Categorized | Capitale umano

L’urbanistica ridefinisce gli spazi delle città, la società i suoi contorni

– La città é lo specchio della società, ma essa stessa influenza i cambiamenti al suo interno. Osservare come le metropoli abbiano mutato i loro caratteri negli ultimi decenni aiuta a districarsi nei meandri  delle dinamiche che hanno mutato segmenti della società, in alcuni casi stravolgendone i connotati. Il primo assunto é che le metropoli si riscoprono “luoghi”. Dopo averne decretata la dissoluzione in un tutto indistinto, la città torna ad imporsi come realtà fisica unica e risorsa da valorizzare. L’urbanistica in 3D, che Autocad ci fa sembrare ormai senza alternativa, in realtà la trova ritornando al disegno manuale. Dove il passaggio dalla tastiera al tecnigrafo é molto più che una semplice operazione di memoria. Ma ancor più che non questo, appare in qualche modo indicativo di un ritorno al passato, ad un definito che riguarda spazi e persone, l’analisi delle cronache della storia politica più recente. Dalla sfida di Tienanmen a Pechino alla primavera araba di Piazza Tahrir al Cairo, sino alla Puerta del Sol degli indignados di Madrid. Sono nuovamente le città, i luoghi pubblici più rappresentativi, i centri di raccolta delle proteste.

Facebook e Twitter costituiscono uno strumento, un raffinato megafono, senza alcun dubbio. Ma poi sono le strade, le piazze delle città a riempirsi di persone che avanzano richieste. Anche in tema urbano, rivendicando una migliore qualità della vita, che poi si traduce nella difesa del verde, nell’estensione delle aree pedonali, nella lotta all’inquinamento, nella conservazione del patrimonio architettonico. Il vero problema é che, come accade spesso in politica, anche in architettura, chi prende decisioni lo fa consapevole del fatto che solo in minima parte ne avrà a soffrire. Ma la fine della città a lungo praticata, osservata come un esito felice, sta ora dimostrandosi un flop. La trasformazione da entità riconoscibile a galassia indistinta, dove anche i luoghi tradizionali di aggregazione sono stati sostituiti da “non luoghi”, o dai social network, una illusione, fortunatamente, svanita. La post metropoli vagheggiata da molti urbanisti, avendo come riferimento un modello economico di sviluppo che aveva sullo sfondo la globalizzazione, é in crisi. Da questa fase é scaturito un ripensamento, che pur non resettando per intero il passato recente, ha evidentemente provocato una selezione dei criteri.

Anche da questo nasce l’interesse verso il problema delle risorse, il riemergere del territorio come concreta geografia fisica. Quindi la necessità di progettare nuovamente lo spazio fisico. Passando dalla “totalità sparpagliata …, dall’arcipelago di frammenti abitati, senza forma o un centro di equilibrio, tra i quali é possibile muoversi avendo come fari le meraviglie architettoniche” ad una politica urbana incardinata sulla conoscenza e l’ascolto della geografia del territorio. Insomma la pratica urbanistica mostra di aver superato la fase nella quale i cittadini sono mute ed immobili sagome da inserire in una maquette o tutt’al più city users.  Ripensare il progetto urbano a partire dalla vastissima varietà morfologica e tipologica delle cose costruite contempla un adeguato inserimento, come corpo attivo, del civis. Il ritorno all’antico, ai modelli tradizionali, significa restituire dignità alle diverse parti delle città e ai suoi fruitori.

