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Viva don Verzè

Don Verzè non è un figurante del presepe berlusconiano. Non è Lele Mora, non è Lavitola. Non è neppure, per dire di persone serie, don Gianni Baget Bozzo. E’ morto mentre del suo “mondo” – e del suo stesso potere – stava finendo tutto. Ma non era espressione di questo “mondo”, che per comodità potremmo dire berlusconiano, e che ha saputo usare e sfruttare spregiudicatamente, mettendosi perfino al servizio della vanità del Cav. e dei suoi bisogni spiccioli: dove accomodare la fidanzata segreta, dove laureare la figlia inquieta, dove coltivare il desiderio umanissimo di giovinezza e patetico di immortalità.

Don Verzè è stato soggettivamente più berlusconiano del Cav.. Stesso narcisismo, stessa intraprendenza, stessa spericolata attitudine a compensare l’ingiustizia dei mezzi con la giustezza dei fini. Ma, oggettivamente, aveva un altro disegno, che non era affatto di profittare di quello altrui. Finché ha potuto – cioè finché il Cav. non l’ha mollato, come sempre fa con gli amici che troppo lo possono compromettere e troppo poco ricattare – ha usato Berlusconi e se ne è fatto usare, ha pagato il tributo retorico alla natura provvidenziale del suo impero politico e ha incassato i ricchi dividendi della sua interessata amicizia.

Ma il disegno e il fine di don Verzè era ben più alto. Era quello che gli ha contestato Il Foglio di Giuliano Ferrara, vedendovi un profilo diabolico e anticristico. Don Verzè ha fatto di San Raffaele l’araldo di un umanesimo nutrito dalla fiducia in una scienza potenzialmente miracolosa, alleata con Dio nel disegno di salvezza dell’uomo. Ha trascinato la cultura cattolica “irregolare” dalla dissidenza teorica alla rivolta pratica e a competere con quella “ufficiale” non solo sul piano delle idee, ma della grandezza e del successo. Ha fatto della sua impresa scientifica e filantropica una sfida culturale ambiziosa e prometeica, non temendo che il mistero divino fosse minacciato, ma semmai magnificato dalle scoperte della scienza e dall’avventura della conoscenza.

Don Verzè ha messo su l’ospedale in cui chiunque – anche chi lo accusa e oggi maramaldeggia sulle sue colpe – vorrebbe all’occorrenza essere curato. Ha fatto terribilmente sul serio. E c’è riuscito. Da un certo punto di vista, ha vinto su tutta la linea. Il migliore ospedale cattolico (e forse non solo) d’Italia, l’ha fatto lui. La “linea” sui temi bioetici ai cattolici adulti e a quelli bambini e ai poveri cristiani segnati dalla malattia e dal dolore, l’ha data lui.

Intanto Berlusconi si inginocchiava davanti ai “valori non negoziabili”. Ma don Verzè continuava a spillargli quattrini, facendosi banditore di un’idea cristiana – e quindi ancor più clamorosamente eretica – della scienza medica, anche della più pericolosamente manipolatoria, come complemento umano del disegno divino. Dio salva attraverso la scienza. E’ la razionalità che fa miracoli e sfonda le barriere “naturali” del vivere, del morire e del soffrire.

Una costruzione sopravvissuta alla megalomania e al disordine della sua gestione non sopravviverebbe invece all’ordine imposto da un nuovo “padrone cattolico”, se, come rimane possibile, il padrone fosse lo Ior. Il San Raffaele ha oggi bisogno di un vero padrone. Che voglia onestamente guadagnare dal carisma dell’opera, non giudicare quello del fondatore.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

7 Responses to “Viva don Verzè”

  1. Alessandro Seno scrive:

    Tutto questo mi pare tanto “il fine giustifica i mezzi”. Per me non è così, perché sono i mezzi usati ad aver caratterizzato l’opera, insieme ai risultati. Non mi va di assolvere i mezzi in nome di un “buon” fine. Del San Raffaele, che non conosco, lo ammetto, noto però, quanto a risultati, l’inutile cupola, costata probabilmente come una postazione per RM (risonanza magnetica), forse due. Inutile, persino brutta, costosa. Troppo inutile, troppo brutta, troppo costosa.
    E sui vari mezzi usati, vedremo cosa salterà fuori.

