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Gli Usa spostano le truppe, l’Europa sa difendersi da sola?

– In un discorso tenuto la scorsa settimana al Pentagono, il Presidente Obama ha svelato le linee guida della politica militare statunitense per gli anni a venire. Un esercito più agile, ma un esercito comunque capace di mantenere il primato assoluto nel mondo è quanto viene tratteggiato nella nuova dottrina strategica intitolata “Sustaining U.S. Global leadership: Priorities for 21st Century Defense”. L’agile documento di 8 pagine costituisce per molti versi una rivoluzione nel modo di intendere le priorità strategiche della prima potenza mondiale. Redatto in maniera condivisa tra la Casa Bianca e il Dipartimento della Difesa – che proprio nel Pentagono ha sede – esso si basa su tre punti cardine: i tagli economici decisi in seguito alla crisi, un’inversione di marcia rispetto a un decennio di nation building mutuato dall’era Bush e un nuovo impegno per contenere l’emergere in termini di potenza e minaccia di Iran e Cina.

Il nuovo focus strategico posto sull’Asia avrà ovvie ricadute sulla composizione dell’esercito statunitense che vedrà incrementare l’importanza di aviazione e marina a scapito delle forze terrestri chiamate non più a effettuare vaste invasioni terrestri quanto mirate azioni di stabilizzazione e, soprattutto, di addestramento delle forze locali. Il bilanciamento tra responsabilità globali e imprevedibilità dei futuri scenari risulta espresso dall’abbandono della dottrina delle “due guerre”a favore di quella che potremo definire di “una guerra-e-mezza”. Sviluppatasi a partire dall’esperienza della guerra mondiale e del confronto con l’Unione Sovietica, essa stabiliva la necessità che gli USA fossero in grado di vincere due conflitti maggiori e, allo stesso tempo, esercitare deterrenza su un terzo avversario. Cambiato l’orizzonte strategico, questa esigenza non è più avvertita. Voler stabilire a tavolino il numero di conflitti grandi e piccoli che si è disposti ad affrontare risponde tuttavia più a esigenze di immagine che non di sostanza. Lo status internazionale richiede che la più grande potenza del mondo possa vaporizzare qualsiasi avversario, le relazioni internazionali potrebbero richiedere che essa sia in grado di affrontare invece fino a 5 emergenze “locali” sparse attorno al globo. Malgrado la Defense Strategic Guidance sia un documento alquanto generale – per capire dove verranno effettuati i tagli si dovrà aspettare il budget federale per l’anno fiscale 2013 – alcune ipotesi di riduzione sono già state fatte, soprattutto nei confronti delle truppe stanziate in Europa. In teoria, la metà delle brigate di combattimento – dai 3 ai 5mila soldati ciascuna – presenti sul continente verrà ritirata secondo quanto affermato da Philip Hammond, Segretario alla Difesa britannico, dopo un incontro col suo omologo statunitense Leon Panetta. Assieme ai 450 miliardi di dollari di tagli al Pentagono previsti nei prossimi 10 anni, questo è parso a molti una ritirata degli Stati Uniti dai suoi storici compiti di difesa europea e un sostanziale abbandono degli alleati a sé stessi. Quest’idea è vera solo in parte.

Qualsiasi conflitto che minacci direttamente la difesa europea ricadrà sempre sotto l’articolo 5 della Carta Nato che prevede la reciproca assistenza di tutti i membri alla parte aggredita. Malgrado la possibilità di una lettura ambigua dell’articolo abbia portato in passato a ipotizzare una scissione tra difesa americana e difesa europea, è fuori discussione che un attacco convenzionale da parte del “cattivo” di turno – leggasi di fatto la Russia – avrebbe l’immediato supporto della potenza di fuoco americana. Il taglio di quasi mezzo triliardo di dollari (352 miliardi di euro) sarà inoltre effettuato su quanto il Pentagono aveva previsto di spendere nel prossimo decennio. In termini assoluti, la spesa statunitense per la difesa è aumentata negli ultimi anni dell’80% senza contare i costi delle guerre in Afghanistan e Iraq che venivano sovvenzionate da budget aggiuntivi e non accennerà a calare. Come affermato dallo stesso Obama, gli stanziamenti alla difesa continueranno a essere più alti di quelli dell’era Bush, dell’era Reagan e di tutti quelli dei 17 paesi che seguono gli USA nella classifica di spesa.  Nel 2012, le spese hanno subito comunque un incremento del 4% rispetto al 2010. Ben più grave saranno gli effetti del Budget Control Act del 2011 che produrrà ulteriori restrizioni per 492 miliardi di dollari ma, al netto di tutte queste riduzioni il budget per l’anno 2013 sarà comunque di 472 miliardi. Pari a quanto speso nel 2007.

