Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola, 2- Carmelo Palma/Pierluigi Bersani, 3- Giorgio Lisi/Pierferdinando Casini, 4- Sofia Ventura/Matteo Renzi, 5- Piercamillo Falasca/Raffaele Bonanni, 6- Marco Faraci/Angelino Alfano, 7- Pietro Monsurrò/Corrado Passera


Se io fossi Paola Severino direi esattamente quello che so.
So che la reclusione non è una punizione ma una vendetta barbarica, che non giova a chi la commina, né a chi pretende di ricavarne soddisfazione. Che non ha funzione di deterrenza, né di mondatura morale. Che costa ai contribuenti assai più di quanto possa loro mai restituire. Costi inutili, demagogici, inemendabili. So che la reclusione non colpisce, ma al contrario, corrobora la criminalità, quella scientifica; e che la privazione della libertà è un diritto auto-conferito da legislatori umanitariamente analfabeti, che le società che ne fanno un sempre più moralmente abusivo ricorso sono quelle nelle quali l’a-moralità più si afferma e l’illegalità più trionfa, ché più cresce lo spread tra legale e morale più l’illegale assume le forme del non-immorale.
Conformerei la pratica della reclusione, dunque, all’esigenza sociale cui essa ontologicamente risponde: la messa in sicurezza della popolazione libera da soggetti fisicamente pericolosi.

Se fossi Paola Severino farei esattamente quello che posso.
E quello che posso è proporre al Parlamento un’amnistia, ché gran parte della attuale popolazione carceraria non ha alcuna ragione legale oltre che ‘morale’ si esser privata della propria libertà. Non ce l’hanno i clandestini, non i tossici, non i mai comprovati colpevoli, ovvero i detenuti in attesa di giudizio.
Un’altra cosa che è in mio potere fare è sollecitare il Parlamento a discutere il testo di quella riforma del codice penale elaborata nel corso di almeno tre delle ultime legislature, tra loro politicamente alternative, ma tutte miracolosamente concordi – unanimi, direi – nel considerare essenziale alla ri-civilizzazione del Diritto, una sostanziale, razionale opera di depenalizzazione, quindi di semplificazione, trasparenza e – sopra ogni cosa – di umanizzazione del Codice. Lo Stato non ha vita, l’uomo sì. La giustizia non è comminata in nome dello Stato ma degli uomini che liberamente ne hanno sancito la codificazione.  Che ci rifletta, il Parlamento.

E quello che posso va anche oltre. Va in Europa: sottoporrei agli Stati membri una carta del Diritto comune, una lista di attività umanamente concepite da ascrivere alla dimensione dei non-reati. E tra questi metterei la prostituzione, il commercio e l’uso di droghe, l’immigrazione da paesi terzi. Lo farei in nome della legalità, che è trasparenza; lo farei per costringere l’Europa a tirar fuori la bomba atomica in suo possesso contro le criminalità organizzate. Quella bomba chiamata legalizzazione dei mercati proibiti.

Se fossi Paola Severino, infine, accorrerei al capezzale della magistratura. Già, proprio al capezzale, ché gli anti-costituzionali cedimenti partigiani, le pretese di impunità, le non-responsabilità corporative avallate dagli organi di auto-controllo hanno fatto cenere della funzione. Proporrei loro un’operazione-riscatto, incondizionata: stipendi, promozioni e trasferimenti ancorati ai record professionali. E i record professionali ancorati alla certezza probatoria, nel caso dei Pm, al rigore sentenziale, nel caso dei giudici. Ché se un Gip è capace di togliere la libertà per mera suggestione indiziaria di un Pm, ed un Pm è capace di imbastire un procedimento sulla base di trame indiziarie non provate, ed un giudice capace di condannare in absentia probatoria, ovvero in mancanza di certezze altrimenti dirottate, beh, nessuno di costoro è degno della funzione che è chiamato ad assolvere.

Se fossi Paola Severino, infine, non mi stancherei di ribadire, in ogni sede, che un colpevole fuori è un male infinitamente minore di un innocente dentro. Non temerei di ragionare su questo punto persino su Il Fatto Quotidiano, lo farei ogni giorno, se solo me ne dessero l’opportunità.