On the road, viaggio nell’Italia possibile per l’anno appena iniziato

di LUCIO SCUDIERO – Quello che segue è un esercizio “para-letterario”. Un giochino post festivo che mi sono concesso per riattivare le sinapsi appesantite dai pasti natalizi. Uno sforzo d’immaginazione dei destini possibili che ci attendono come paese. Stavolta siate indulgenti con l’autore, l’anno è appena iniziato e avrete occasione di censurarlo più avanti.

Siamo nell’Italia del 2012. C’è il debito sovrano, ieratico e solenne, seduto su un trono costruito da tre generazioni di italiani con la ricchezza delle tre successive. Il Governo tecnico ha appena approvato una manovra finanziaria pesante, per correggere strutturalmente l’andamento dei conti pubblici, dicono. E’ tornata la patrimoniale sulla prima casa. L’iva, già aumentata dal governo precedente, lieviterà ancora di due punti percentuali nel giro di pochi mesi, ma già scarnifica il potere d’acquisto degli automobilisti, facendo leva sul prezzo della benzina su cui a sua volta è stata scaricata un’accisa di dieci centesimi: un litro di carburante costa intorno ad 1,7 euro, maledizione. Non bastasse, lo Stato preleverà 35 euro di bollo su ogni conto bancario che ha la sfortuna di contenere cinquemila euro di media, spicciolo più spicciolo meno. Del risparmio investito in strumenti finanziari guai a fidarsi, che a quello avevano già pensato i furbi che c’erano prima, tassandolo al 20 per cento. Le Regioni, per intanto, corrono al saccheggio, accingendosi ad aumentare ancora un po’ le addizionali irpef, dato che possono.

Giovanni, l’italiano medio, fa due conti: “salvare l’Italia” gli costerà qualche migliaia di euro in più quest’anno. Il pensiero lo innervosisce, e quando è nervoso, non ci son santi, sente il bisogno di una sigaretta. Aspira fumo per annebbiare la stizza e sciogliere la bile. Compra tabacco trinciato, cartine e filtri. Pure quello costa caro, più caro che prima. S’incazza proprio, sale in macchina. Ha deciso di spremerla un po’, chissenefrega delle accise quando hai voglia di correre. Si lancia alla guida, la strada è un’appendice del suo stato d’animo, curva inclina s’increspa, in ogni caso non conta. Giovanni viaggia col pilota automatico e vuole perdersi. Perciò arriva a un bivio, imboccarlo a destra o a sinistra gli è indifferente. Non sa – perchè il narratore non gliel’ha detto – che a seconda della direzione attraverserà due diverse e possibili versioni dell’Italia in un giro che dura tutto l’anno appena iniziato.

Il nostro eroe va ad est. Lungo la strada, a quegli incroci un tempo affollati di gente diretta al lavoro nell’ora di punta, non trova altro che la compagnia del silenzio o, se gli va bene, quella di un corteo di disoccupati che scandiscono slogan “antisistema”. Nei negozi di centro città, alcuni aperti tutto il giorno per sette giorni alla settimana, pochi e coraggiosi sono i clienti. I taxi stazionano vuoti, ma il tassametro in compenso è ancora settato alle tariffe dell’anno prima e la licenza, formalmente, ha lo stesso valore. Il Governo ha provato a liberalizzare, ha negoziato e infine si è accontentato del minimo: per ogni norma di apertura alla concorrenza, due di possibili deroghe. Autorevoli esponenti parlamentari, che nella penombra dei salotti hanno brigato per frustrare il timido afflato riformatore dell’Esecutivo, adesso danno del «codardo» al presidente del Consiglio. «Gli è mancato il coraggio», scandiscono al Tg delle 20,00. Ogniqualvolta intercetta un autobus, Giovanni nota che è pieno all’inverosimile e visibilmente più scassato. La gente ha rinunciato all’auto privata accelerando l’usura di veicoli già mezzi rottami. Il biglietto è più alto per compensare la penuria di trasferimenti statali al comparto. Ciononostante, alla radio qualcuno commenta che l’80 per cento delle società partecipate incaricate dei trasporti locali non passerà l’anno, e che la mancata apertura al mercato dei servizi pubblici locali spillerà altri due miliardi di euro agli italiani: su le tariffe dell’acqua, la monnezza si pesa e paga un tanto al chilo come la carne.  In libreria spopola “Il referendum tradito”, edizione “Le Fabbriche di Nichi”, le uniche a lavorare a pieno regime. Molte ex fabbriche vere affollano invece le sezioni fallimentari dei tribunali: +120 per cento, sarà il triste saldo delle istanze di fallimento nell’anno. Avvocati e notai hanno scordato i tempi in cui battagliavano per il  “decoro” delle tariffe minime, ché tanto ormai fatturano al  massimo. I sindacati hanno tenuto botta sull’articolo 18. La leader della maggiore organizzazione, ringalluzzita, occupa i titoli di giornali annunciando il sempreverde fronte di battaglia al “degradante modello Pomigliano”: «Fiat righi diritto, gli operai hanno svoltato a sinistra». Il Governo dei tecnici è ancora in sella solo perchè ai partiti serve uno spaventapasseri. Gli elettori vanno distratti fino alle elezioni, che si terranno fra qualche mese. Al Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo ricapitalizzato dai Paesi in via di sviluppo, un alto dirigente cinese guarda un report della BBC sull’Italia e sogghigna: «Un’altra colonia conquistata senza sparare un colpo».