Il vero problema per il Pentagono non è un problema di risorse, ma un problema di gestione. Problemi, che incredibilmente sovvengono quando a guidarlo non sono sotto-segretari provenienti dal settore privato (come sotto le presidenze di Eisenhower, Nixon, Carter e Bush padre) ma politici privi di esperienze militari o di management come Paul Wolfowitz (presidenza Bush figlio) o Ashton Carter (presidenza Obama). Progetti che eccedono i costi previsti anche del 50% o che non hanno nulla a che fare con le esigenze strategiche pratiche sono all’ordine del giorno come nel caso dell’F-22 o del famigerato F-35 duramente criticato anche dal Senatore repubblicano John McCain. Nel 2010, richiesto dall’allora Segretario Gates di individuare eventuali inefficienze, il Pentagono ammise candidamente che 200 miliardi venivano sprecati in costi inutili. Banalmente, il numero di generali e ammiragli era più alto del 1971 quando il numero di effettivi dell’esercito era due volte più grande. Nemmeno a dirlo, invece di optare per un risparmio, i 200 miliardi vennero impiegati in nuovi sistemi d’arma in un circolo vizioso perpetuo.

Riuscire a contestualizzare il discorso dei tagli è necessario soprattutto per un’Europa che ha storicamente approfittato della minaccia sovietica prima e dei dividendi della pace poi, per scaricare sull’alleato d’oltre oceano i costi della propria difesa. Nel 2010 il 45% delle spese militari mondiali era sostenuto dagli Usa, solo il 23% da tutti i paesi europei messi assieme. Nel medesimo anno, la percentuale d’investimenti continentali scendeva del 2.8% in un trend opposto a quello globale che rifletteva in pieno l’impatto della crisi economica pur con differenze notevoli da paese a paese. Se in U.K. tra il 2001 e il 2010 vi era un incremento del 21.9% e in Francia del 3.3%, Germania e Italia calavano reciprocamente dell’1.3% e del 5.8%. Malgrado tutto, le spese in Europa rimanevano più alte rispetto al 2001 dell’11.9%. Come interpretare questi dati?

Come nel caso statunitense, i tagli alla difesa sono una realtà forse sgradita ma ineluttabile. Lo Stato minimo che si occupi solo di difesa, giustizia e diritto è ben lungi dal realizzarsi e le classi politiche continueranno a rispondere a un’opinione pubblica storicamente anti-bellicista. Un aumento delle spese per amore della “potenza” è inoltre inutile se i soldi vengono buttati in progetti ridondanti o in spese di personale. Sempre nel 2010 in paesi come Grecia, Italia e Irlanda le spese per gli stipendi coprivano il 70% del totale con un rapporto di 6:1 rispetto all’equipaggiamento. Negli USA questo rapporto è all’incirca di 1:1. Le spese vanno inoltre commisurate alle necessità strategiche. In Europa bisogna fuggire da una logica che veda le relazioni internazionali o ferme al XIX secolo – per cui la Germania continua a puntare a Parigi e la Francia ci vuole privare delle nostre giuste colonie – o alla Guerra Fredda, per cui i russi stanno sempre per arrivare e bisogna prepararsi ad un conflitto globale. Il vero problema dell’Europa è un problema in primis di sicurezza, non di difesa. La differenza può sembrare sottile ma è fondamentale. Col crollo dell’URSS la guerra è divenuta un fenomeno asimmetrico in cui l’evenienza che gli Stati del primo mondo vengano invasi da un nemico di cui conosciamo l’identità è risibile. Se tutte le operazioni militari si sono tenute in territori “terzi” (Balcani, Medio Oriente, Africa, Asia), le conseguenze sono venute principalmente in termini di sicurezza, ossia non in termini di salvaguardia della sovranità territoriale, ma di difesa degli interessi dei paesi nel mondo in termini economici – sicurezza energetica – o di stabilità. Gli stessi Stati Uniti pensano che la minaccia più grande posta dalla Cina non sia la possibilità di trovarsi truppe asiatiche a Washington, quanto di essere esclusi dalla possibilità d’intervento in Asia mediante lo sviluppo di siluri anti-portaerei, missili e difesa aerea. Ecco perché all’organico dei marines si preferiscono investimenti in forze aeree prive di equipaggio o in cyber security, per evitare che le comunicazioni necessarie a forze disposte su tutto il globo vengano meno.

