Dagli al politico

di SIMONA BONFANTE – Ce l’hanno tutti con la politica, vogliono fare tutti politica. Nel senso di carriera pubblica garantita, stipendio indicizzato al privilegio dell’irresponsabilità, certezza dell’impunità rispetto alle conseguenze del fatto (e del non-fatto) nell’esercizio della funzione. Candidarsi ad una carica politica non costa (quasi mai) nulla, esattamente come partecipare ad un concorso per un posto fisso pubblico. L’investimento si fa prima: con la tessitura della trama relazionale. Infatti non ci si candida, come non si partecipa ad un concorso, se non si sa già di vincere.

Questo è il paese in cui la politica, ai non politici, fa schifo. Uno schifo politicamente militante.
Quel kamikaze di Beppe Grillo, per dire, sulla distruzione meta-politica ha fatto fortuna. Fortuna politica, va da sé. Il nostro non-politico anti-establishment, coerentemente con il ruolo anti-istituzionale auto-attribuitosi, si è esercitato poi nella più istituzionale delle consuetudini, il video-messaggio di fine anno, dedicato per l’occasione al lancio di una campagna per l’apartheid dei politici-politici, dei suoi competitor del comune mercato elettorale, cioè. “Vietato l’ingresso ai politici” è il manifesto che il leader del partito politico anti-politico invita ad affiggere nei locali, negli esercizi commerciali, come un tempo si faceva con gli ebrei o coi negri nel Sud Africa segregazionista. Dubbio: ma gli eletti sotto le insegne del Movimento 5 stelle avranno licenza di entrare o no?

Comunque, l’iniziativa è piaciuta così tanto da aver scatenato una specie di gara emulativa. “Mica possiamo lasciare la pars destruens a Grillo”, ha twittato ieri Gianluigi Paragone, l’amico giornalista, conduttore il venerdì sera su Rai Due de L’Ultima Parola. Gli piace vincere facile, evidentemente, visto che non c’è dubbio che il mandiamoli a casa tutti, in questo momento, tira. E a noi italiani vincere facile piace eccome. Ci è piaciuto vincere con Mani Pulite; ci è piaciuto vincere con la rivoluzione liberale. O meglio, vincere con la suggestione rivoluzionaria, ché la arbitrariamente apposta aggettivazione ‘liberale’ non era ovviamente compresa nel pacchetto.

Quale il premio delle due su menzionate ‘vittorie’ civili anti-castali? L’allargamento dell’arbitrio castale, appunto, alle igieniste dentali, ai magistrati della giustizia partigiana, ai commercianti di pesce leader nel mercato della consulenza via scheda telefonica non–intercettabile (sebbene intercettata). Ne abbiamo ricavato il Parlamento dei nominati, il debito pubblico più gonfio (e rapidamente gonfiato) della storia repubblicana, una immobilità sociale così rigidamente garantita da far invidia alla compartimentazione castale indiana. E la cancrenizzazione delle caste, ovvero l’assunzione a regola degli sregolati – quindi anti-democratici – poteri di ricatto.

Ci è toccato poi assistere allo spettacolo che non saprei dire se più patetico o grottesco di parlamentari che arrivano a falsificare dati di dominio pubblico – il valore mensile di diaria + benefit + rimborsi – pur di negare di intascare gli emolumenti da benchmark spropositati di cui realmente beneficiano. Il parlamentare non prende 5000 euro. Ne prende più o meno il triplo. Meno le spese. Spese variabili, ma non coattamente imposte al titolare. Il Parlamento in un momento di lucidità si era impegnato a sanare l’aberrazione economico-sistemica della cui arrogante manifestazione non ha saputo fare ammenda prima. Ecco, che non ci pensi neanche, ora, di rimangiarsi la parola, o ancor meno di fingere di onorarla, per re-ingerirla poi in altra forma. Ché se lo facesse – non darsi, subito, criteri sensati di computazione del compenso – si ridurrebbe ad un teatro dell’assurdo per assistere alle performance del quale nessuno sarebbe più disposto a pagare il biglietto, mentre molti sarebbero invece pronti a far qualcosa di persino significativamente più grave.

I politici che pretendono di far credere di non guadagnare quanto realmente guadagnano fanno schifo davvero: non meritano un barlume di credibilità, sbeffeggiano il senso del reale, violentano quello della misura. Quei politici lì sono da biasimare. Ma invece noi che siamo? Noi che siamo pronti ad additare le disfunzioni altrui per annacquare le nostre, noi che ‘io il debito non lo pago’ e che i servizi pubblici li deve gestire il pubblico, cioè la politica, cioè quegli stipendifici improduttivi chiamati consigli di amministrazione. Oddio che ho detto: noi, società civile, uguali ai politici che ci rappresentano?

E insomma, amici, ma quanto deve costare la democrazia per esser tale e non trasformarsi invece in una dittatura con incorporato rituale di voto? Questa è la domanda. Una possibile risposta – limitatamente al giusto compenso dei parlamentari, almeno – prova a darla Noise from Amerika. Forse non è la soluzione, ma il modo in cui l’autore della proposta è arrivate a formularla, invece, a me pare esaudire esattamente quel bisogno che la politica, tutta, dovrebbe avvertire il dovere di soddisfare.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “Dagli al politico”

  1. alex PSI scrive:

    Si, oggi l’antipolitica è diventata l’azione giusta su cui puntare per acquisire consenso e fare quattrini. Non comporta l’assunzione di nessun impegno o responsabilità, l’importante è picchiare forte sul politico di turno. Ma queste persone che sfruttano l’antipolitica facile sono convinte che un domani rivestiranno ruoli in un futuro governo, non altrettanto convinti sono i cittadini in merito alla loro capacità di assolvere tali impegni. Per tale motivo chi si presenterà alla tornata elettorale pensando poi di capitalizzare le scudisciate contro l’antipolitica, senza proporre un proprio programma coerente con le necessità del paese e in coerenza con il contesto economico attuale, riceverà una scudisciata egualmente pesante, egli stesso dal popolo sovrano.

  2. Paolo scrive:

    Condivido interamente.
    Unico neo: la frasetta populista “non ci si candida, come non si partecipa ad un concorso, se non si sa già di vincere” se la poteva risparmiare.

Trackbacks/Pingbacks