Categorized | Il mondo e noi

L’Iran mostra i denti, ma è debole. Avanti con le sanzioni

– L’Iran minaccia, alza i toni, compie esercitazioni navali. E, non avendo ancora l’atomica, annuncia l’uso dell’arma petrolifera: se ci saranno nuove sanzioni contro Teheran, per punire il regime del suo programma nucleare segreto, verrà bloccato lo stretto di Hormuz. Da cui transita più del 20% del traffico petrolifero mondiale. Ma quanto è da prendere sul serio questa minaccia?

In dieci giorni di esercitazioni navali, il regime iraniano ha mostrato i mezzi con cui intende mettere in pratica questo piano: mine nello stretto di Hormuz, missili anti-nave (solo domenica ne sono stati testati due nuovi modelli: il Ghader e il Nasr, lunedì è stato lanciato, sempre per prova, il Nour) e incursioni da parte delle forze anfibie della Guardia Rivoluzionaria.

«Non è stato dato alcun ordine di porre il blocco allo stretto di Hormuz»– dichiarava lunedì, rassicurante, il commodoro Mahmoud Moussavi, della marina iraniana. Ma al tempo stesso avvertiva: «Stiamo comunque preparandoci ad affrontare qualsiasi scenario». Moussavi esalta le prestazioni delle nuove armi. Afferma che il Ghader, missile anti-nave a medio raggio, abbia colpito un bersaglio nautico a 200 km di distanza. Il Nasr, a corto raggio, sarebbe efficace fino a una portata di 35km. Con armi simili, gli iraniani potrebbero tenere sotto tiro tutto il naviglio in transito nello stretto di Hormuz, che misura appena 30km di larghezza. Ovviamente si tratterebbe di una minaccia di breve periodo, perché, nell’eventualità di un conflitto interverrebbe la V Flotta Usa (che ha già preso posizione, a scanso d’equivoci), perfettamente in grado di spezzare il blocco anche in un solo giorno.

Proprio per questa presenza navale a stelle e strisce, l’Iran ha alzato ulteriormente i toni negli ultimi tre giorni. Il ministro della Difesa, il generale Ahmad Vahidi, ha lanciato ieri un nuovo monito alla marina americana. «Abbiamo sempre detto che la presenza delle forze non regionali nel Golfo era nociva e poteva creare problemi. E abbiamo chiesto ogni giorno che quelle forze non fossero presenti nella zona». «L’Iran – ha concluso il ministro Vahidi – farà di tutto per preservare la sicurezza nel ‘distretto’ (sic) di Hormuz». Il canale strategico del Golfo Persico è stato attraversato la settimana scorsa dalla portaerei Uss John C. Stennis. E, puntualmente, era stato il generale Attaollah Salehi, capo delle forze armate iraniane, a sottolineare che «la nave portaerei americana che ha attraversato il ‘distretto’ di Hormuz, e ora si trova nel mare di Oman, non dovrebbe tornare più nel Golfo Persico. L’Iran non ha intenzione di ripetere l’avvertimento».

Tuttavia, nel breve periodo, questa manovra non sta provocando l’effetto di panico sperato. Il mercato del greggio registra piccole impennate per poi riassestarsi. La minaccia, secondo gli operatori, non è così realistica. Nel lungo periodo, in compenso, l’Iran sta guadagnandosi ancor più ostilità da parte dei Paesi arabi del Golfo. Che, proprio in questi giorni, hanno rinnovato contratti miliardari con gli Usa per nuovi armamenti.

Se non dovessero verificarsi svolte improvvise (ben poco probabili, a dire il vero), tutta la vicenda potrebbe concludersi con una sconfitta umiliante per il regime di Teheran. Primo: si dimostrerebbe che non ha alcun potere ricattatorio, dal momento che le sue minacce non vengono prese sul serio. Nessuno pensa che la debole marina iraniana, costituita da piccoli sommergibili e unità leggere, possa cercare di sfidare la V Flotta Usa. Una battaglia navale, o una prolungata “guerriglia sul mare” nel Golfo Persico (come quella dei pirati somali, ma condotta con mezzi militari) causerebbero sicuramente uno shock petrolifero. Ma anche la guerra fra Stati Uniti e Iran. Può il regime di Teheran, che non ha ancora un suo deterrente nucleare, affrontare questa evenienza? Sembra molto difficile.

Questo episodio, semmai, dovrebbe incoraggiare Usa e Unione Europea a imporre nuove sanzioni. La sola constatazione che l’Iran abbia minacciato azioni clamorose, cosa che non aveva mai fatto in precedenza (mai fino a questo punto e mai per così poco) è una dimostrazione di fragilità. Un eventuale boicottaggio petrolifero occidentale porterebbe a conseguenze disastrose nell’economia della Repubblica Islamica. Che è, sì, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, ma dipende sempre dalle raffinerie europee per poterlo trasformare in carburante. Forse si è trovato il vero nervo scoperto del regime, toccato il quale sarà costretto a scendere a patti sul programma nucleare. I tempi stringono. L’atomica islamica potrebbe essere solo questione di un anno, forse anche meno. Se sono ancora utili (ammesso che lo siano) strumenti non violenti e non militari per poterla prevenire, perché non provarli?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

3 Responses to “L’Iran mostra i denti, ma è debole. Avanti con le sanzioni”

  1. Pippolo scrive:

    Le minacce iraniani sono sterili quanto quelle nostre di bloccare il petrolio iraniano. Non c’è sufficiente capacità di produzione alternativa per permettersi il lusso di rinunciare al petrolio iraniano. Stiamo solo assistendo ai latrati di due cani dietro alle solide sbarre di un cancello che impedisce loro di toccarsi. Queste minacce sono solo utili per uso interno, sia per l’Iran che per gli Usa. IMHO

  2. rocky scrive:

    propaganda –

  3. danneggiare l’Iran per l’Italia è darsi una martellata sulle palle. Noi siamo il principale partner europeo iraniano, perchè i francesi o gli inglesi non vanno a proporre sanzioni a loro partner commerciali.

Trackbacks/Pingbacks