Tasse: non chiediamoci quanto. Chiediamoci perché

di SIMONA BONFANTE – La Francia vuol introdurre la Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie. Perché? E a beneficio di chi? Punire i responsabili della bulimia da spread, del downgrading, del gonfiarsi implicito del debito sovrano, dell’impoverimento dei cittadini? Tassare la ricchezza immateriale ricavata dalla capitalizzazione della debolezza altrui: è questo che ci restituirà sovranità? La ‘colpa’ è aver lucrato sulla vulnerabilità finanziaria degli stati o l’aver reso vulnerabili alla speculazione i legittimi sovrani delle finanze di stato?
Della scelta francese, les citoyens, probabilmente, si sentiranno allietati. Ma i loro figli chissà. Marciare da soli in Europa; di più: avanzare in Europa col passo ambiguo di un dumping contra-europeo non porterà lontano. Non porterà lontano, in generale, l’azione punitiva della leva tassazione.

Le tasse non sono una punizione: sono il valore di scambio – di mercato, quindi – di beni e/o servizi materialmente monetizzabili ma anche di beni e/o servizi altrimenti non esigibili. L’appartenenza nazionale, ad esempio. I tricolori sventolanti dalle finestre dell’italico stivale non sono il simbolo, ma il principio costitutivo della Repubblica. Che valore dareste al vostro cognome? Ecco, quello è il valore della vostra bandiera.

La bandiera, come il cognome, garantiscono rendite e comportano costi. Quanta rendita e quanti costi sta a noi stabilirlo. La calcolatrice sociale si chiama tasse. Un piano finanziario, quello fiscale, che più trasparente non si dovrebbe, e che pure siamo stati capaci di rendere oscuro, persino minaccioso. Siamo stati capaci tutti, non loro – la casta – di renderlo ostile, incomprensibile: in alcun modo riconducibile alle sue originarie finalità.

Le tasse, dunque: perché le paghiamo? E perché pretendiamo che chi non le paga, le paghi?
Abbiamo una infinità di buone ragione per pretendere dagli evasori la restituzione del maltolto – le borse di studio agli accademici figli di professionisti provocatoriamente capienti, i posti in asilo ai piccoli eredi di mamme incapienti, ma automunite di Suv… – ma ne abbiamo molte di più, di ragioni, per chiedere che il patto fiscale pregresso, dunque l’accordo di cittadinanza tradito, venga restituito alle sue fondative ragioni. Senza spirito di vendetta, per carità. Chi avrebbe da vendicarsi di che, d’altronde: il Lavoratore Socialmente (In)Utile del professionista evasore? Il cassintegrato stato-assistito dell’imprenditore stato-assistito, ma (entrambi) fuori mercato?

Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni della comune appartenenza statuale, e della invocata comunanza meta-statuale. Abbiamo fatto l’Italia, abbiamo fatto l’Europa: continuano ad essere entrambe prospettive di merger socio-economiche, a ben pensarci, prospetticamente sensate. Le tasse sono investimenti. Non oboli a fondo perduto. Non sanzioni ex post.

Noi non lo facciamo – pagare una cifra spropositata di tasse – perché ce lo chiede l’Europa. Lo facciamo perché abbiamo tutti – noi italiani, noi francesi, noi europei – speso più di quanto mai saremmo mai stati in grado di produrre.  Lo facciamo, dunque, per onorare un debito – dovuto – e per porre le condizioni perché domani i nostri figli possano esigere la restituzione, con gli interessi, di quello che al momento stanno già pagando per le nostre finanziariamente incontenibili pretese.

E dunque, il ‘quanto’ è tanto. Ma è il perché che ancora, oggettivamente, sfugge.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

4 Responses to “Tasse: non chiediamoci quanto. Chiediamoci perché”

  1. Roberto scrive:

    ma che è devo pagare per l’appartenenza nazionale? a me non interessa, posso farne a meno
    A parte il fatto che pensare di sostituire con le tasse le entrate che prima venivano assicurate dall’aumento costante del debito, mantenendo le spese invariate, è demenziale, proprio perchè si spendeva piu di quanto saremmo mai riusciti a produrre, tantomeno ora.

  2. libertyfighter scrive:

    Ma che stai dicendo???? Le tasse sono il corrispettivo del valore di mercato dei beni e servizi materialmente monetizzabili? Beni e servizi offerti in MONOPOLIO e con l’obbligo di acquisto?

    112 EURO di CANONE rai sono il CORRISPETTIVO DI MERCATO del servizio RAI?
    E la Mediaset che non mi chiede niente? E Sky che con appena 3 volte tanto mi dà il mondo?
    E qual è il valore di mercato dell’Ente. 400 Euro l’anno sono il valore di mercato di un servizio di nettezza urbana privato in concorrenza con altri? Ma per favore.

    E poi il Cognome? Quello è merito di mio padre, lo stato si fottesse. Ma de che? Perché non avrebbe lo stesso significato per me se fossimo Australiani?

    Poi, il patto fiscale pregresso di cui parli non esiste. Io non l’ho firmato e nessuno della mia famiglia neppure. Nessuno dei miei è così scemo da fare un patto che dice che qualcun altro ha il diritto di prendermi quanto mi pare e io non posso metterci bocca. Non un limite superiore, non un referendum fiscale… Ma chi è che l’avrebbe firmato sto patto?

    Tu dici che nessuno avrebbe da vendicarsi. Dimentichi le 500000 aziende che hanno chiuso per investimenti sbagliati causati dalle distorsioni dello stato, dal cambio di regole dopo un loro investimento, dall’aumento delle imposte, alla regolamentazione di un settore, al divieto di un’altra professione..
    Dimentichi tutti quei figli dei ceti medi che non potendo pagare le tasse per la scuola pubblica E la retta privata si sono dovuti accontentare della scuola pubblica e adesso sono senza lavoro a causa di preparazioni scadenti e comiche. Dimentichi quelli che entrano al lavoro adesso pagando fior di contributi per vedere la pensione dopo gli 80 anni. Dimentichi i parenti degli imprenditori suicidati, gli operai licenziati dalle aziende che hanno chiuso o dislocato.

    E poi basta con sto “NOI ”
    Io non ho mai speso più di quanto ho prodotto. Lo dice il mio conto in banca. Lo hanno fatto alcuni privati, tutte le aziende (a causa dello Stato) e le banche. “LORO”, io non c’entro e non ne voglio pagare le conseguenze.
    “ABBIAMO BISOGNO DI RITROVARE LE RAGIONI DELLA COMUNE APPARTENENZA STATUALE”.
    No io ho bisogno che lo Stato si levi dalle scatole. Ho bisogno che l’Italia diventi il Lichstein, il San Marino, le Cayman, l’Austria, la Svizzera. Ho bisogno della proprietà PRIVATA. Che è mia, sempre e comunque, non SE vuole Vossignoria stato, altrimenti no, si ma ci paghi le rate, si ma la usi come ti dico io.
    Ora, se questo lo vuole altra gente che condivide con me la lingua, la letteratura, la Nazionale sportiva e mi è vicino geograficamente, BENE. Altrimenti sti cavoli. SECESSIONE quartiere per quartiere, ma che mi frega.

  3. Lontana scrive:

    Bravissimo Liberty!!! Gli scolaretti diligenti ci vogliono semplicemente fottere.

  4. lodovico scrive:

    Cara Simona,in attesa di una tua illuminante idea su come devo spendere ed in quale misura quello che guadagno, dopo aver pagato le tasse, porgo i miei più distinti saluti.con ossequio lodovico

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