  2. Carmelo Palma scrive:

    No, Alessandro. Io non penso che il fine giustifichi i mezzi, ma penso che un’opera vada giudicata per quello che è e che delle storie controverse e opache vada fatto un bilancio onesto. Bisogna insomma vedere se c’è un avanzo o un disavanzo di bene, e qui, davvero, non c’è partita. Il bene sovrabbonda. Delle false fatturazioni, della distrazione di risorse per fini privati e degli altri presunti illeciti di cui i responsabili (ancora in vita) della passata gestione sono chiamati a rispondere è giusto discutere e informare. Ma tirare la morale di una esperienza come quella del San Raffale guardando solo alle mattane e ai traffici di don Verzè – all’aereo, alla piscina, alla cupola, alla Mercedes… – non è solo ingeneroso. E’ proprio sbagliato. Storicamente sbagliato. “Oggettivamente” sbagliato.

  3. Alex scrive:

    E’ vero, in Italia siamo talmente abituati al degrado, alla corruzione e alla mafia, che “pensare” onestamente è ingeneroso ed oggettivamente sbagliato.
    io mi vergogno di essere italiano …. povera italia

  4. Pietro scrive:

    Sullla grandezza del San Raffaele non ho dubbi, ma mi dà leggermente fastidio confondere le opere con l’uomo, chi lo disegna come un santo e ne nega eventuali responsabilità personali nel tracollo è poco serio.
    Era un accentratore se non si è accorto del malaffare era un pessimo amministratore e un pessimo imprenditore ( o per esere poco politicamente corretti un vecchio rimbambito ).
    Se se n’è accorto, come dicono su Spinoza “se Dio esiste non vorrei essere don Verzè”

  5. lorenzo scrive:

    Complimenti Carmelo,

    non è facile esprimere opinioni controcorrente in questo paese e chi ha il coraggio di farlo va apprezzato e soprattutto va incoraggiato. Sul S. Raffaele si sono scritte un sacco di stupidaggini, così come peraltro nello stesso stile del pettegolezzo va vista la trasmissione “Report”. Se non ci fosse stato Don Verzè non ci sarebbe il San Raffaele e questo è un fatto. Probabilmente ha compiuto molti errori, come dice peraltro Carmelo, ma un conto sono gli errori, un altro è il giudizio storico. Come sempre in Italia i processi si fanno in televisione e chi ha più amici riesce sempre a farla franca. Poi se qualche giornalista “studiasse” e avesse idea di cosa parla e scrive sarebbe meglio. Il tempo comunque è sempre galantuomo e lo sarà anche con Don Verzè. Pace all’anima sua e al Prof. Cacciari che è stato l’unico a proferire parole di verità. L

  6. paolo scrive:

    che triste questa Italia di invidiosi,di meschini, di sciacalletti, di ipocriti, di moralisti da quattro soldi, di mentecatti……Onore a Don Verze’, rimarranno le grandi cose che ha fatto, insieme ad errori certo, ma c’e’ una sola cosa da fare per non sporcarsi mai le mani nella vita…tenersele in tasca.

  7. Leonardo, IHC scrive:

    Tralascio la valutazione filosofica sull’importanza della commistione “eretica” tra la fede del fondatore di un ospedale e il suo uso della scienza, semplicemente perché un’altro teorico imprenditore senza legami con la Chiesa avrebbe potuto semplicemente metter su un ospedale facendo uso della migliore scienza, quindi l’aspetto filosofico non è esiziale.

    Certo, la macchina del San Raffaele costituisce una “eccellenza tecnica”… però è anche vero che potendo spendere a volontà tutto può essere realizzato, disponendo di decine e decine di milioni di euro chiunque può tirar su una impresa, quindi anche un ospedale, al top della conoscenza e fornire servizi eccellenti; non per nulla i ricconi possono permettersi strutture avveneristiche: possono pagare per la realizzazione e il mantenimento del servizio.
    Il caso del San Raffaele purtroppo mi pare, prosaicamente, da leggere in questo senso: è una struttura stupenda il cui valore sta nell’alta qualità dei servizi che non sono prerogativa di Verzé o chi altri ma solo della disponibilità di denaro per la sua realizzazione; come è come non è, ai costi operativi si sono aggiunti una serie di costi ulteriori di natura essenzialmente illegale, costi che – in quanto costi – implicano che qualcun altro dovrà pagare, e nei termini in cui il pagatore è lo Stato significa che, attraverso l’ospedale, qualcuno si è appropriato di soldi di tutti – qualcuno lo chiamerebbe furto.

    Ora, vogliamo dire che il costo di tutto questo non è paragonabile con la bontà dell’opera ospedaliera? Che il valore filosofico dell’unione tra religione e scienza val bene l’illegalità, e quindi che l’illegalità riscontrata è ben accetta e va “cristianamente perdonata” perché realizzata tramite un ospedale (opera non unica, basta metterci soldi)?
    Cioè, è valso veramente la pena avere una tal opera con annessi vantaggi privati e costi di molti?

    Ditelo pure; personalmente non mi pare una “opera buona”, i mezzi hanno un significato nella valutazione del fine.

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