Copertone selvaggio. Una storia italiana

– Montoro Inferiore (Av), Solofra (Na), Benevento, Sal Leucio del Sannio (Bn), Acerra (Na), Marcianise (Ce), Villaricca (Na) in Campania. Ma anche Macerata, Isola del Gran Sasso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Trebiciano (Trieste), Piacenza, Novi (Modena),  Otricoli (Terni), Giuglionesi (Campobasso), Lodi, Mirandolo (Pavia), Pordenone, Termoli e Gattinora (Vercelli). Qui, alcune delle discariche di pneumatici scoperte su e giù per l’Italia. Autentici buchi neri nei quali si confondono illegalità a più livelli e cieco disprezzo del comune habitat naturale.  

Per diverse regioni del Paese lo smaltimento dei rifiuti costituisce un grave e irrisolto problema, sotto il profilo ambientale, sanitario, industriale e criminale.  All’interno del macrosistema dei rifiuti si muovono diverse realtà, alcune delle quali di grande rilevanza. Come nel caso degli pneumatici. Per decenni é mancata una legislazione che ne regolasse lo smaltimento, agevolando quindi l’intraprendenza e la “fantasia” personale. Finalmente dopo anni di discussioni, nel 2010 é stato avviato il sistema nazionale di raccolta di pneumatici fuori uso, PFU, in virtù di un accordo tra i 6 principali produttori che operano in Italia. E’ evidente come l’accordo rivesta una grande importanza sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della lotta all’evasione e ai traffici illeciti. D’altra parte la decisione italiana ha recepito, con ritardo, una direttiva dell’Unione Europea che, a partire dal 2003, ha vietato lo smaltimento in discarica dei pneumatici interi e nel 2006 dei PFU frantumati.

Il big bang italiano sul tema, nel 2010, ha quindi coinciso con il divieto di smaltimento dei pneumatici fuori uso in discarica. Purtroppo in seguito a tale decisione si è registrato un incremento dell’abbandono illegale di PFU. Nel frattempo, però, è entrato in vigore il nuovo sistema di gestione dei PFU, con l’approvazione del D.M. n. 82 dell’11 aprile 2011. In questo modo, seguendo un modello già adottato in molti Paesi europei, diventa operativa la responsabilità dei produttori e degli importatori i quali, senza alcun gravame per gli operatori di settore, avranno il compito-dovere di garantire il corretto recupero dei PFU. Il decreto fissa anche i successivi passaggi di un processo di smaltimento pienamente eco-sostenibile. Entro il 2011 il 25% degli pneumatici esausti deve essere recuperato rispetto al quantitativo immesso nel 2010. Entro il 2012, l’80% e dal 2013 il 100%. Per agevolare la trasparenza dei vari passaggi si é intervenuti anche a livello fiscale. Con l’entrata in vigore della nuova disciplina il costo del ritiro viene scorporato in fattura, reso univoco, controllabile e tracciabile in ogni suo passaggio.

Il recente dossier denominato “Copertone selvaggio 2011” elaborato da Legambiente e da Ecopneus, una società senza scopo di lucro fondata dai produttori di gomme che detengono l’80% del mercato per il rintracciamento, la raccolta e la destinazione degli pneumatici fuori uso, ha delineato lo stato della questione.

In Italia ogni anno si producono circa 350 mila tonnellate di PFU, dei quali oltre 100 mila “spariscono nel nulla o si disperdono in mille rivoli incontrollati e di ignota destinazione finale”. Nell’ultimo anno sono state individuate 286 discariche illegali per un’estensione che supera gli 822 mila metri quadrati. Un dato che aumenta vertiginosamente se si considera il periodo 2005-2011. Infatti così si raggiungono le 1335 discariche illegali di PFU per un’estensione che si avvicina ai 7 milioni di metri quadrati, cioè pari a circa 906 campi di calcio. E non é tutto. A queste bisognerebbe aggiungere le discariche esistenti, ma ancora non individuate oltre a quelle scoperte e non sequestrate per la scelta delle autorità di pubblica sicurezza di non costringere i comuni a bonificare le aree, con ulteriori e insostenibili spese.

La perdita economica per lo Stato può essere quantificata in circa 140-170 milioni di euro l’anno, di cui 130-160 milioni per il mancato pagamento dell’Iva sulle vendite degli pneumatici ed una decina di milioni di euro di evasione Iva sulle attività di trattamento dei PFU. Vanno poi aggiunti i mancanti ricavi degli impianti di trattamento, costretti a lavorare a regime ridotto, che possono essere quantificati in almeno 25-35 milioni di euro l’anno. Senza tralasciare gli eventuali costi di bonifica delle discariche abusive sequestrate tra il 2005 e il settembre 2011, per i quali si oscilla tra i 400 e i 500 milioni di euro.