Il discorso é probabilmente più complesso e per trovare una sua plausibile giustificazione é necessario partire dall’analisi del secolo passato. In questa operazione si è cimentata di recente Cristina Bianchetti in un libro, Il Novecento é davvero finito, che analizza come lo spazio urbano sia passato da bene pubblico a luogo di felicità individuale. Partendo da un quesito che é centrale non solo per comprendere le trasformazioni urbanistiche e sociali verificatisi nel corso del Novecento, ma anche per tornare all’idea di spazio condiviso, comune. Insomma “Lo spazio del pubblico é ancora il principale spazio del riconoscimento e della condivisione nella città contemporanea?”. Per tutto il XX secolo architetti e urbanisti hanno progettato spazi definiti partendo da un’idea di pubblico come patrimonio comune. Mentre i mali oscuri, invisibili che si annidano ormai in molte città spingono a creare recinti, che in un certo qual modo contraddicono all’idea di “pubblico”. Si é passati lentamente dalla concezione del suolo libero, che ispirò la ville radieuse di Le Corbusier, alle cancellate che racchiudono i parchi di molte città. Ancora, se il XX secolo é associato all’idea fisica di spazio ordinato secondo una gerarchia urbana in zone, il presente sembra piuttosto caratterizzarsi per un continuo travalicamento di quei limiti. La città, nel suo uso estensivo, sembra aver perso riferimenti anche storici. Gli spazi appaiono svuotati del loro originario significato per poter diventare la scena di nuove rappresentazioni di massa. Dalle manifestazioni degli indignadi, alle sfilate di moda, dalle manifestazioni musicali ai raduni di free running, i luoghi fisici come quelli virtuali sembrano aver eliminato i confini, i perimetri che ne costituivano la nota distintiva. Un po’ paradossalmente questa perdita di riferimenti, anche concreti, ha sancito (o forse ne é stato il motore di sviluppo) il passaggio dal bene collettivo a quello del singolo, dal condiviso all’individuale. E’ innegabile come molti interventi, non solo in ambiti italiani, evidenzino un chiaro potenziamento estetico, al quale corrisponde un depotenziamento sociale. In questo i nuovi progetti per lo spazio pubblico, é il caso, tra gli altri, dell’Esplanada Forum di Barcellona come dei parchi di West 8 ad Amsterdam, sono paradigmatici. Con la ricerca quasi maniacale per il gradevole, l’accattivante. Il design diviene lo strumento con il quale raggiungere il consenso. Costruendo parti di città nelle quali dimenticare le brutture che ci sono all’esterno. Creando una realtà artefatta nella quale provare ad immergersi per riprendere fiato.

Se in architettura queste modificazioni, una serie di turbolenze tutt’altro che fisiologiche, sono  individuabili, anche se non sempre con contorni ben definiti, nelle pieghe della società si  riconoscono meglio. In medias res é possibile avere maggiore contezza dello stato del Paese reale. Così, forse in maniera più completa rispetto ad altre indagini, l’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, realizzato dal Censis, delinea una società italiana “fragile, isolata, eterodiretta”. Ma, forse sorprendentemente, di fronte all’emergenza economica c’é la responsabilità collettiva pronta ad entrare in gioco, nonostante il modello familiare non mostri più l’antica solidità e, più in generale, l’autostima continui, pericolosamente, a scivolare sempre più in basso. Un Paese nel quale il sistema formativo appare fuori centro e sono molteplici i segnali di deterioramento nei servizi. Un Paese nel quale la trasformazione della sua composizione sociale appare riconoscibile già nel 2006. Con una riarticolazione, al contempo causa ed effetto, che sembra interessare in particolare il ceto medio, il grande serbatoio di energie socioeconomiche creatosi a partire dagli anni ’70 del Novecento.

Quindi le città si riscoprono luoghi. Anche se luoghi di felicità individuale. Si tratta di due tesi che non sono in contraddizione e che definiscono la fase di trasformazione che sta attraversando l’architettura. Una fase nella quale cerca di progettare fondazioni ed alzati, cercando di conciliare estetica e solidità. Osservando la società, provando a guidarne i mutamenti. Forse, ora, riuscendo soltanto a registrarne le oscillazioni.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “L’urbanistica ridefinisce gli spazi delle città, la società i suoi contorni”

  1. lodovico scrive:

    Socrate non amava gli Ateniesi e nella sua città si trovava probabilmente a disagio, nel corso dei secoli la città ha sempre escluso parte dei suoi abitanti…….gli urbanisti certamente hanno fatto errori ma chi non ne ha fatti, si chiede solo all’amministrazione pubblica un maggior rispetto su quello che hanno fatto i nostri padri e di agire nel rispetto di chi la pensa diversamente.

Trackbacks/Pingbacks