Favole tristi da un 2012 dove lo spread è già diventato un petardo

– Quando l’ineluttabile giunge all’orizzonte, la viziosa abitudine di rifiutare la cruda realtà dei fatti, cullandosi su favole e stereotipi, è un pericolo costante. Piuttosto che prendere atto della tempesta che rischia di sconquassare il vascello, si preferisce sonnecchiare pigramente nella stiva. Oppure ci si raggomitala in un angolo della propria piccola casa, convincendosi che non si hanno colpe e che – in fondo – esistono (che devono esistere) soluzioni facili a problemi causati da malvagi terzi. Si preferisce la spiegazione facile, l’approssimazione, il nostalgismo, invece che riflettere, considerare. Ammettere. In un sonno della ragione che genera terribili mostri.
Ora che anche questo Natale è passato, oltre pranzi, cene e parenti, è bene aprire gli occhi su questo tipo di favole che ci hanno avvelenato per tutto il 2011 e che, con tutta probabilità, continueranno a farlo nell’anno appena cominciato. Vige, in primo luogo, la suprema convinzione che tutti i problemi dell’Italia trovino origine nella prepotenza della Germania, rea di non allargare ad libitum le maglie di mamma BCE, e nelle politiche economiche imposteci dall’Europa, rea di costringerci a regole di austerity destinate a far pagare ai cittadini i debiti e speculazioni dei cattivi banchieri; insomma, la teoria secondo cui l’Europa è divenuta germanica, in seguito agli ovattati meccanismi della politica economica europea e ai colpi di spread, e il ben noto refrain secondo cui è tutta colpa delle banche-vampiri.

Se è incontestabile il peso assunto della signora Merkel negli organi decisionali europei (e nessuno nasconde che la camera di regia europea sia costituita dal tandem Francia e Germania), è però falso il supposto strapotere germanico in materia. Nel contesto di una riflessione intensa e di lungo respiro che non lascia nessuno esente da (più o meno gravi) colpe, è palese l’atteggiamento italiano che vorrebbe cercare un caprio espiatorio per i propri errori. Fa comodo a tutti trovare un nemico cui addossare tutti i mali del mondo; evita l’esame di coscienza.

Purtroppo non possiamo dare la colpa ai vicini e tanto antipatici “rigoristi” (e nemmeno ai crudeli banchieri) se l’economia italiana marcisce da anni in un’insana ed asfittica palude statal-corporativistica, soffrendo di abnormi difetti strutturali e votandosi all’accumulo del debito sovrano. Se lo ricordino i nostalgici della mitologica “lira ruggente”: l’inflazione a due cifre, le pensioni baby, l’indebitamento per il panem et circenses saranno il conto che la mia generazione e quella dopo ancora saranno condannate a pagare. Proprio a questo dato si collega la seconda favola, tutta italiana; l’assurda convinzione che tutti (o perlomeno, la maggior parte) i problemi economici dell’Italia possano venire magicamente risolti con un taglio secco e netto dei privilegi, del numero e dei costi della Casta per eccellenza, della sovrumana e bulimica politica italiana.

Nessuno contesta che il ceto politico italiano debba essere sottoposto a una dura, severa e decisa cura dimagrante (fine del bicameralismo perfetto, dimezzamento del numero dei parlamentari, dello stipendio, fine del sistema dei vitalizi, riduzione auto blu e annessi privilegi), ma stupisce come nessuno si avveda minimamente del fatto che siffatti tagli abbiano una portata meramente simbolica, improntati a un concetto di “giustizia fiscale”, e non possano dunque in alcun modo incidere seriamente sul bilancio statale. Parimenti, ci si lancia in pericolosi crucifige contro i “ricchi”, invocando tassazioni a tamburo battente, spoliazioni e annessi; non che sia necessariamente e sempre sbagliata una tassazione pesante per chi possiede un patrimonio molto vasto, ma ciò che spaventa e sbalordisce sono i toni e le enfasi, riecheggianti periodi storici che speravamo essere finiti per sempre in soffitta. E’ questa la terza favola: se sei ricco, lo Stato è legittimato a massacrarti senza pietà (ora nel nome della indignada “redistribuzione del reddito”, ora nel nome di qualche altro sol dell’avvenir).

Perché ho deciso di raccontarvi queste favole che, in fondo, conoscete tutti e sono pure passatelle? Perché rivelano una miseria senza fine, che ha il sentore della sconfitta, del fango e della merda. Svelano l’immensa paura di un popolo cresciuto nel peggiore degli humus civili, immerso sino al collo nell’irresponsabilità individuale, nell’indulgenza facile, nel moralismo a due corsie e in un costante servilismo verso i potenti che diventa prepotenza e violenza contro i deboli.

Nessuno parla di individuo, di responsabilità e/o di libertà. Nessuno parla di liberalizzare, privatizzare, concorrenziare, tagliare la spesa di uno Stato che da discreto garante è divenuto padre onnipresente. Nessuno parla di ridisegnare settori chiave per l’intero paese (istruzione, lavoro, welfare…), e non per ignoranza o per un difetto di comunicazione. Nessuno ne parla perché nessuno vuole cambiare, competere; qualcuno tirerà fuori le solite sette/otto eccezioni, ma basta occheggiare le pubbliche reazioni di un paese immobile per trarre le dovute conclusioni; nessuno vuole uscire dalla propria nicchia. L’importante è che lo Stato non rompa i cosiddetti; l’importante è proseguire in un circolo di innata furberia e strisciante (il)legalità facendo i migliori allenatori – il giorno dopo della partita – al bar. Continuare a chiagnere e fottere, per dirla in napoletano.

Tenetevi stretti queste favole; perché la realtà è arrivata da moltissimo tempo; ed urge più che mai capire chi si ha di fronte. E tenetevi stretta anche la realtà stessa, perché è solo prendendo atto dell’esistente (per quanto brutto sia) che si possono avere, e costruire, dei sogni per il futuro.

Per quanto mi riguarda, ho da tempo ridimensionato le mie aspettative; sogno che un giorno, questa realtà possa essere raccontata a qualcuno in grado di ascoltarla. Buon 2012. Che lo spread sia con voi.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

3 Responses to “Favole tristi da un 2012 dove lo spread è già diventato un petardo”

  1. lodovico scrive:

    caro michele, per la corte costituzionale il debito pubblico – per intenderci quello statale – è un “bene comune”: il governo Monti nasce nella mente del Presidente Napolitano per operare per il bene comune. Non ho ancora capito se per incrementarlo o diminuirlo.

  2. Francesco Manzella scrive:

    Si d’accordo, parlare discutere in fucine o laboratori di pensiero nei modaioli think tank che poco hanno di think. Ma poi, alla fin fine bisogna prendere decisioni che incidono nella vita quotidiana di figli e nipoti che nutriti a furia di falsi valori e facili successi si trovano a fare i conti con la dura realtà.
    Auguro un 2012 che sia l’anno zero del ravvedimento e del ridimensionamento del proprio ego, laddove penso che il governare il periodo di transizione sia focale e fondamentale.

    Francesco Manzella
    Villa Vicentina (UD)

  3. lodovico scrive:

    Sempre pericoloso il moralismo.Il concetto vero e falso si applica alla ideologia, a noi basta che sia falsificabile.

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