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Imprese: finanziamenti pubblici per pochi o meno tasse per tutti?

– Per uscire dallo stallo l’Italia deve compiere passi importanti in tre direzioni.
In primo luogo è urgente liberalizzare l’economia, il mercato del lavoro e delle professioni, per dare più opportunità di lavoro e di fare impresa, oltre che per accrescere la competitività del sistema Italia.
In secondo luogo, occorre ridurre la spesa pubblica, per portare stabilmente il bilancio in pareggio, e frenare la corsa del debito pubblico, che costa agli italiani oltre il 5% del PIL ogni anno.

Un aspetto non trascurabile è l’effetto spiazzamento dei titoli pubblici. Se il risparmio degli Italiani deve essere usato per finanziare il debito pubblico, significa che queste stesse risorse finanziarie sono sottratte a impieghi più produttivi, come il credito alle imprese, che invece faticano a trovare capitali da destinare agli investimenti.
Infine, occorre ridurre la pressione fiscale che oggi comprime la crescita del paese. E’ molto stretta, infatti, la correlazione tra bassi livelli di tassazione e aumento del PIL di un paese.

Una misura utile a perseguire sia la finalità di contenimento della spesa pubblica che la riduzione delle tasse è la conversione dei meccanismi di finanziamento pubblico e incentivazione delle imprese in misure di riduzione delle imposte che gravano sulle stesse.

Sia a livello regionale che a livello statale si è andata stratificando una giungla di strumenti di finanza agevolata che concorre alla formazione della spesa pubblica corrente. Questi si vanno a sommare ai contributi destinati all’implementazione dei fondi strutturali europei.

Gli strumenti di incentivazione e finanziamento pubblico alle imprese sono pensati come misura per lo sviluppo, forme di aiuto alla crescita; tuttavia, essi si rivelano puntualmente inefficienti e hanno un costo non proporzionato al beneficio, sia per i contribuenti sia, spesso, per le stesse imprese a cui sono destinati. Di fatto, la finanza agevolata si risolve in una competizione tra imprese per recuperare parte delle risorse sottratte agli investimenti dalla pressione fiscale.

Tutte le imprese sono chiamate a versare imposte gravose, con aliquote che raggiungono il 68% dei propri profitti. Poche imprese riescono, in un secondo tempo, a raccogliere attraverso le forme di accesso a finanziamenti pubblici (in conto capitale o in conto interessi) una parte di quanto versato. Complessivamente, i trasferimenti correnti a imprese e i contributi agli investimenti ad imprese ammontano a circa 12 miliardi di euro, comprensivi degli stanziamenti previsti a favore della realizzazione di infrastrutture e all’erogazione di servizi pubblici.
Di contro, le imposte classifiche nel bilancio pubblico 2012 come “imposte sugli affari” ammontano a 167 miliardi di euro.

Gli argomenti a favore di un drastico abbattimento dei finanziamenti pubblici alle imprese per consentire un abbattimento della spesa pubblica e della tassazione sulle imprese sono molteplici.
In primo luogo rilevano ragioni di equità: mentre un taglio dell’IRAP aiuta tutte le imprese a crescere o sopravvivere, i finanziamenti pubblici alle imprese vengono ottenuti solo da pochi beneficiari, che peraltro devono adattare le proprie strategie di investimento per soddisfare i requisiti richiesti.

Non sono le imprese più efficienti a essere premiate, bensì quelle che rinunciano a quello che ritengono essere il comportamento più razionale per rispondere alle dinamiche di mercato e adeguano la loro strategia ai diktat del policy maker. Ciò provoca un’evidente distorsione del mercato e del gioco della concorrenza.

L’ambizione della politica industriale è poi tipicamente frustrata dall’impossibilità di accentrare le conoscenze necessarie a indirizzare i settori dell’economia e dalla farraginosità dei sistemi decisionali. Il policy maker, peraltro, è di solito drammaticamente in ritardo rispetto all’evoluzione delle tecnologie, dell’economia e ai suoi stessi tempi decisionali prefissati.

È il caso, ad esempio, dei programmi pubblici di sviluppo della rete a banda larga, già previsti per legge nel 2008. L’annuncio dello stanziamento di fondi per l’attuazione di un piano di politica industriale è sufficiente ad arrestare gli investimenti (chi mai vuole effettuare investimenti con soldi propri per realizzare infrastrutture che un domani potrebbe costruire con soldi di altri?). L’attuazione del piano, invece, tende a procedere a rilento, a causa della lentezza dei decisori pubblici e della difficoltà di reperire le risorse pubbliche promesse.

La finanza agevolata comporta poi costi di intermediazione pubblici e privati. La gestione dei fondi rotativi per l’accesso al credito o per l’assegnazione tramite gara di contributi pubblici ha dei costi. Servono enti, uffici ministeriali, commissioni, persone preposte alla redazione degli avvisi, alla selezione della domanda, all’erogazione degli incentivi e alla verifica degli adempimenti previsti dalla legge da parte delle imprese beneficiarie.

A livello regionale si sono moltiplicati gli enti pubblici che hanno come principale compito quello di controllare canali (o rivoli) di credito alle imprese. Nella solo regione Lazio operano Sviluppo Lazio, BIC, Filas, Litorale Spa, Unionfidi Lazio, RisorSa, Asclepion. Ogni ente ha un proprio consiglio di amministrazione e dipendenti pubblici. Le commissioni sono composte da eminenti esperti remunerati per mettere a disposizione le proprie competenze.

A questi costi si aggiungono i costi sostenuti direttamente dalle imprese: consulenti, commercialisti, impiegati impegnati a monitorare e studiare i bandi, i tecnici occupati a piegare i propri progetti ai requisiti richiesti.

Infine, va ricordata la permeabilità della pubblica amministrazione a fenomeni di corruzione e intimidazione da parte della criminalità organizzata. La gestione di canali di finanziamento da parte di un ente pubblico può diventare occasione di guadagno facile per alcuni manager pubblici, pronti a favorire un’impresa più benevola nei loro particolari confronti rispetto ad altre; oppure può dar luogo a casi di intimidazione politica, se un’organizzazione criminale è tanto efferata da poter influenzare l’esito delle selezioni delle domande con la minaccia della violenza.

Utilizzando la leva fiscale, ossia misure di riduzione delle tasse sul lavoro e le imprese, anziché la leva dei finanziamenti pubblici alle imprese e degli strumenti di politica industriale, si darebbe respiro alle imprese senza per questo condizionarne il comportamento e distorcere le dinamiche di mercato, si avrebbe una riduzione della spesa corrente per le pubbliche amministrazioni e si contrasterebbero in modo più efficace la corruzione e la criminalità organizzata.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Imprese: finanziamenti pubblici per pochi o meno tasse per tutti?”

  1. Bandi scrive:

    Purtroppo si pensa sempre che la partecipazione a bandi europei, nazionali e regionali sia rivolto a pochi… in realtà serve molta capacità di progettazione per poter scrivere e partecipare ad un bando senza il rischio che la domanda di partecipazione sia errata o mancate di qualche documento.

    Poi sul capitolo “meno tasse per tutti”, sono curioso di vedere cosa accadrà. Sono almeno 5 anni che sento la stessa storia… vedremo.

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