“Se io fossi…”/11 – Elsa Fornero

Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola, 2- Carmelo Palma/Pierluigi Bersani, 3- Giorgio Lisi/Pierferdinando Casini, 4- Sofia Ventura/Matteo Renzi, 5- Piercamillo Falasca/Raffaele Bonanni, 6- Marco Faraci/Angelino Alfano, 7- Pietro Monsurrò/Corrado Passera, 8- Simona Bonfante/Paola Severino, 9 – Marianna Mascioletti/Andrea Riccardi, 10 – Michele Dubini/Umberto Bossi


Se io fossi Elsa Fornero, sarei ancora di più Elsa Fornero.

Una Fornero all’ennesima potenza. Con anche qualche “potere” in più. Una mezza via tra Elastic Girl e Wonder Woman. Talmente ostinata e pugnace nella Fase 2, da far impallidire la Fase 1 (del governo Monti).
Se io fossi Elsa Fornero, sarei la Lady di Ferro che all’Italia è sempre mancata. Che si sobbarca come se nulla fosse “il lavoro duro” (rigore e disciplina) per poi salutare con sussiego e lasciare il campo alle retrovie. Come Maggie qua e là farei notare che “in politica se vuoi che qualcosa venga detto chiedi a un uomo, ma se vuoi che qualcosa venga fatto chiedi a una donna”. Perché a noi Elsa piace. E molto.

Prima la donna. Quella piemontese d’impasto ruvido e abrasivo che si sveglia alle 5.30 del mattino per non perdere tempo e avere tutta la giornata davanti. Che, figlia di un operaio e di una casalinga, scelse ragioneria perché sapeva di doversi cercare subito un lavoro. E che in seguito transitò alla Facoltà di Economia (sempre lavorando) per poi diventare professore universitario, direttore di un rinomato Centro di ricerca (il Center for Research on Pensions and Welfare Policies del Collegio Carlo Alberto) e tra i più quotati esperti italiani di politiche previdenziali, ottenendo nel frattempo incarichi prestigiosi nel Consiglio di sorveglianza di uno tra i più grossi istituti bancari del nostro paese (senza mai abbandonare l’insegnamento, naturalmente).
Talmente lontana dalla cultura del godereccio e da atteggiamenti crapuloni da sembrarci una amabilissima aliena. Quella che quasi scusandosi afferma, buttando immediatamente nel più cupo sconforto noi donne normali che ci arrabattiamo per tenere malamente insieme una carriera, dei figli e una famiglia, che lei avrebbe fatto di più se non fosse diventata mamma subito dopo la laurea.

E poi il Ministro. Con una cerniera tra i due mondi mai completamente chiusa, ma pronta a scucirsi rivelando la donna al tecnocrate e il tecnocrate alla donna, come è successo con il pianto scoppiato durante la presentazione della manovra di Natale, già incatenato alla storia. Se io fossi Elsa Fornero, incassata la prima riforma strutturale del governo Monti (sistema pensionistico contributivo per tutti), mi disinteresserei del tutto delle (malevoli) accuse di eccesso di presenza mediatica e anzi farei il giro di tutti i talk show televisivi una sera sì e una sera no per spiegare agli italiani, con una lucidità e una chiarezza a cui non sono per nulla abituati (anestetizzati da anni di involuto politichese) i contenuti e gli obiettivi di ciò che il governo fa. E se fossi Elsa, ripeterei fino all’ossessione l’ottima metafora infermieristica, da lei congegnata, secondo cui il governo Monti è arrivato appena in tempo al “capezzale di un malato gravissimo” e l’urgenza non consentiva di fare altro. Stop.

Se io fossi Elsa Fornero, andrei avanti con la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, spingendo ancora di più il piede sull’acceleratore. Consapevole che solo sbloccando e togliendo tappi all’economia si ossigena il sistema e si favoriscono la crescita e l’occupazione. Che solo un paese dinamico, coraggioso e incline all’innovazione non lascia indietro nessuno e offre maggiori chance a tutti (soprattutto ai più deboli). Che l’equità non è separabile dallo sviluppo. Se io fossi Elsa,  spiegherei a Susanna Camusso, con un sano pragmatismo e da donna a donna, che la concertazione plurale e ripetuta degli anni Novanta, preziosissima per quella fase storica, oggi non basta più, perché le temperie economiche e sociali sono ancora più gravi e sconosciute, e necessitano di ricette nuove. Se le consultazioni individuali delle diverse associazioni sono più efficaci, tanto vale proseguire in quella direzione (come peraltro avviene non solo a Bruxelles, ma nei principali paesi nord-europei…).

E tra le proposte oggi sul tavolo per la riforma del mercato del lavoro, mi dirigerei con molta probabilità sull’ipotesi formulata da Ichino, perché avrei capito che la riforma tratteggiata da Boeri e Garibaldi, seppure apprezzabile e non così distante dal contratto unico di Ichino, propone un periodo troppo lungo di prova (3 anni di piena flessibilità senza la tutela dell’art. 18) e nessun ritocco (in contemporanea) agli ammortizzatori sociali.  La scommessa di Ichino è forse più ardita, ma se ben compresa più aderente al modello della “flexicurity” scandinava. Dopo soli 6 mesi di prova scatta l’assunzione a tempo indeterminato per tutti (con l’eccezione di poche categorie, lavoratori stagionali e autonomi oltre un certo reddito). Il licenziamento per motivi economici e organizzativi sarebbe lecito (e l’articolo 18 sospeso), ma non dopo 20 anni di carriera per evitare discriminazioni in base all’età del lavoratore. In compenso però al lavoratore eventualmente licenziato verrebbe corrisposta una indennità di disoccupazione molto più favorevole rispetto a quella attuale (dal 90 al 70% dell’ultima retribuzione per ben 3 anni) e l’azienda avrebbe l’obbligo di aiutare il lavoratore nell’outplacement, ad  inserirsi cioè in un nuovo percorso occupazionale (esattamente come in Nord Europa).

Con un piccolo contributo da parte delle imprese, del tutto accettabile se in cambio ottengono maggiore flessibilità in uscita, il sistema sarebbe finanziariamente sostenibile. E a misura del lavoratore. Se fossi Elsa Fornero, farei di tutto dunque per portare a casa una riforma epocale del mercato del lavoro, rinviata da almeno 20 anni. Sarebbe un altro colpo di bacchetta magica. Un vero e proprio assist da offrire al Premier. Così che Monti con ancora più soverchia soddisfazione e un sorriso ancora più sornione possa dire in Parlamento “Non occorrevano i professori … Ma allora perché non l’avete fatto voi? Perché non l’avete fatto voi ?”  Giusto. Perché?


Autore: Elisabetta Gualmini

43 anni, Professore ordinario di Scienza Politica all’Università di Bologna e prima donna Presidente dell’Istituto Carlo Cattaneo. Appassionata studiosa dei fenomeni economici e sociali dal punto di vista del dato empirico e della “logica cogente dei numeri” (come ha sostenuto il Ministro Fornero). Soprattutto se tale logica viene utilizzata per migliorare la società a beneficio di tutti...

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