Se l’evasione è un’alleata dello statalismo

– Siamo in un momento di “caccia” agli evasori. Non necessariamente in una fase di effettivo recupero del denaro sfuggito all’imposizione fiscale, ma senz’altro in una fase di particolare veemenza retorica e mediatica nei confronti della figura dell’evasore.

Dagli spot governativi contro i “parassiti sociali”, fino alle recenti parole del Presidente del Consiglio a Reggio Emilia, il messaggio che quasi all’unanimità la politica manda ai cittadini è che le tasse sono alte per colpa dell’evasione e che, se pagassero tutti, senz’altro tutti pagherebbero meno.

Si tratta senz’altro di una tesi attraente ed in apparenza molto intuitiva. Tuttavia non è necessariamente detto che sia vera – anzi nei fatti può essere contestata con ragionevoli argomentazioni, anche senza che questo significhi fare una difesa di chi si sottrae illegalmente al pagamento delle imposte.

Vale la pena di dire, innanzitutto, che non c’è reale garanzia che il recupero dell’evasione conduca ad una diminuzione delle tasse per chi le ha sempre pagate, in quanto di fronte a nuove opportunità di entrata non è detto che lo Stato sappia contenere i suoi appetiti – così che i soldi recuperati potrebbero semplicemente andare ad alimentare un circolo vizioso di inefficienza, improduttività e di parassitismo. Non serve un particolare pessimismo, basta osservare che negli ultimi anni le tasse hanno continuato ad aumentare, pur a fronte dei “successi” nel contrasto dell’evasione sbandierati dai governi che si sono succeduti.

Il vero rischio, però, è che la retorica antievasione sia per la classe politica un modo di “giustificare” un livello asfissiante di pressione fiscale attraverso il ricorso al metus hostilis, cioè dando in pasto all’opinione pubblica dei simbolici “nemici del popolo” a cui attribuire le colpa delle tasse alte. Insomma il vero obiettivo di certe campagne non sarebbe quello di sconfiggere davvero l’evasione, poiché ciò comporterebbe costi sociali, economici e politici che i governi non si possono permettere – sarebbe piuttosto quello di continuare a far pagare i contribuenti che hanno sempre pagato, convincendoli che non è con i governi che se la devono prendere.

Eppure a pensarci bene una correlazione positiva tra evasione ed alta pressione fiscale potrebbe davvero sussistere, anche se non nei termini in cui essa è normalmente individuata. Forse davvero in un paese ad alta evasione finiscono per esserci più tasse, ma magari questo avviene principalmente perché diminuisce la base interessata a battersi per uno “stato limitato”.

E’ così che l’Italia è al tempo stesso uno Stato con un basso tasso di “fedeltà fiscale” ed uno Stato con altissima tolleranza politica di un sistema fiscale oppressivo.

Durante la Prima Repubblica non c’è stato nemmeno un partito che abbia ritenuto utile fare campagna sul tema dell’eccessivo livello delle imposte. Nella Seconda Repubblica la questione fiscale è stata sì sdoganata, ma solamente in astratto – prova ne sia che Bossi e Berlusconi non sono mai stati puniti dal proprio elettorato per il mancato rispetto delle tante promesse di ridurre le tasse. Evidentemente all’atto pratico, a molta gente la cosa non interessava poi così tanto.

Del resto la base elettorale è composta da tre categorie. I dipendenti pubblici, che sono i più diretti beneficiari della spesa statale ed in definitiva delle tasse. I dipendenti privati, che pagano sì le tasse ma che grazie ad artifici come il sostituto di imposta non si accorgono di pagarle e coltivano quindi in gran parte un’illusione di gratuità dei servizi dello Stato. I lavoratori autonomi e gli imprenditori, gli unici che abbiano reale percezione dell’entità delle tasse pagate, ma allo stesso tempo anche quelli che spesso hanno più margini di manovra per operare in nero.

Alla fine la percentuale di popolazione che sente un interesse primario nell’esercitare una pressione sui politici per obbligarli alla moderazione fiscale è probabilmente minore rispetto a paesi in cui l’evasione è meno diffusa.

Ed in fondo da noi trovare soluzioni individuali per autoridursi le tasse probabilmente è persino “meno rischioso” che esporsi direttamente nella militanza antifisco. In Italia, paese del “si fa ma non si dice”, non è mai bene dare troppo nell’occhio. Basti pensare alle vicende della LIFE alcuni anni fa, al caso Fidenato o al fatto che lo stesso Oscar Giannino ha raccontato di aver ricevuto attenzioni speciali da parte della Guardia di Finanza a seguito alle battaglie che ha condotto negli ultimi anni sul tema della riduzione delle imposte.

