Se l’Europa (politica) tradisce l’Europa

Sono in parecchi a ritenere che a fronte della crisi dell’eurozona, la soluzione risieda in un’ulteriore rafforzamento delle istituzioni unitarie. Sull’argomento probabilmente non c’è un sostanziale disaccordo tra i maggiori governi europei, ad eccezione di quello britannico. Cambiano, certo, le priorità: per i paesi meno virtuosi è più urgente che l’Europa si faccia solidarmente garante dei debiti pubblici nazionali, mentre la Germania punta in primo luogo a promuovere politiche di armonizzazione fiscale tra i territori. In entrambi i casi, però, si prefigura una diminuzione delle prerogative e dell’accountability degli stati membri a favore di un’entità sovranazionale.

Per molti “europeisti” di lungo corso questa evoluzione è ben più di una necessità imposta dall’attuale situazione economica. E’ il sogno neorisorgimentale di uno stato europeo unitario che possa competere “ad armi pari” con le altre “superpotenze”. E’ la visione romantica del destino collettivo di un popolo finora diviso dall’ignoranza e da deprecabili provincialismi. In realtà ci si può chiedere se sia davvero così corretto identificare il concetto di Europa con quello della sua unità politica o se invece si tratti di un’associazione estremamente riduttiva, che non tiene conto della rilevanza di dimensioni diverse rispetto a quella strettamente istituzionale.

La nostra Europa ha radici antiche. Non è nata con Maastricht e neppure con l’avvento dell’Euro. L’Europa ha una storia lunga secoli di grandissima integrazione culturale ed economica, pur in un quadro di disgregazione politica. Tutto sommato è proprio il nazionalismo ad essere un fenomeno storico relativamente recente, consolidatosi nell’ottocento, fino a raggiungere la sua dimensione più drammatica nel ventesimo secolo. Invece i secoli precedenti ci parlavano di un’Europa composta da una molteplicità di stati, tipicamente di piccole dimensioni ma fortemente “globalizzati”, e di una notevole libertà di circolazione delle persone, delle merci e delle idee.

L’Europa, quindi, è venuta ben prima dell’Unione Europea. Ed è legittimo chiedersi, allora, se l’unificazione politica rappresenti davvero l’ineluttabile destino o ancor più il compimento della vicenda continentale o se piuttosto convergendo verso un’unica entità statuale l’Europa finisca invece per rinnegare se stessa, per porre fine a quella straordinaria e peculiare esperienza di pluralità istituzionale che ha da sempre caratterizzato il vecchio continente.

Non è sbagliato ritenere che la sua complessità policentrica sia stata una delle ragioni principali della fortuna dell’area europea e, conseguentemente, della nostra civiltà occidentale. Anzi, il moderno capitalismo è nato storicamente proprio nelle condizioni di maggiore decentralizzazione politica: nelle città-stato del Nord dell’Italia, nella Germania meridionale e nei Paesi Bassi.  Ed anche in tempi più recenti, la pluralità istituzionale dell’Europa occidentale ha contribuito a garantire relativi livelli di prosperità e di libertà, anche nelle fasi storiche che sono state più sensibili al fascino delle ideologie stataliste.

Del resto, essendo ogni Stato un sostanziale monopolista sul proprio territorio, l’unica reale limitazione al potere politico è proprio data dalla sua estensione geografica limitata – dal fatto che è posto in concorrenza con altri Stati e, se incrementa oltre un certo limite la pressione nei confronti della sua popolazione, rischia di assistere alla fuoriuscita di capitali e di persone produttive. Al contrario laddove sia limitata o nulla la possibilità di “votare con i piedi”, i governi possono permettersi di andare più a fondo nell’imposizione di tasse e nella regolazione della proprietà.

Finora quindi, sia pure con gradi nel tempo diversi, il modello europeo è stato un modello di decentramento e di competizione territoriale. Abbandonare questo modello significa abbandonare uno dei presupposti sul quale si è sviluppata la civiltà europea così come l’abbiamo conosciuta. Bisogna davvero essere certi che ne valga la pena.

Forse è venuto il momento di contendere ai sostenitori dell’unione politica i termini stessi della difesa del concetto di Europa. Per spiegare che alla prospettiva di un superstato continentale si può contrapporre legittimamente quella di un’Europa economica e culturale, di un’Europa delle democrazie e delle diversità, all’interno della quale si sviluppino sistemi di relazione di tipo orizzontale, basati sul contratto e sul libero scambio.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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