Nel caso dell’Europa questo implica almeno due considerazioni. Innanzitutto i singoli stati non dispongono dei mezzi economici per agire in un mondo globale. Malgrado la creazione di un “esercito europeo” sia tanto utopica quanto risibile – e per questo non considerata realmente da nessuno con buona pace dei federalisti – l’idea che si possa “fare da soli” è stata messa in discussione proprio dai ministri della difesa che hanno sottolineato la necessità di procedere verso una più ampia messa in comune e condivisione (pooling and sharing) delle risorse e delle tecnologie. Produrre 4 modelli di carro armato quando gli Stati Uniti ne producono 1, può esaltare le singole difese nazionali ma si rivela contro-producente sul campo. Per questo motivo è stata creata nel 2004 l’European Defence Agency, un’agenzia a carattere prettamente intergovernativo (il rappresentante dell’UE non ha voto nel Consiglio) incaricata di sviluppare programmi comuni – addestramento, sorveglianza, comunicazioni ecc… – e di spianare la strada per un vero e proprio mercato unico della difesa europea, che permetta in prospettiva di abbattere i costi mediante procedure di appalto più trasparenti, partecipate e meno improntate al protezionismo dei propri “campioni nazionali”. La partecipazione è volontaria ma ha ricevuto uno straordinario successo che dimostra come, in molti campi, i paesi europei condividano un numero consistente di obiettivi.

In secondo luogo, l’Europa istituzionale deve iniziare a decidere cosa fare da “grande”, ossia nei prossimi 10 anni. Gli strumenti giuridici e pratici per sviluppare un’azione comune esistono e sono anche stati dispiegati con successo in operazioni in Africa e nei Balcani. Quando tuttavia si è cercato di creare un’unità europea laddove essa era inesistente (si prenda la Libia) i risultati sono stati alquanto ottocenteschi. La visione strategica mancante è indissolubilmente legata alla mancanza di una previsione massima per l’allargamento europeo. Come individuare gli avversari da affrontare se non si ha idea di quali diverranno i nostri prossimi vicini? E come reagire a eventuali minacce se il coordinamento interno diventa sempre più complicato al crescere del numero dei membri e dei loro divergenti interessi? La grande mancanza europea non è solo una mancanza d’investimenti, è una mancanza di pianificazione e un eccesso di fantasia astratta.

La vera sfida che pone la revisione strategica di Obama, è la comprensione da parte dell’Europa istituzionale dei propri limiti. Aumentare le spese dei singoli stati è necessario, ma solo all’interno del più ampio quadro NATO ed europeo e non nella perenne ristrettezza dei propri confini e del proprio personale. Aumentare ulteriormente le competenze europee è invece sconsigliabile. Solo rendendo funzionali quelle già esistenti si riuscirà ad arrivare ad un’efficienza che ponga l’Unione a un livello di professionalità capace di equilibrare il graduale ritiro degli Stati Uniti dal continente. In mancanza di questi elementi non ci sarà l’apocalisse o l’invasione dei Tartari. Semplicemente, perderemo tutti l’appuntamento col 21° secolo.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

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