Politica e Rai, the show must go off

di LUCIO SCUDIERO – Per la politica italiana non c’era esercizio migliore, dopo le festività natalizie, che una sgambata fuori porta sul destino della Rai. Un tema classico, poco impegnativo sul piano intellettuale, politicamente ozioso, giusto l’occasione per il lancio di qualche agenzia, a commento del proclama sibillino sapientemente diffuso dal presidente del Consiglio l’altro ieri da Fazio. Per distrarre quei backbenchers parlamentari già inclini alla distrazione mentre il suo Governo (si spera) si adopra a riformare lavoro, welfare e concorrenza.

Così, tra Cicchitto che invita il governo a farsi gli affaracci suoi ché “la tivù è materia per parlamentari e non per tecnici”, e Gasparri a gonfiare il petto per aver dato il nome ad una delle leggi peggio assortite (e asservite) che la storia del diritto italiano ricordi, con qualche incursione piddina che parla di “nuova governance” ma mai di nuovi (privati) padroni, c’è anche il modo di leggere le spassose castronerie dei soliti comunisti di complemento, che al liceo mai compresero la figura retorica dell’ossimoro, altrimenti non ne farebbero tanto uso: “Rai ancora più pubblica, fuori i partiti”.

Niente di nuovo e niente di strano per un’azienda che, non sapendo più a che santo votarsi pur di recuperare i circa 750 milioni di canone evaso, ci provava con un Beato: Wojtila.

Gli Italiani odiano il canone Rai sopra ogni tassa e la cessione sul mercato privato dell’azienda televisiva di Stato è una riforma dalla constituency che più larga ed omogenea non si può. Se fingessimo che sia la prima volta e non la seconda, e agli Italiani chiedessimo: “Volete voi privatizzare la Rai e risparmiare il canone?” suppongo che scopriremmo una percentuale in favore del Si comparabile a quella di inglesi favorevoli alla monarchia.

Vendere la Rai è un’operazione che non incontra resistenza alcuna in nessuna delle categorie sociali ed economiche del paese fuorchè una, quella dei “Riservisti del tubo catodico” seduti in Parlamento, che all’azienda televisiva pubblica farebbero fare qualsiasi passo avanti ad eccezione dell’unico utile e necessario, cioè il loro, definitivo, irrimediabile e perpetuo passo indietro.

Ad oggi, il processo di privatizzazione della Rai delineato dall’articolo 21 della legge 3 maggio 2004, n.112 (cd. Gasparri) non ha funzionato proprio a causa del limite massimo al possesso di azioni fissato all’1 per cento, e che nelle intenzioni del legislatore (e chi se non Gasparri) avrebbe dovuto condurre la Rai sul sentiero per diventare una public company ad azionariato diffuso. Non ci si è arrivati, perché così piaceva al Cav., e non ci si arriverà neppure oggi senza dispiacergli.

Quella norma va cambiata contro il Pdl, la Rai va valorizzata e ceduta prima che termini la propria “parabola Alitalia”, avendo perso pure nel 2010 (ultimo anno per cui si dispone di bilanci approvati) quasi 130 milioni di euro. Contestualmente, va da sé, è da abrogare il tetto all’affollamento pubblicitario per la Rai pubblica imposto dalla legge Mammì del ‘90, che tanto bene ha fatto a Mediaset, consentendole di rastrellare pubblicità dal mercato in misura più che proporzionale al proprio share. Dicesi rendita di posizione aggravata da leggi approvate in costanza di conflitto d’interessi da parte dell’ex player e dominus della scena politica nazionale, monsieur Silvio Berlusconi.

Al presidente del Consiglio, Mario Monti, piacque chez Fazio spiegare agli italiani la propria risoluzione ad eliminare sacche di privilegi e rendite immeritate. Gli piaccia, dunque, dare concreta esecuzione al proponimento anche nel settore radiotelevisivo. Politica e Rai, the show must go off.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Politica e Rai, the show must go off”

  1. lorenzo scrive:

    Grande Lucio! In Italia si può far tutto, ma è proibito toccare la pubblicità. E’ questo il vero conflitto di interessi che vale 5 miliardi di euro e in cui si annidano complicità e rapporti di massima opacità che raggiungono livelli istituzionali inimmaginabili. In conclusione prudenza Lucio, chi “tocca i fili muore”. L

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