di CARMELO PALMA – Il fatto e il problema è che quando il giudice chiede la galera (preventiva) per un parlamentare in carica la Costituzione dice chi deve autorizzarla (la Camera o il Senato, a seconda che si tratti di un deputato o di un senatore), ma non perché. Cosa spetti alle Camere è chiaro. Ma come queste siano chiamate a decidere – in base a quali presupposti di fatto e di diritto – rimane disputabilissimo e assai disputato in dottrina.

Così, ogni volta che è richiesta l’applicazione di una misura cautelare, le Camere diventano una sorta di giudice del riesame. Non sapendo qual è il loro mestiere, fanno quello di altri, che però ben si presta ad adeguare il mezzo al fine, cioè a decidere per il sì e per il no, esercitando una pretesa ed abusiva giurisdizione.

Se sussista o meno il fumus persecutionis, che è il nome che ha preso il criterio su cui le Camere dovrebbero decidere, queste lo spiegano in genere con fantasia e larghezza di “prove”, anche se non è troppo chiaro cosa questo in senso giuridico sia e come possa essere “provato”. Va inteso in senso soggettivo come intento persecutorio dell’inquirente e del giudice? O, oggettivamente, nel senso della manifesta insussistenza delle esigenze cautelari? E per decidere di ciò, nuovamente, al Parlamento, che non è né terzo né imparziale, non tocca di farsi in senso proprio, e dunque abusivamente, “giudice”?

Le Camere devono autorizzare o negare l’autorizzazione all’esecuzione di una misura cautelare in carcere per un parlamentare. Ma lo fanno sempre “politicamente” e con argomenti giuridicamente posticci, non sapendo usare del proprio potere con diversa misura e diverso giudizio. La decisione sul caso Cosentino – come sugli analoghi casi che l’hanno preceduta – riflette anche questo paradosso. Ma è un paradosso che dovrebbe consigliare prudenza. Se i parlamentari non sono uguali di fronte alla legge e alla galera (perché costituzionalmente non lo sono), non possono farsi disuguali al punto di trasformare una garanzia in un’immunità, un diritto gravoso in un privilegio sfrontato.

Il meglio sarebbe – e non solo sul caso Cosentino – che il Parlamento desse sempre corso alle richieste dei giudici, senza nulla concedere o opporre alle loro ragioni. Unicuique suum. Sarebbe anche questa una decisione politica, certo, ma obbedirebbe almeno ad un principio di coerenza non arbitrario e non conformista, come è invece quello dell’affiliazione, della militanza para-giudiziaria o anti-giudiziaria e dall’amicizia o inimicizia politica per l’accusato e per i suoi accusatori.

Che i parlamentari patiscano errori o eccessi giudiziari è male, ma che, a differenza degli altri cittadini, non se ne sottraggono grazie ad una giurisdizione “privata” e addomesticata – e che tale comunque appare – è comunque meglio. Non per soddisfare la voglia di forca, ma per confortare quella di uguaglianza, di cui per primi dovrebbero preoccuparsi deputati e senatori, che sono pagati per uguagliare i cittadini davanti alla giustizia, e anche per questo sono tenuti a farsene uguali davanti alla (possibile) ingiustizia.

Twitter @carmelopalma