Nell’affannosa ricerca della quadratura dei conti, mai come questa volta assume un rilievo esiziale la lotta all’evasione fiscale. In quelle che una volta si chiamavano finanziarie, il gettito previsto con i “nuovi strumenti” di lotta all’evasione era un mero esercizio di capacità divinatorie-matematiche. La attendibilità di quei numeri lasciata al caso e al “probabile” contenzioso che ne sarebbe derivato.

Dagli spot tremontiani sui parassiti, ai pacchi bomba contro Equitalia (agente per la riscossione), fino al blitzkrieg della notte di San Silvestro dell’Agenzia delle Entrate sul più gettonato set cinematografico di stagione, non c’è dubbio che la nuova frontiera del bilancio statale sia il recupero dei redditi sottratti alla tassazione. Solo la scopertura del vaso dei costi della politica sembra opporre resistenza in questa lotta all’ultimo titolo di giornale. E anche in questo caso la dicotomia assume i contorni della lotta fra opposte fazioni: lo Stato contro i cittadini, i cittadini contro lo Stato.

Intendiamoci, la lotta contro i furbi che non versano le tasse è sacrosanta; il recupero di denari alla fiscalità generale (quindi al teorico beneficio di tutti) è indispensabile. Le difese benaltriste e un po’ ingenue dei Cicchitto, Santanchè, del sindaco Franceschi e di buona parte della corte leghista non sono accettabili. Ciò che ci lascia perplessi è se l’obiettivo possa e debba essere ottenuto solo con le armi improprie della pressione poliziesca o non anche con il lavoro ad un progetto di nuovo patto con i cittadini che questo governo avrebbe il dovere di perseguire.

L’Italia è un Paese ad evasione diffusa. L’evasore fiscale, agli occhi dei suoi concittadini, è prima di tutto uno che ci riesce, uno con le palle. Sottrae ad un Stato invasivo il frutto del suo lavoro, è giustificato. In molti casi è costretto al ruolo di parassita di cui sopra da esigenze di sopravvivenza sue e della propria famiglia. Quante volte abbiamo sentito dire che senza il nero non sarebbe possibile restare sul mercato. A questa convinzione ci si è arrivati perché l’amministrazione finanziaria ha sempre e solo usato l’arma dell’inasprimento fiscale, per poi, molto spesso, dichiarare la propria sconfitta attraverso i condoni. La situazione venutasi a creare non è diversa, in linea generale, da quella che i sociologi descrivono per spiegare la diffusa accettazione dei poteri mafiosi: mi alleo ideologicamente con il nemico dello Stato, o quantomeno lo sopporto (nella nostra fattispecie l’evasore) perché lo Stato è anche il mio nemico.

A rafforzare questo corto circuito ideologico poi, ci pensa lo Stato stesso con le sue inefficienze, prime fra tutte gli intollerabili ritardi con cui paga i suoi debiti verso i contribuenti; ritardi che arrivano  persino ai 3 anni in alcune regioni del sud.

La macchina dello Stato deve essere profondamente rivoluzionata se vuole raggiungere i suoi giusti obiettivi. Non può pretendere che il cittadino sia adempiente se esso stesso viola i patti e non onora le obbligazioni che contrae.

Uno dei mantra più consueti recitase tutti pagassimo le tasse le tasse sarebbero minori”. Sbagliato. Ce lo dice la storia repubblicana, ce lo dicono decenni di politica condotta attraverso il consolidamento dei privilegi e l’inasprimento delle condizioni di chi a quei privilegi non accede.

La formula corretta è: “se le tasse fossero minori le pagheremmo tutti”. O quasi.