Piccoli non italiani, crescete con noi

di SIMONA BONFANTE  – Hanno mamme e papà non nati in Italia, ma in Italia residenti e lavoranti. E loro in Italia sono stati generati, in Italia cresceranno, andranno a scuola, faranno sega a scuola, avranno gli amici e poi i fidanzati e un lavoro e una famiglia. Beh, dipende. A 18 anni saranno costretti a fare la fila in Questura per il permesso di soggiorno. Dovranno chiedere il permesso per restare nel loro paese. E il loro paese potrebbe pure dirgli di no. I primi nati in Italia del 2012 sono non-italiani. E non erano ancora venuti al mondo che il Presidente della Repubblica già augurava loro il benvenuto nel paese possibile, nel paese dovuto. Dovuto a “loro” ma anche a “noi”. Un paese disposto non a “farli” italiani, ma a riconoscerli tali e a riconoscersi in loro.

Non è una questione di cuore, ma di testa. L’immigrazione non è un pranzo di gala, è un fenomeno complesso e traumatico, che impone pesanti costi di aggiustamento. In Italia lo sappiamo da ben prima che l’immigrazione fosse straniera. Anche quella italiana – quella terrona e veneta, quella da sud a nord e da nord a nord – cambiò gli equilibri culturali e civili e rese l’Italia più meticcia di quanto, per lungo tempo, era stata abituata ad essere. L’assestamento costò fatica e impegno, rigore e tolleranza e neppure può dirsi perfettamente compiuto. L’integrazione degli stranieri, che porta con sé problemi globali che nel farsi nazionali e locali si complicano, anziché risolversi, è un’impresa ancora più complessa e necessaria. “Loro” possono andare altrove. “Noi” senza di loro non andiamo da nessuna parte. Ed è sul passaggio dal “loro” al “noi” che si gioca la partita.

Il rischio che la non-integrazione degli stranieri comporti la disintegrazione culturale e civile della società italiana – per quella che è e che sarebbe bene che diventasse – è ben presente a chiunque guardi all’immigrazione con animo onesto. Lo schema multiculturalista e quello assimilazionista mostrano entrambi limiti evidenti e una terza via pronta all’uso, di tutta evidenza, non c’è. Ma, da questo punto di vista, la chiave della piena integrazione politica – cioè della cittadinanza – è uno strumento d’ordine, non di cedimento all’ineluttabile disordine connesso ai fenomeni migratori. Insomma, la cittadinanza come presupposto per una politica di “patti chiari e amicizia lunga” coi nuovi italiani e come antidoto alle derive pericolosamente “multiculturalistiche” della società multietnica.

Opporsi allo ius soli temperato – al fatto cioè che sia considerato italiano chi nasce in Italia da genitori che vivono regolarmente in Italia – significa congiurare contro e non a favore della causa della piena integrazione civile degli stranieri. Il non riconoscere italiani i bambini stranieri nati in Italia è un incentivo a quanti, nelle loro famiglie, pretenderanno che italiani, occidentali o magari cristiani non lo diventino mai.

La cittadinanza è sottoscrizione implicita del patto codificato nel corpus normativo dello Stato. Dai dettami, anche valoriali, della Carta costituzionale, in giù. Da quei valori e da quelle regole possiamo anche dissentire, ma accettiamo implicitamente di rispettarli o di violarli sapendo che ne saremo sanzionati, senza potere disconoscere la legittimità della sanzione. Accettiamo cioè di scambiare il diritto di appartenenza e i suoi vantaggi con il dovere di adesione alle regole. Cosa rende diversa la natura contrattuale del patto di cittadinanza per i nati da genitori non nativi?

Quei piccoli italiani, coi loro papà e le loro mamme, al nostro paese danno già più quanto molti italiani-italiani abbiano in animo di offrire: danno la vita, ad esempio. E danno futuro, anche economico. Quello stesso che noi, gli italiani-italiani, abbiamo da tempo l’abitudine di abortire, annegandolo nella pretesa di un “di più” storicamente immeritato, di una sorta di diritto acquisito a star meglio di quanto stiamo, ma a spese di altri.

Noi, che la parola ‘sacrificio’ ci paralizza, ci scandalizziamo della pretesa contaminazione con quelli che invece del sacrificio hanno fatto virtù. E continuano a sacrificarsi, loro: a sacrificare tempo e dignità, per star dietro ad un’ottusità burocratica e stupidamente etnicista, che chiede loro di esser in tutto e per tutto “come noi”. Come noi? Cioè costruttori di debito sulle spalle altrui? Cioè produttori di corruzione e stupratori di legalità? Ecco, che non lo siano mai.

Piccoli non-italiani crescono. E che crescano in fretta, ci auguriamo, e che aiutino pure noi a crescere, cioè a re-imparare a cogliere del sacrificio l’opportunità.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

5 Responses to “Piccoli non italiani, crescete con noi”

  1. Mario De Sanctis scrive:

    L’articolo è impreciso, come ogni articolo che sia di matrice finiana…i primi nati sono un bimbo a bari e un altro a melegnano, entrambi nati 1 minuto dopo la mezzanotte.
    Magari, la prossima volta, informarsi prima…non costa nulla e richiede solo un po’ di intelligenza e preparazione.

  2. Mario De Sanctis scrive:

    Ah, ovviamente intendevo dire entrambi italiani.

  3. Andrea B. scrive:

    @ Mario De Sanctis
    si bravo, guardi il dito che indica la luna, mi raccomando…

  4. Andrea B. scrive:

    Piaccia o non piaccia, l’unico stato che ha retto bene l’ immigrazione sono gli Stati Uniti, severi e selettivi negli ingressi, ma poi, chissà perchè, tutti a sentirsi americani nel giro di una generazione, da qualunque parte del mondo provenissero.
    Ritengo che l’unica via praticabile sull’ immigrazione sia “rassegnarsi” ( lo dico con ironia) che nasceranno bambini di colore o con gli occhi a mandorla, ma ITALIANI … ma noi cosa facciamo per riuscire in questo ?
    Cosa facciamo instillare in loro il sentimento e la fierezza di appartenere anche loro a questa nazione e di esserle leali ?

    Massì chissene…di fronte a queste problematiche mettiamoci pure a disquisire che queste sarebbero idee “finiane” o sull’ esatto minuto della nascita dei primi nati nel 2012 …tanto, come cantano i razzisti allo stadio quando gioca Balotelli in nazionale , “non possono esistere italiani negri”, giusto ?

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  1. […] di Simona Bonfante | 3.01.2012 Questo articolo è una libera rielaborazione dell’autore del testo già apparso su Libertiamo.it […]