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“Se io fossi…”/10 – Umberto Bossi

Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola, 2- Carmelo Palma/Pierluigi Bersani, 3- Giorgio Lisi/Pierferdinando Casini, 4- Sofia Ventura/Matteo Renzi, 5- Piercamillo Falasca/Raffaele Bonanni, 6- Marco Faraci/Angelino Alfano, 7- Pietro Monsurrò/Corrado Passera, 8- Simona Bonfante/Paola Severino, 9 – Marianna Mascioletti/Andrea Riccardi

Se io fossi Umberto Bossi mi prenderei cinque/sette giorni di vacanza, lontano da questo dannato mondo 2.0, sempre più veloce e incessante; al diavolo lo spread, la borsa, l’agitazione generale, l’ansia del momento. Andatevene al diavolo. Tutto e tutti. Nessuno potrà togliermi una settimana di mistico e profondo ritiro spirituale nel profondo cuore della mia Valtellina. Il periodo è quello giusto; le feste sono passate (quindi meno turisti e meno costi) ma c’è ancora quel tanto di neve e di freddo che basta a creare quella magica ed ineffabile atmosfera di Nord. Di casa; voglio sentire appieno il soave e delicato profumo della mia terra, delle valli cui ho dedicato la mia intera vita (politica). Io, le mie canottiere e i miei toscanelli. Sicuramente approfitterei di questa piccola vacanza per cimentarmi nella lettura de “La Luna e i Falò” di Cesare Pavese; tra uomini del Nord, ci si capisce al volo. Magari sotto le note di quel lagheé di Davide Van de Sfroos.

I miei elettori ce l’hanno a morte con me e con la Lega. Con quello che è diventata. E per capire i loro animi devo – innanzitutto – tornare a capire il Nord. Tornare a sentire, a toccare con mano questo lembo di terra sopra la Toscana e sotto le Alpi, questa terra così fredda e così generosa. A questo servirà il mio ritiro. Non sono mai stato un uomo avvezzo a mostrare pubblicamente i sentimenti più reconditi; nemmeno Pavese lo era, a pensarci bene. Mi imbarazzo, come tutti gli uomini del Nord. E magari sarà proprio questo scrittore torinese ad aiutarmi nel ricordare quella sensazione di nostalgia, quella lacerante e dolorosa lontananza da un paese, da un rifugio, da un posto che possa davvero chiamarsi casa. A ricordare la sensazione che si prova nel tenersi dentro – in un angolino del cuore – la vera, ed inesprimibile, essenza di questi paesaggi, fatti di carne e polenta; ad avercela nella carne e nelle ossa, questa benedetta e straziante terra. Che ne sa, la gente venuta dal mare, dal Sud, che cosa è questa terra? Come possono pensare minimamente di descriverla, di capirla?

Il mio pensiero potrebbe apparire un po’ irrazionale, eccessivamente retorico e – perché no – forse persino “secessionista”. Non prendetemi per stupido; il mio paese (a torto, o ragione) è l’Italia. Lo so benissimo. E’ una consapevolezza serena; tuttavia, prima che all’Italia, guardo teneramente a Varese, Como, Pavia, ai paeselli di questa pianura, ai sorrisi dei suoi abitanti, ai desideri dei piccoli artigiani con le mani spellate dal duro lavoro. E’ una colpa? Può darsi. Ma non intendo far sì che le mie colpe diventino quelle della Lega o – ancor peggio – dell’intero settentrione. Non ho creato la Lega perché finisse schiacciata da impulsi secessionisti, xenofobi ed affini, diventando un alveo di impresentabili pirla (scusate la volgarità, ma sono fatto così). Non ho creato la Lega perché diventasse tutto questo. Ho creato la Lega per salvare questa terra e restituirle i frutti rubati; non per ridicolizzarla. Oggi la Lega Nord è il cancro della politica italiana. Non è più la mia Lega Nord.

Come rimediare? Se io fossi Bossi, vorrei un federalismo vero, capace di evidenziare parassiti, irresponsabilità e truffe locali; una medicina per l’Italia, in grado di salvare il Nord, i suoi abitanti, la ricchezza dei cittadini. E il Meridione. Forse sarei inconsapevole di questo risultato, ma poco importa. Certo, non sono affatto una cima in economia, ma cercherei di raccogliere in modo utile e produttivo i consigli di Sandro Brusco sul federalismo apparsi su noisefromamerika o l’analisi al vetriolo di Lucio Scudiero sulle nostre politiche fiscali. Il Governo Monti potrebbe ottenere il mio sostegno, ma solo in cambio di fatti concreti sul federalismo, in un’ottica spiccatamente decentralizzata e senza temere di tornare su passi già compiuti. Ho parlato di federalismo per venti anni e non siamo mai riusciti ad andare oltre slogan, road map e ICI/IMU centralizzanti; non che l’IMU sia un male. Ma lo è nel momento in cui è Roma a fissarne indiscriminatamente l’ammontare, strozzando al contempo i comuni con il patto di stabilità e i tagli indiscriminati.

Se io fossi Bossi vorrei un partito senza cerchi magici, maroniani e simili. Vorrei un partito duro, aperto al confronto interno e con un sistema di alternanza. Non imporrei diktat e candidati unici ai congressi locali, ma auspicherei invece votazioni e scambi di idee fluidi, senza “endorsare” ufficialmente nessun candidato in lizza. Nemmeno mio figlio. Prenderei a modello la struttura dei caucus americani; grandi sagre votate all’allegria e all’informalità, dove underdog vari sfilerebbero e tirerebbero di fioretto nel mezzo di frecciatine, bestemmie e polenta uncia. Riuscirei a conservare lo spirito ruspante del partito e a garantirgli un futuro che vada oltre le investiture sovrane.

 Se fossi Bossi non avrei paura nel rigettare le proposte di pancia che – spesso – è proprio il mio elettorato a farmi. La politica ha il compito di rendere veri e concreti i sogni, non di piegarsi alla stuzzicante tentazione degli incubi. Non saranno le sedi distaccate dei ministeri a Monza, le tasse sui permessi di soggiorno, gli assistenzialismi o lo sputare in faccia ai negher ad aiutare il Nord. Se fossi Bossi amerei davvero il Nord, e proprio questo amore mi porterebbe a tendere una mano verso gli sfortunati, verso i negher e i meridionali che – quanto è strana la vita – sono finiti per vivere in questa terra. Proporrei loro di costruire insieme questo grande sogno. Non sognerei una secessione; sognerei piuttosto un governo centrale debole e una grande autonomia delle regioni, sul modello americano.

Se io fossi Bossi, vorrei (e mi impegnerei) per una Lega diversa. Per un partito territoriale e locale, con diverse anime ma con in comune l’idea che l’Italia non è il problema del Nord e che la secessione è un gettone elettorale a perdere. Intendiamoci: non sarei certo il tipo da svolte liberali (sono pur sempre Bossi); la mia stella polare sarebbero sempre i vari partiti territoriali d’Europa, magari anche indipendentisti e con politiche spiccatamente social. Ma sarebbero partiti come lo Scottish National Party, il “volto buono dell’indipendentismo” che è riuscito a conquistare il Parlamento scozzese senza strappi o proclami di paura, bensì con la promessa – ai cittadini scozzesi – di maggiore autonomia fiscale e sociale. Se fossi Bossi, sarebbe questo il futuro (e il presente) che vorrei per la Lega Nord.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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