Mafia Spa, la più grande azienda del Paese

– L’Italia è in crisi. Il corpo sociale è in piena sofferenza. Anche se i ristoranti e i centri commerciali sono pieni di consumatori e clienti (e vabbè, per una volta diamogliela vinta) questo è un fatto che come indicatore vale ben poco – in realtà l’economia ristagna. Il quadro è poco roseo, speriamo nelle trasformazioni avviate e/o avviabili. Ma in realtà questo stato delle cose non riguarda tutte le realtà del paese. C’è n’è una che è in forma perfetta, quasi olimpica – certamente florida. C’è un’industria in Italia che tira, che guadagna, anzi, che “miete” guadagni”: è la mafia.

E’ stata da poco pubblicata la XIII edizione del rapporto di Sos Impresa – dal titolo “Le mani della criminalità sulle imprese”. Ad una rapida lettura del rapporto si può facilmente giungere ad una costatazione sì risaputa, ma sempre e comunque sconcertante. E’la nostra sconcertante e schifosa realtà quotidiana: la mafia è (anzi, si conferma) il più grande agente economico del Paese.

La mafia è la nostra prima industria (in senso lato, ovviamente) – è l’area economica più produttiva del paese – se non producesse morti e malaffare ma utensili e tondini sarebbe il nostro più grande fiore all’occhiello.

Nel rapporto leggiamo che la mafia è una immensa holding company articolata su un network criminale che, come ben sappiamo, è  fortemente intrecciato con la società, l’economia, la politica – una holding  in grado di muovere un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro con un utile che supera i 100 miliardi di euro al netto degli investimenti e degli accantonamenti, e con una disponibilità di circa 65 miliardi di euro di liquidità.

La mafia (o meglio le mafie) strangola i tessuti sociali e culturali, determina logiche di antistatalità (o per certi versi di alternatività allo Stato), schiaccia, in poche parole, i cittadini – e allo stesso tempo storna soldi all’economia reale, per renderli capitali e fatturati dell’economia mafiosa. Le mafie sono un parassita dell’economia del paese. La succhiano, la metabolizzano, ne fanno materia e carne del proprio corpo.

Gli imprenditori vittime di un qualche reato mafioso sono più di un milione, ossia, circa un quinto degli attivi. Qui poi bisogna distinguere. Gli imprenditori sono ovviamente “vittime” dell’ingerenza mafiosa – ma poi ci sono quelli che, in fondo in fondo, son ben contenti di farsi dare una mano dalla mafia, dandogli qualcosa in cambio.

Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa (e della malavita organizzata in genere), sfiora i cento miliardi di euro, pari a circa il 7% del PIL nazionale.

Una massa enorme di denaro, quindi, che passa quotidianamente dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi.

Di fatto, le imprese subiscono 1300 reati al giorno, praticamente 50 all’ora, quasi un reato ogni  minuto.

Violenza di strada e ricatto mafioso si abbattono sulle imprese (piccole e medie) costringendole ad una vita affannosa per sopravvivere ed a non divenire facile preda degli appetiti di criminali in doppio petto di una volta, o senza.

I dati riportati nella tabella che segue fotografano per bene cosa si intende nel rapporto.

Ma queste cifre, spaventose, neanche spiegano bene. Ad esse andrebbero aggiunti i costi indiretti, ossia, quanti soldi ci sono poi voluti per far sì che gli imprenditori potessero rimettersi in piedi, e quanti soldi la collettività ha perso o si è vista trasformare in debito a causa dell’arricchimento delle mafie e della lievitazione di costi di servizio e di messa in opera di una vasta serie di opere ed attività pubbliche nelle quali le mafie mettono le mani in pasta. Oltre al grave e continuo processo di condizionamento dell’economia legale, oggi, complice la crisi, assistiamo anche ad un fenomeno nuovo e per alcuni versi più preoccupante. Si è determinata un’inversione dei rapporti tra alcuni limitati pezzi della finanza e dell’imprenditoria e la criminalità organizzata. Rapporti che nascono sotto il segno della complicità e della collusione per ricavarne vantaggi economici rilevanti.