Lo smaltimento illegale non costituisce l’unico esito per chi gestisce illecitamente PFU, come dimostrano i risultati delle inchieste condotte negli ultimi sei anni in base all’art. 260 Dlgs 152/2006, che sanziona “l’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti”. L’attività giudiziaria ha portato all’emissione di 58 ordinanze di custodia cautelare, a 413 denunce e al sequestro di 122 aziende. I traffici illeciti hanno riguardato 16 regioni italiane e hanno coinvolto sia come porti di transito che come meta finale di smaltimento, la Cina, Hong Kong, Malesia, Russia, India, Egitto, Nigeria e Senegal.

Analizzando la realtà italiana si scopre che nell’ultimo anno l’81,8% delle discariche abusive, pari a 234, per una superficie complessiva di 648.250 metri quadrati, si concentra nelle regioni nelle quali l’infiltrazione mafiosa é più radicata (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). La Campania detiene il triste primato della regione nella quale si concentra il maggior numero di siti illegali. Ben 98, pari al 34,3% del totale nazionale. Seguono la Sicilia con 53 per 121.800 metri quadrati, la Calabria con 45 per 129.650 metri quadrati, la Puglia con 38 per 217.000 metri quadrati, quindi il Lazio con 17 e la Toscana con 7. Il Nord fa la sua comparsa, immediatamente prima di Abruzzo e Sardegna (5), con l’Emilia Romagna con 6 siti. Passando al setaccio i dati regionali e da questi passando a quelli provinciali ci si addentra nei meandri di storie di comune illegalità. Tra le province la maglia nera spetta a Lecce con 28 siti individuati per 131 mila metri quadrati. Seguita da Caserta con 24 discariche illegali per 50 mila metri quadrati, quindi da Salerno con 23 siti, Napoli (20) e Benevento (17).

E’ evidente che dietro tutto questo si concentrano grandi interessi. Insomma, gli pneumatici dismessi sono a tutti gli effetti un business. Come indizia anche un dato. Della quantità di PFU prodotta nel 2010, se circa la metà é stata destinata al recupero energetico, il 20% é stata recuperata come materia prima secondaria per utilizzi urbani e industriali,  il restante 25% circa si é dispersa in traffici o pratiche illegali.  Di più. Delle 184 inchieste per traffico illecito di rifiuti avviate tra il febbraio 2002 e l’aprile 2011, una su dieci ha riguardato proprio il sistema del “copertone selvaggio”. Evidenziando quindi come i PFU siano tra i materiali preferiti dai trafficanti. Ancora. Tra le 11.400 mila tonnellate di rifiuti sequestrate alle nostre frontiere nel corso del 2010, il 16% cioè circa 2000 tonnellate, é costituito da PFU.

Dalle indagini più recenti emerge che i traffici organizzati di PFU si muovono prevalentemente su scala globale, lungo le rotte oceaniche. La sistematica falsificazione dei formulari di identificazione dei carichi di rifiuti é il primo step di un programma che prevede il trasporto verso i Paesi asiatici dove vengono variamente riutilizzati. Ma anche verso India, Vietnam, Egitto, Ghana, Nigeria, Senegal, Grecia, Turchia, Marocco, dove i PFU vengono addirittura montati su auto e motoveicoli.

Questi traffici sottraggono i PFU ad una molteplicità di utilizzi legali. In primis in ingegneria civile, sia interi che frantumati, alla costruzione di barriere insonorizzanti, barriere anti erosione, stabilizzazione di pendii, protezioni costiere, oppure alla realizzazione di fondazioni stradali e ferroviarie, bacini di ritenzione delle acque piovane. Senza dimenticare l’uso nelle superfici sportive o nei materiali isolanti o, talvolta, come combustibile. Secondo la normativa italiana, in linea con quella europea, il PFU é un rifiuto speciale non pericoloso. Spesso, sfortunatamente, nel nostro Paese lo diventa.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Copertone selvaggio. Una storia italiana”

  1. marcello guerrieri scrive:

    Ma a Nera Montoro, provincia di Terni, è stato messo in funzione da un mese un impianto che frantuma, a freddo, i pneumatici, senza emissioni e con il recupero del tessuto della gomma e, importantissimo, dell’acciaio delle coste. Basterebbe inviarli a quell’impianto che poi rivende nel mercato delle materie prime seconde, così si chiama quanto esce dall’impianto, che è stato “approvato” da legambiente ternana

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