Per certi versi sembra quasi che il “big government” sia più disposto a tollerare un certo livello di evasione, piuttosto che il prendere piede del sentimento antitasse – probabilmente perché il primo funge da silenziosa valvola di sfogo del malcontento, mentre il secondo mette in discussione apertamente i presupposti ideologici dello statalismo.

Che ci sia empiricamente una correlazione tra evasione da un lato e sudditanza e conformismo politici dall’altro lo provano, nei fatti, anche le stime dei tassi di evasione su base territoriale, che – come ben nota Luca Ricolfi – rivelano comportamenti significativamente diverse nelle varie aree del paese.

Di fatto nell’inquieto Nord che alza la voce e che, dagli anni ’90, è stato la culla un po’ di tutte le iniziative antifisco, le tasse per la grande maggioranza si pagano. Al contrario è proprio a Sud che si registrano livelli di evasione fiscale clamorosi – in quel Sud che politicamente non sembra propenso a mettere in discussione la legittimità di aliquote fiscali altissime.

Per quanto detto, non stupisce che un certo sistema statalista in questi anni si sia sentito più minacciato dalla (potenziale) rivolta fiscale del Nord, piuttosto che dal “nero” diffuso del Meridione, considerato un rumore di sottofondo sostanzialmente apolitico.

In definitiva un pericolo concreto è che “guerra all’evasione”, specie se diventa “propaganda”, alla fine della fiera abbia una valenza sostanzialmente “conservatrice” – cioè che risponda non ad un desiderio di equità bensì più pragmaticamente ad una logica di “tenuta” dello status quo, alimentando l’illusione che esistano alternative alla riduzione delle spese della macchina statale e al contempo motivando e rendendo in definitiva accettabili all’opinione pubblica livelli di pressione fiscale che ormai non hanno uguali nella zona OCSE.

E’ una prospettiva che dovremo impegnarci a scongiurare.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Se l’evasione è un’alleata dello statalismo”

  1. Drago78 scrive:

    Come non condividere l’articolo e come non quotarlo?? Direi impossibile!! Assolutamente d’accordo in tutto e pertutto… ed aggiungerei se l’autore dell’articolo non si offende, anche qualche dato concreto di quella enorme pagliacciata mediatica di Cortina, che di serio ha avuto davvero ben poco. A Cortina ci sono ben 1000 esercizi commerciali, ed indovinate quanti ne hanno esaminati?? 34!! XD!! E di supercar sicuramente ce n’erano molte di più di quante ne hanno esaminate e cioè 117. Ma come si sa si voleva fare il “contentino” al popolo in televisione, dicendo loro alla massa dei poveri, sognatori di bella vita “visto cari italiani? Noi l’evasione la combattiamo concretamente, quindi pagate!!” (appunto come dice l’autore dell’articolo con ciò tentando di giustificare la pressione fiscale asfissiante, e distogliendo ovviamente l’attenzione del popolo dai veri problemi che ci sono, insomma la solita tattica…) e si sa inoltre che siccome l’80% del popolo italiano è, come diceva Berlusconi, “da terza media”, ovviamente ci hanno abboccato in pieno. L’ignoranza è una patologia grave che si riflette non solo su se stessi, ma putroppo ho notato anche sugli altri… creando danni globali, all’intera comunità sociale di appartenenza. Come un virus sotalzialmente, da tempo l’ignoranza si è evoluta, passando appunto da danno personale a danno comunitario. Un esempio tra i tanti, lo è il sindaco di Milano attuale. Che con la sua ingnoranza personale, ha con la sua politica, con i suoi gesti, con le sue parole e le sua azioni, danneggiato un’intera città. E questo è ben poco di cosa possa fare l’ignoranza, se scatenata. Mi pare ovvia la risposta sul fatto che andrebbe fermata. Saluti…

  2. Andrea B. scrive:

    Articolo da incorniciare.
    Del resto siamo nel paese dove un sondaggio online di uno dei principali quotidiani nazionali chiedeva: “come si combatte l’evasione fiscale ?” e pur fornendo più di venti possibili risposte, l’opzione “abbassando le tasse” non era contemplata …

  3. Massimo74 scrive:

    E pensare che un premio nobel come Freedman considerava l’evasore come un patriota.Leggete cosa diceva l’economista statunitense nel lontano 1994:

    http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/30/forza_Italia_dico_sveglia_Italia_co_0_94053012176.shtml

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