Il nostro eroe va ad ovest. Sorpassa un autobus rosso. Sulla fiancata sinistra legge Arriva, il nome della compagnia di trasporti londinese che ha vinto il primo appalto della Capitale da quando il Governo ha riformato il regime di affidamento dei servizi pubblici locali. I biglietti singoli per i turisti sono aumentati, gli abbonamenti di cui usufruiscono i residenti, diminuiti. I turisti pagano volentieri un trasporto più efficiente su mezzi visibilmente puliti. Quelli che prima avrebbero rischiato una multa per non aver comprato il biglietto adesso si abbonano perchè conviene. E comunque, con la nuova gestione, sull’autobus neppure si sale senza biglietto. Dopo un convinto tentativo di dialogo coi sindacati che però fanno o melina o casini ad ogni proposta di riforma, il Governo tecnico decide di tirare dritto e modificare profondamente lavoro e welfare. Giovanni sbuca in macchina da un sottopassaggio ma è costretto a fermarsi perchè più avanti, in piazza, sono migliaia i manifestanti convocati dai sindacati contro il governo. Gli sbarrano la strada. Perciò apre la portiera e scende dall’auto. Fuma per non sbraitare. Quelli continuano ancora un po’ a protestare finchè dall’altro lato non entra in piazza una fiumana di gente, altri lavoratori presumibilmente, a occhio molti più degli scioperanti, almeno il doppio. Issano, tutti, un cartello con la medesima scritta: «Papà, sii flessibile. Io non sono più precario». La folla, a quel punto, sfolla a braccetto. Giovanni si rimette in macchina. La radio gracchia: «Dopo aver incassato il sì definitivo del Senato alla riforma del mercato del lavoro, il Governo ottiene la piena fiducia anche dal Paese. Migliaia di lavoratori a progetto e partite iva,  oggi nella Capitale hanno letteralmente disciolto la manifestazione indetta dai sindacati contrari all’azione dell’esecutivo. Il premier, commentando la notizia, si è detto orgoglioso di guidare un Paese unito e maturo, e ha annunciato di avere già avviato i contatti per aprire un tavolo a tre con l’Europa e l’FMI al fine di concordare da una posizione di dignità e forza azioni tese al rientro del debito pubblico italiano”. Lo spread si dimezza. L’auto di Giovanni ha sete e lo costringe a fermarsi a una pompa. Già che c’è, compra qualcosa per cena, ora che pure dal benzinaio è consentita la vendita di alimentari. La benzina qui costa un po’ meno della media. Continuano a pesare le accise, ma la distribuzione è più efficiente, favorita dalla liberalizzazione del non oil. Così è stato rosicchiato un decimo di euro al prezzo finale della verde. Poco male. Gli è passato il nervoso e ha voglia di tornare a casa. Vuole svegliarsi riposato, domani, ché ha un colloquio con i potenziali finanziatori di un’idea a cui lavora da tempo, e che promette di essere buona assai. Sente che, dopotutto, scommettere su di sè e sul Paese può avere ancora un senso.

Auguri all’Italia per il nuovo anno, perchè la macchina di Giovanni possa trovare sempre un solo paese dopo il bivio, quello migliore possibile.   


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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