La vicinanza alle organizzazioni criminali, giungere a patti con essa, conviverci, può fare la differenza fra l’essere espulsi definitivamente dal mercato o poter continuare ad operare, magari vedendo aumentare il proprio fatturato.

In questo momento di crisi le mafie sono l’unico soggetto economico-imprenditoriale in grado di fare veri investimenti.

La Mafia Spa, infatti, proprio perché duramente colpita dall’azione di contrasto delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, ridisegna di continuo la propria strategia economica e finanziaria. Negli ultimi tempi si è notata anche una certa duttilità nei comportamenti dei vari clan mafiosi e camorristici. Questi, per certi versi, mantengono una strategia di scarsa esposizione, tendono a consolidare gli insediamenti territoriali tradizionali e ad espandersi oltre i confini regionali e nazionali.

Le attività di reinvestimento e reimpiego di denaro non hanno, quindi, solo la doppia funzione di duplicare gli utili e riciclare denaro sporco, ma divengono strategici per sfuggire all’attività repressiva sul fronte patrimoniale. Da qui l’esigenza di attrarre nel proprio circuito pezzi di finanza ed economia deviata, professionisti senza scrupoli, qualche imprenditore persuaso che la strada della collusione partecipata sia l’unica possibile per rimanere a galla.

I terreni di collusione, e di interesse comune, tra mafia e finanza ed imprenditoria sono:

–         La gestione finanziaria dei soldi delle mafie (l’assistenza tecnica al riciclaggio e al reinvestimento).

–         L’acquisizione (o il rafforzamento) di nuovi mercati in condizioni di monopolio.

–         Maggiore competitività e minore conflittualità sindacale nei posti di lavoro.

Gioca a favore delle organizzazioni mafiose la crisi economica che rende appetibili i soldi delle mafie. Su questo fattore scommettono e investono i mafiosi. Colpisce, a tale riguardo, la capacità di mimetismo. Il volto camaleontico del nuovo manager mafioso in grado di esprimere contemporaneamente intimidazione ed affidabilità, violenza e fiuto per gli affari.

In quest’area camaleontica operano, oltre alle organizzazioni mafiose, soggetti abituati a muoversi in settori illegali dell’economia: nel lavoro sommerso (caporalato, immigrazione clandestina), frodi fiscali, società di comodo.

Il binomio crisi-mafie determina nuovi business e nuovi lavori.

È proprio grazie alla connivenza collusiva con il mondo politico e amministrativo e di professionisti compiacenti, che le mafie si sono insediati nel centro e nel nord Italia.

Controllano la quasi totalità del mercato del gioco d’azzardo -anche lecito-, dello smaltimento dei rifiuti, specialmente quelli tossici e nocivi, del ciclo delle costruzioni.

I suoi interessi si sono spostati anche in settori nuovi e per certi versi imprevedibili:

–         nel comparto sanitario (la gestione di cliniche private, di centri diagnostici, di residence per anziani, di servizi per disabili e nelle mense).

–         nello sport (gestione di società dilettantistiche  e semi-professioniste, impianti sportivi e scommesse clandestine).

– nell’autotrasporto e nella logistica.

– nei servizi di vigilanza dei locali notturni.

Dal punto di vista, poi, delle attività illecite gli interessi della criminalità organizzata si spostano verso quei settori che producono alti utili a fronte di un basso rischio di sanzioni penali. In primo luogo, la contraffazione e l’usura, entrambi reati di fatto depenalizzati.

Bene. Letto questo rapporto non rimane che fare una considerazione.

Qui le possibilità sono due. Una virtuosa, e l’altra, diciamo così, pragmatica.

Si potrebbero combattere le mafie – più e meglio di quanto non si faccia e non si possa fare oggi.

Si potrebbero legalizzare le attività delle mafie e le mafie stesse.La Mafia s.p.a. (con la sua creatività economica – con la propria indiscussa capacità di gestione del personale – con il proprio straordinario talento nell’azzeramento delle concorrenze) diventerebbe la nostra locomotiva economica. Altro che Fiat.

Se non si batte con decisione la prima strada … non rimane che la seconda


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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