“Se io fossi…”/5 – Raffaele Bonanni

– Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola, 2- Carmelo Palma/Pierluigi Bersani, 3- Giorgio Lisi/Pierferdinando Casini, 4- Sofia Ventura/Matteo Renzi.

Se fossi Bonanni chiederei appuntamento a una cinquantina di giovani lavoratori tra i venti e i trentacinque anni, selezionati a caso o sulla base di un campione più o meno rappresentativo e rivolgerei loro qualche domanda: “A cosa serve il sindacato, secondo voi?”; “Siete iscritti?”; “Vi sentite rappresentati dalle nostre battaglie?”. La risposta la conosciamo già, se viviamo in Italia.

Eppure avremmo tanto bisogno di buone organizzazioni sindacali capaci di dare forza alla parte più debole del mondo del lavoro italiano, interessate a fare del superamento del dualismo tra precari e ipergarantiti il proprio core business e impegnate a migliorare le condizioni di occupabilità di donne, giovani e lavoratori anziani.

Per dirla con Pietro Ichino, avremmo bisogno di un sindacato che si senta “intelligenza collettiva” dei lavoratori e aiuti l’Italia ad attrarre “il meglio dell’imprenditoria mondiale”, consapevole che un paese capace di richiamare l’interesse degli investitori internazionali offre ai propri lavoratori maggiori opportunità, riducendone la dipendenza economica e psicologica dal singolo datore di lavoro.

Se fossi Bonanni, userei la situazione drammatica dei conti pubblici italiani per ammodernare le posizioni del mio sindacato sul pubblico impiego. Avendo il maggior numero di iscritti tra i dipendenti pubblici, ed essendo tra questi il primo sindacato italiano, l’organizzazione di Via Po non ha mostrato nei dossier riguardanti i grandi carrozzoni “di Stato” (dalla vecchia Alitalia alle Poste, passando per l’amministrazione pubblica propriamente intesa) lo stesso afflato riformista che ne ispira l’azione su altri fronti.

Stiamo pur sempre parlando del sindacato che nel 2002 votò a favore del Patto per l’Italia, l’accordo tra l’allora governo Berlusconi e le parti sociali, con il quale si provò a disattivare temporaneamente l’articolo 18 per i nuovi assunti (non se ne fece nulla, ma quella pagina potrebbe oggi essere un prezioso riferimento per le future riforme del mercato del lavoro). Quando invece si parla di ridurre le rendite e privilegi dei dipendenti pubblici, la Cisl fa la voce grossa e torna miope e oltranzista.

Se fossi il segretario della Cisl, proverei ad archiviare la stagione della concertazione e punterei sulla contrattazione decentrata, grazie alla quale i buoni sindacalisti di provincia (quale anche lui è stato, prima di far carriera) potrebbero divenire gli attori principali della negoziazione con gli imprenditori.

Se fossi Bonanni, dopo l’ultimo panettone del periodo natalizio compirei uno “strappo”, lasciando la Cgil immersa nel suo brodo ideologico. Uscirei dal fronte della conservazione e lavorerei perché il mio sindacato diventasse un interlocutore costruttivo dell’iniziativa riformatrice del governo Monti. “Senza fabbriche non ci sono diritti”, disse Bonanni poco più di un anno fa, quando tra Cisl e Cgil volavano parole grosse per il diverso approccio con il quale si affrontava l’annosa vertenza Fiat. Una frase che ha il sapore dell’adagio popolare, resa ancora più efficace dall’accento abruzzese del sindacalista.

Se io fossi Bonanni proverei ad approfondire il ragionamento, facendo del sindacato un centro di elaborazione di idee e proposte tese proprio ad avere in Italia più “fabbriche”: diventerebbe meno faticoso negoziare con i “padroni” la divisione delle fette della torta, se aumentassero le dimensioni della torta.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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