degli americani è sceso del 10%. Questo è un presidente che si sveglia ogni mattina e pensa: potrebbe andare peggio. Il suo non è un atteggiamento americano. Ciò che ci definisce come americani è che le cose devono andare meglio, e andranno meglio”.

Per i media, compreso il network Fox, è sicuramente un male che le primarie si concludano così presto. Tv e radio locali e grandi network pregustavano duelli lunghi, una riedizione, a destra, dello scontro infinito Clinton-Obama. Sono eventi che attirano il pubblico e gli investitori pubblicitari. Ora rischiano di ritrovarsi privi di una “storia”. Nei mesi precedenti alle elezioni, i media hanno sempre cercato un anti-Romney. Ad agosto l’avevano trovato in Michele Bachmann, madrina dei Tea Party. Ma già a settembre i sondaggi mostravano un calo vertiginoso di consensi. Dopo la clamorosa sconfitta in Iowa, si è ritirata. Poi in Rick Perry, ma è bastata una sua gaffe in diretta Tv (non ricordava nemmeno i nomi dei ministeri che avrebbe voluto abolire) per distruggerlo. Allora hanno creduto di trovarlo in Herman Cain, afro-americano, liberista, uomo d’affari fattosi da solo. Ci hanno pensato alcune donne a costringerlo al ritiro, denunciando sue molestie sessuali. Infine hanno creduto di trovarlo nel vecchio Newt Gingrich, il leader della maggioranza repubblicana al Congresso del 1994. Anche questa era una bolla mediatica: le prime due puntate delle elezioni interne al Gop hanno dimostrato che si trattava solo di un mito, i voti non sono saltati fuori.

Le elezioni nei primi due stati hanno fatto emergere due possibili nuovi antagonisti di Romney: Rick Santorum e Ron Paul. Sul primo ha investito anche Rupert Murdoch, con il suo impero mediatico. In Iowa ha preso solo 8 (otto!) voti in meno rispetto a Mitt Romney. Santorum è un candidato estremamente coerente sulle questioni religiose. Vuole proibire l’aborto e la pillola del giorno dopo, anche nel caso che la madre del nascituro sia vittima di stupro. Sui gay, non ne parliamo: sarebbe favorevole ad introdurre il divieto delle unioni omosessuali persino nella costituzione. Cattolico, vorrebbe sacrificare uno dei tre principi fondatori degli Usa: va benissimo la vita, va benino la libertà (ma solo se limitata dalla responsabilità), ma la ricerca della felicità è un principio “egoista” che deve essere riveduto e corretto. Non a caso è uno dei più statalisti fra i candidati: benché abbia votato a favore del pareggio di bilancio e si dichiari contrario ad ogni forma di bailout e stimolo economico, in passato ha avallato tutte le politiche di “conservatorismo compassionevole” di George W. Bush. Murdoch punta su di lui perché pensa che l’America profonda voti il candidato più religioso. Non importa la confessione: anche i protestanti lo hanno scelto in Iowa. Il nemico comune è il laicismo. Rick Santorum, con l’appoggio di Murdoch, cerca di ripetere l’operazione che portò alla vittoria George W. Bush nel 2004 e fece di Sarah Palin la donna più famosa della destra americana nel 2010. Ma sarà ancora così determinante il voto religioso? Il New Hampshire ha dimostrato che non lo è: Rick Santorum è finito in fondo, con poco meno del 10% dei voti. Certo, lo stato “granitico” della costa atlantica è molto libertario. Vedremo nelle prossime elezioni, in stati più religiosi, se il genio strategico di Murdoch si confermerà tale, o avrà preso un abbaglio.

A proposito di libertarismo, l’altro vero aspirante anti-Romney è Ron Paul. Lo scandalo della sua vecchia newsletter “razzista” e “omofoba” (di cui continua a negare la paternità) non ha affatto funzionato. Ron Paul è arrivato terzo in Iowa, dopo un duello mozzafiato, contea per contea, in cui, in alcuni momenti, era addirittura in testa. Nel New Hampshire ha fatto anche di meglio: è arrivato secondo, dietro Romney, con quasi il 23% dei voti. Un risultato superiore alle sue migliori aspettative. Rimarrà certamente in corsa. Ma è difficile che possa sconfiggere il candidato di testa dei repubblicani. Perché, quando parla di politica estera, adotta un linguaggio da Noam Chomsky: la colpa è sempre, prima di tutto, dell’America, poi di Israele. Piacerà anche alla sinistra, ma viene mal digerito dagli americani di destra. Ed è ben nella destra che deve essere votato. L’operazione di Ron Paul appare, più che altro, come un investimento sul futuro. Benché sia il più anziano fra i candidati repubblicani, è il preferito dei giovani. Più della metà dei suoi elettori ha meno di 35 anni. Quella generazione che non ha neppure vissuto la fase finale della Guerra Fredda (tantomeno il Vietnam e prima ancora la Corea) è ben poco interessata alla politica estera, ma ha molta paura di uno Stato sempre più esoso, spendaccione e fuori controllo. Va bene per il futuro, appunto. Ma nel presente, Paul deve raccogliere anche il voto di conservatori di mezza età, che lo vedono, in molti casi, come “non-americano” o addirittura “anti-americano”, sia per la sua politica estera, sia per il suo atteggiamento perennemente pessimista. I conservatori più religiosi, mal digeriscono la sua opposizione a nuove leggi che proteggono il nascituro e la famiglia, benché sappiano che è anti-abortista.

Considerando che i due principali rivali, Santorum e Paul, sono troppo ridotti per essere competitivi con Romney, una vittoria di quest’ultimo è sempre più facilmente prevedibile. E, quindi, sarà un bene o un male? L’ex governatore del Massachusetts è un pragmatico. E questo è male per i conservatori, che preferiscono un uomo dai saldi, chiari e incrollabili principi. Potrebbero non entusiasmarsi per lui e i reportage da Iowa e New Hampshire parlano, in effetti, di un elettorato tendenzialmente depresso. Il modo migliore per attirare gli indipendenti e gli indecisi, invece, è sempre stato quello di contrapporre al presidente uscente, un’alternativa drastica. Reagan nel 1980 e Obama nel 2008 sono due classici esempi di candidati che hanno conquistato l’elettorato indipendente, proponendosi con un programma di rottura completa coi predecessori. Romney costituisce una svolta rispetto a Obama? Ma se la sua RomneyCare è l’antenata della riforma sanitaria di Barack Obama, la ObamaCare?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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